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Tour in Giappone, dove il cibo è strepitoso ma anche la birra non scherza

Tour in Giappone di 18 Giorni: Tokyo > Monte Fuji > Matsumoto > Kanazawa > Takayama > Nara > Kyoto > Osaka > Isola di Tzukushima > Tokyo Continue reading

Tour in Giappone, dove il cibo è strepitoso ma anche la birra non scherza (parte 2)

…segue da qui.

Per la prima volta prendiamo lo Shinkansen, il treno super veloce giapponese (a proposito, non è assolutamente vero che i treni son sempre in orario qui), per arrivare a Kanazawa, dove ci aspetta Satoru, un ragazzo mezzo boliviano e mezzo giapponese che ci ospita con il Couchsurfing. Stiamo da lui tre giorni e nel frattempo continuiamo il nostro giro turistico. Andiamo ai giardini, mangiamo al mercato del pesce (che ci è piaciuto molto di più del Tsukiji, il famoso mercato del pesce di Tokyo), guardiamo il castello, visitiamo il museo di arte contemporanea, diversi templi e santuari. Visitiamo per la prima volta i quartieri dove vivevano i Samurai e le Tea House dove si esibivano le geisha (io personalmente son rimasto un po’ deluso visto che entrambe queste attrazioni sono semplicemente dei luoghi da visitare e non esistono delle spiegazioni in inglese sulla vita di samurai e geisha – le poche informazioni presenti sono in giapponese).

Poco al di fuori della città c’è Kaga Onsen, un paese termale, e decidiamo di passarci un pomeriggio. Il paese è completamente immerso nel verde ed è uno dei posti più rinomati del Giappone per la presenza delle sue fonti naturali di acqua termale. Al centro del paese si trova l’Onsen, un bagno pubblico, dove i giapponesi si fanno il bagno tutti insieme e si trastullano con le acque calde (incandescenti direi) delle sorgenti. Decidiamo quindi di fare quest’esperienza.

Arriviamo all’entrata della sezione maschile e alla reception troviamo una donna. Proprio davanti a lei si trova un distributore automatico dove poter comprare i ticket per poter avere asciugamani, shampoo e tutto il necessario: chiedere direttamente alla reception – visto che era la signorina stessa che poi ti consegnava il tutto, dopo averle mostrato i ticket, gli risultava troppo difficile evidentemente. Entriamo e ci troviamo come mamma ci ha fatti davanti a un gruppetto di anziani giapponesi. Nel mentre la receptionist, furbetta, faceva avanti e indietro.
In origine questi bagni erano un centro per socializzare e passare il tempo – come dire noi andavamo al bar, invece i giapponesi andavano a farsi il bagno. Come entriamo, invece, vediamo tutti concentrati a scrostarsi in silenzio. Pensavamo di rimanerci un bel po’ invece scopriamo che l’acqua della spa è incandescente ed è quasi impossibile rimanerci per più di dieci minuti senza svenire e affogarci dentro.
Ci asciughiamo, nel mentre che la furbetta fa sempre avanti e indietro, usciamo, e continuiamo la nostra passeggiata per il paesello. La gente sembra rilassata e molto cordiale qui, addirittura un signore che avevamo incontrato poco prima dentro l’onsen, ci offre un caffè al bar.

Una volta rientrati a Kanazawa, continuiamo a mangiare e bere come se non ci fosse un domani. Fino ad’ora non abbiamo mangiato lo stesso tipo di piatto due volte. Non possiamo dire la stessa cosa delle birre invece.

Satoru la seconda notte ci porta in un locale underground di Kanazawa, sorprendentemente con musica di qualità e dove troviamo un paio di musicisti con cui scambiamo due chiacchiere velocemente, e da cui riusciamo ad avere la chitarra e cajón; facciamo quindi una veloce jam session.

Prima della mezzanotte prendiamo l’ultimo bus per rientrare a casa e buttarci a letto – o meglio – nel futon.

Il giorno dopo salutiamo Santoru e partiamo per Takayama.
Arriviamo a uno degli ostelli più organizzati e puliti in cui sia stato negli ultimi anni (e posso dire che ne ho girato parecchi). Ci fiondiamo subito nel centro città, che scopriamo essere inondato di turisti. Prima tappa: distilleria di sake. A 200Yen (circa 1,50 Euri) compriamo un bicchierino in ceramica e a disposizione ci danno un frigo con una decina di bottiglie di sake. Proibito assaggiare più di uno alla volta, dice un cartello. Ma noi siamo italiani, quindi chissene, siamo esenti da questa regola.
Iniziamo ad essere un po’ stanchi dei soliti templi, santuari e compagnia cantante quindi decidiamo di rinchiuderci nel baretto di una signora anziana, con i soprammobili risalenti a qualche secolo fa, prima di andare a mangiare…pizza! Vi sembrerà strano ma avevamo voglia di pizza dopo giorni di riso e noodles. Sorprendentemente, era deliziosa!!

 Per il giorno dopo invece prenotiamo una gita in bus a Shirakawa-go, un villaggio storico Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, adagiato in un valle tra le Alpi giapponesi, famoso per le sue case tipiche con il tetto spiovente di paglia in “Gaashooooo Style”, come urlava Yamamoto, la nostra guida sciroccataa. La guida è un giapponesino fulminato che parla come un cartone animato e non si capisce niente di quello che dice, ma fa morire dal ridere solo vedere le sue espressioni facciali e sentirlo nominare “Shirakawa-Gooo”. Dopo una ventina di minuti non riesco a seguirlo più però e mi appisolo, come sempre mi capita nei mezzi di trasporto.
Spendiamo mezza giornata a passeggiare sotto il sole cocente poi torniamo a Takayama. Per caso, e ripeto per caso, ricapitiamo al negozietto dove offrono la degustazione di sake a 200Yen. Con grande gioia di Daniele (sono ironico) affittiamo una bicicletta e ci faccio un giro di un’oretta per le vie della città. Una cittadina sorprendentemente affascinante, con un centro storico fatto di case in legno in stile giapponese e un fiume che la attraversa elegantemente.
La sera ci concediamo una cena a base di Hida, il manzo doc giapponese e poi iniziamo a girovagare senza meta per le vie del centro città. In una via quasi deserta, sentiamo dei rumori provenire da un localino quasi nascosto. Ci affacciamo e, attratti dall’atmosfera e dalle luci rosse, entriamo. L’atmosfera diventa ancora più accogliente di quella che ci eravamo immaginati. La proprietaria, Hisayo, con il suo fare in po’ gypsy è amorevole, simpatica e socievole. “Io ho un animo latino”, ci dice. Insomma, una giapponese fuori dagli schemi. Dopo aver bevuto qualche whiskey, ci offre un assaggio del sake locale ( noi ovviamente abbiamo fatto finta di non conoscerlo). Una volta usciti, scopriamo che il nome del locale è Red Hill ed è menzionato come migliore pub di Takayama dalla Lonely Planet. Si giustificano così i diversi occidentali presenti nel locale. 

La mattina successiva, dopo un viaggio della speranza, arriviamo a Nara, poco più a sud di Kyoto. Una tappa decisa all’ultimo momento. Anche qui, la città è invasa di turisti. Siamo però fortunati e incappiamo nel Tokae, il festival delle lanterne. Praticamente la città viene ricoperta da più di 20000 (ventimila!) lanterne e tutto diventa magico: i templi, i giardini, i laghi, i chioschetti e le ragazzine agghindate con fiori in testa, vestite da cerimonia con abiti tipici e zoccoli in legno su cui nessuna di esse sa camminare ma “vabbé noi siamo giapponesi e ce ne freghiamo di questi dettagli”.
Ai lati delle strade si vende cibo di strada a più non posso e siccome io ne vado matto ne scelgo un paio e lo trangugio mentre passeggiamo tra il fiume di gente che ci trasporta da una parte all’altra.
Il simbolo di questa cittadina è il cervo. Circa 1500 cervi domestici (così si dice ma secondo me sono molti di più) scorrazzano felicemente per i parchi della città. Dalle persone del posto son considerati sacri quindi guai a chi li tocca! Ovviamente questi poveri disgraziati, ogni giorno, devo subirsi mille carezze e anche più selfie dalle migliaia di turisti, sottoscritto incluso. Ma almeno hanno una magra consolazione: dei biscottini per animali che le bancarelle vendono ai bordi delle strade e che a quanto pare molti li confondono per prelibatezze locali.

Anche qui a Nara qualsiasi cosa è al suo posto, bello, ordinato, pulito. Nonostante le migliaia di persone che affollano le strade, in terra non si vede un pezzo di carta. Camminare tra i giardini e le strade del centro è rilassante e piacevole e noi lo facciamo finché non ci consumiamo le ginocchia.

Nara è anche famosa per il Todai-ji, il più grande tempio in legno del mondo dove al suo interno si trova un’enorme statua di buddha. Andare al di sotto di questa statua viene descritta dalle guide come un’esperienza trascendente ma visto il numero di turisti in fila decidiamo immediatamente di voltare le spalle al buddha e ciao trascendenza.

Il giorno dopo partiamo per Kyoto. Sarà che è un fine settimana, ferragosto ed estate, sia per gli europei che per tutto l’estremo oriente, le strade di Kyoto sono inondate di turisti. Qualsiasi angolo della città è affollato rendendo difficile addirittura camminare. Per non parlare delle principali attrazioni turistiche; nei templi, nei castelli e nei quartieri più rinomati bisogna fare la fila. Nonostante anche Kyoto sia molto affascinante e osservo qualsiasi angolo della città a bocca aperta, per la prima volta in tutto il viaggio mi sento parte di un gregge. Ovunque andiamo ci sentiamo trasportati – letteralmente – dalla folla.
Kyoto è immensa e dopo due settimane passate a scarpinare iniziamo a sentire la stanchezza fisica quindi decidiamo di usare e abusare dei bus.
In tre giorni visitiamo Gion, il quartiere delle geisha (ma di geisha manco l’ombra), Pontocho, una via caratteristica con diversi locali e ristoranti, il mercato Nishiki, la foresta di bambù nel quartiere di Arashiyama, il Museo Nazionale e assistiamo a uno show misto di Kyogen (una forma di teatro comico), danza kyo-mai (la danza delle maiko – le geisha di Kyoto), la cerimonia del tè, flower arrangement (l’arte di disporre i fiori in un vaso – mah!), le suonatrici di Zither Koto (uno strumento tradizionale) e Gagaku (musica di corte). Poi visitiamo il Santuario di Fushimi Inari-taisha, un intricato e affascinante cammino che porta a diversi templi o luoghi di culto, ricoperto di porte scintoiste rosse, che creano un senso di profondità unico.
Infine facciamo una passeggiata nella via dei filosofi, un cammino in ghiaia ai piedi della montagna, che percorre un rigagnolo, dove per fortuna riusciamo a prendere un po’ di aria fresca e scappare per un po’ dall’esercito di turisti. 
Spendiamo il pomeriggio dell’ultimo giorno a rilassarci e per la notte decidiamo di pernottare in un Ryokan, la guesthouse tipica giapponese, con camere in stile nipponico e la spa inclusa. Io personalmente, stanco delle ultime settimane di corse, mi concedo anche un massaggio in un centro specializzato.
Purtroppo non capisco che i pantaloncini dati a disposizione servono solo come sostituto dei miei pantaloni e mi faccio trovare sdraiato a petto nudo, scaturendo terrore nella povera massaggiatrice che appena entra si copre la faccia con braccia incrociate davanti alla faccia in stile ninja. Il massaggio alla fine è uno dei migliori che abbia avuto negli ultimi anni, con tanto d consultazione finale sul mio stato fisico generale. Il verdetto è stato penoso.

L’ultima notte ci fermiamo in città ad ammirare le luci del Gozan no Okuribi, un festival durante il quale le valle delle montagne circostanti si illuminano con caratteri cinesi infuocati. Come sempre qualsiasi angolo della città è affollato e i fuochi vengono esposti nelle vallate attorno alla città a chilometri di distanza, abbastanza lontani. Insomma, non vediamo una bella cippa. Ci divertiamo, però, a osservare la miriade di vigili che come sempre, abbelliti con luci che sembrano quelle di un albero di natale e con spade luminescenti alla star wars, cercano di fare i duri, gridando, e dirigendo il traffico di gente.

Il giorno dopo prendiamo un altro treno per l’ultima tappa del nostro viaggio: Osaka. Pianifichiamo tre notti ma appena arriviamo ci accorgiamo che in città, oltre a visitare i soliti templi, castelli e market, non c’è tanto da fare quindi passiamo il pomeriggio a visitare un paio di quartieri caratteristici.

Un’esperienza degna di nota è quella fatta nel Maid Caffe. Per chi non lo sapesse, sono quei locali dove le cameriere sono vestite da anime e intrattengono i clienti in qualsiasi modo – sostanzialmente facendo le cretine. Appena entriamo arriva la nostra cameriera con un sorriso finto a trentatré denti, tutti storti; in Giappone, insieme al camminare con i piedi all’indentro, a quanto pare fa cool portarli così – al tal punto che si va dal dentista per farsi fare i denti storti. Ci viene offerto un set menu con i diversi pacchetti (niente di cheap sia chiaro) tra cui poter scegliere tra tipi di piatti, bevande, dessert o altri servizi come foto, giochi o gadget da portarsi a casa. La cameriera ci porge una candela finta spenta a forma di torta, grande quanto un’unghia, su cui lei soffia. Magicamente la candela si accende e tutti e tre, ammaliati da questa magia senza precedenti applaudiamo felicissimi. Poi una volta arrivati i nostri dessert, un’altra cameriera ci chiede di fare una coreografia ponendo le mani a forma di cuore, non so, forse come rito propiziatorio. Insomma, passiamo un’ora tra risate e facce di incredulità, a chiederci se tutto ciò sia vero o meno.
Avendo speciali attenzioni da parte di ragazzine vestite da cartoni animati, a quanto pare, i signorotti giapponesi si riempiono la propria solitaria esistenza. Un ulteriore segno che la società giapponese sia nella fase più decadente della storia dell’essere umano.

Per sfuggire dal caldo soffocante della città, il secondo giorno prendiamo un treno per scendere al sud del Giappone, nell’isola di Itsukushima. Anche qui il sole batte forte quindi dopo aver visitato l’immenso Grande Torii – un gigante portone giapponese costruito nell’acqua, che crea uno spettacolo molto suggestivo – andiamo dall’altra parte dell’isola e passiamo il pomeriggio in spiaggia. Anche qui i cervi si trovano ovunque e cercano di farsi amici i turisti che grigliano e fanno pic nic in un grazioso parco in stile giapponese poco prima della spiaggia.
Mentre prendiamo il sole si avvicina un signore giapponese sulla settantina con voglia di praticare l’inglese (o forse la birra che aveva in mano non era la prima che si beveva), che ci racconta del suo lavoro e della sua vita. L’acqua non è delle migliori ma la spiaggia in sé si trova in una baia circondata dalla foresta e nel cielo ci sono i falchi che svolazzano da una parte all’altra.
Finalmente passiamo un po’ di tempo a trastullarci al sole e a riposare i nostri corpi gonfi di riso e birra.

Torniamo a Osaka per cena e ci mettiamo a letto.
Il giorno dopo ci svegliamo e ci rechiamo al Summer Sonic, un festival musicale che avevamo trovato quasi per caso su internet qualche mese prima di partire e a cui decidiamo di partecipare principalmente per poter vedere i Foo Fighters.
Passiamo il giorno a girare per i diversi concerti sotto il sole cocente e a consumare i nostri ultimi Yen in cibo e birre. Anche qui le cose bizzarre che notiamo non sono poche. Per esempio, ci rendiamo conto che la coda letteralmente chilometrica che troviamo all’entrata non è per comprare il biglietto d’entrata o per vedere qualche gruppo musicale, bensí per il merchandising! I Giapponesi son talmente ossessionati dai gadget che fare ore e ore di fila sotto il sole cocente e quasi 40 gradi, non li disturba affatto. Tra l’altro, oltre che ai gadget, son ossessionati ance dalla paura di abbronzarsi, quindi attendono in coda coperti da delle copertine di cotone che solo a vederli ti facevano venire voglia di svenire. Ascoltando i gruppi, pochi si entusiasmano e/o ballano, dappertutto si sta in fila in silenzio e ordinati e per terra neanche un bicchiere o un pezzo di carta. Wow.
Noi invece siamo italiani e non conosciamo le file, quindi entriamo ovunque e per stare sotto il palco avanziamo senza farci problemi, in modo da poterci godere lo spettacolo il più vicino possibile.

A fine serata siamo esausti. Per fortuna il festival finisce presto (figurati se i giapponesi stanno in giro fino a tardi). Veniamo sballottati da una parte all’altra fino a che non riusciamo ad arrivare all’ostello. Siamo stanchi morti ma con ancora tanta adrenalina e emozioni di qualsiasi tipo.
Da un lato la tristezza di dover lasciare questo affascinante paese, dall’altra una valigia di esperienze che dubito dimenticheremo facilmente.

Vietnam del sud: periplo in motocicleta

Lascio l’isola di Koh Rong Sanloem tra party, saluti, lacrime, abbracci, sorrisi, gioia e tristezza.
In una situazione sentimentale complicata, come direbbe Facebook.

Il giorno dopo vado a festeggiare il compleanno di un caro amico a Chi Phat, una piccola eco-community ai piedi delle Cardamom Mountains, immersa nelle foreste cambogiane. Il “un giorno”, che avevo pianificato di restare, come spesso mi accade, sono diventati tre. Al mio arrivo, in attesa del mio amico, non posso resistere alla tentazione di noleggiare una bicicletta e esplorare i dintorni. Nel giro di dieci minuti arrivo nelle sponde di un fiume, che un gruppo di locali ha scelto come base per un picnic a base di bbq e birre. E con base intendo proprio il fiume, non le sponde. Con un allettantissimo “Come here, beer”, mi chiamano e mi accolgono nel loro picnic. Passo dunque il resto del pomeriggio con loro. Niente esplorazione dei dintorni.
Spendo i restanti giorni immerso nella natura a fare birdwatching, trekking, mangiare prelibatezze locali a base di formiche – il tutto bagnato con il tradizonale vino di riso locale che sa di distillato di acqua di olive – e a fare escursioni sul fiume su delle barchette che non promettono niente di buono. Le notti si va a letto presto visto che alle undici il villaggio rimane senza elettricità.

Vado poi a Phnom Penh per salutare altri amici e organizzare la partenza.

30 Novembre 2016: lascio la Cambogia dopo esattamente otto mesi e dieci giorni.

Sveglia alle sei, ma poco male visto che appena salgo nel bus mi addormento fino a che non arriviamo al confine. Sbrigo i convenevoli burocratici e al mio rientro sul bus una signora vietnamita di mezza età mi offre, con un sorriso sdentato, un seme nero, simile a una bacca di mirto ma leggermente più grande e ovale. Che bel benvenuto in Vietnam, penso, alla faccia di tutti quelli che dicono che i vietnamiti siano inospitali. Apro il seme e ne mangio il contenuto: mi sembrava di mangiare proprio una bacca di mirto! Si, una bacca di mirto non matura, acerba, secca, che ti lascia la bocca asciutta come se stessi mangiando una banana non matura. Sorrido e ringrazio per il gesto, giusto per non fare l’irriconoscente, ma me ne pento subito dopo, appena vedo la simpatica signora, compiaciuta, che mi offre un intero ramo. “Uh grazie mille”, le dico, mentre mi sforzo a mangiarne un secondo. Mannaggia a me e ai buoni modi.

Arrivo nell’immensa Ho Chi Minh (Saigon) intorno all’ora di pranzo. Orrore, scopro che qui non esistono i tuk tuk! Vado quindi in ostello in motodap e incontro Angy e Noe, due amiche con cui avevo appuntamento.

I bambini in divisa, gli scooter che sfrecciano in ogni dove, i bistro ai lati delle strade e gli animali in vendita in qualsiasi angolo mi fanno sentire a casa (in Cambogia). Subito noto però delle differenze: i bambini indossano le scarpe, tutti guidano con il casco e i galli non saltellano felici nei marciapiedi ma sono rinchiusi in gabbie. Il traffico di Ho Chi Minh non è quello di Phnom Phen; è quello di Phnom Phen, di New York, di Bangkok, di Roma e Nuoro messe insieme. Anche qui niente regole, o quasi. Gli scooter padroneggiano nelle strade e se ne fregano dei semafori rossi o dei pedoni, nelle rotonde c’è la più totale anarchia.
Ma non mi lamento visto che presto sarò parte di questa comunità: passiamo infatti il pomeriggio a cercare delle moto da comprare e poter così visitare il Paese in stile ‘i diari della motocicleta’.

Che io non abbia mai guidato una motocicletta e abbia messo il sedere su uno scooter solo un paio di volte in tutta la mia vita, sono dei dettagli irrilevanti.

Il giorno dopo faccio il turista. Mi perdo per le strade della città a sparaflesciare le anziane venditrici di cibo di strada con i cappelli tipici, il traffico e gli edifici decadenti.
Non ero più abituato a dover usare google translator per comunicare, camminare con la borsa messa davanti e le mani in tasca per paura di essere scippato!
Visito poi il ‘War Remnants Museum’ (prima si chiamava ‘Musuem of Chinese and American War Crime, ma a qualcuno – chissà chi – non piaceva questo nome). Con soli settantacinque centesimi di dollaro sono riusciti a fomentare il mio odio verso il genere umano e i governi (ok uno in particolare, ma non dico quale per non offendere i miei amici americani). Dopo due ore di massima depressione esco all’aria aperta e continuo il mio tour turistico per le vie della città.

Mi fermo in una bancarella e cosa trovo? Dei dolci simili ai Savoiardi! Ne compro due pacchi e, indeciso se tenerli o meno per fare un tiramisù (non saprei proprio dove), ne apro un pacco e inizio a sgranocchiarli con una faccia compiaciuta come se stessi mangiando caviale e aragosta.

Non passano neanche ventiquattro ore che già mi stufo dei ‘ehy my friend, where you go?’, ‘marjuana, cocaine, hostel, cigarettes, happy hour my friend‘. Dopo aver contrattato per ore, prendiamo le nostre moto e, con la speranza di riuscire a metter piede fuori dalla città e con la paura che non si stacchi una ruota o che non ci fermi la polizia (visto che non potremmo guidare senza una patente di guida vietnamita) – ci dirigiamo verso i tunnel sotterranei di Co Chin a una quarantina di chilometri a nord di Ho Chi Minh.

Percorriamo sessanta chilometri, dopo innumerevoli – troppe – deviazioni, in cinque ore sotto una pioggia incessante. Uscire dalla città è stata un’impresa di sopravvivenza, mai avevo visto tanti motorini ammassati tutti insieme. Una volta arrivati a destinazione facciamo fatica a trovare un posto che accontenti le esigenze culinarie di tutti (ricordate, mai e poi mai viaggiare con dei vegetariani), per poi finire in un motel trovato all’ultimo momento, al modico prezzo di un dollaro e mezzo a testa. Per questioni di sicurezza ci fanno mettere le moto dentro la stanza!

Il giorno dopo, alle sette del mattino, ci svegliamo e ci presentiamo alle porte dei famosi Co Chin Tunnels, manco fossimo al concerto di Vasco Rossi. Per chi non ne avesse mai sentito, i Tunnel di Co Chin sono circa 250 km di tunnel sotterranei – una vera e propria città – che i Vietcong hanno costruito nell’arco di vent’anni, per nascondersi e difendersi dagli attacchi di quei bast..degli americani. Siamo ovviamente i primi ad entrare e, per fortuna, delle orde di koreani bramosi di intrufolarsi nei tunnel neanche l’ombra.
Facciamo un tour turistico dei tunnel e la guida ci spiega la complicata organizzazione e la vita sotterranea che conducevano i Vietcong, fomentando ulteriormente il mio sopracitato odio.

Ci dirigiamo poi verso il nord, attraversando strade sterrate, fiancheggiando laghi con viste mozzafiato, facendo lo slalom tra bufali, buche, venditori di strada (in senso letterale) e facendo gare con i locali che impazziscono a vedere degli stranieri in moto. Arriviamo quasi per caso ai piedi della Black Virgin Mountain, una montagna di poco più di mille metri e facciamo un po’ di trekking. Al nostro rientro incontriamo un vietnamita americano. Ci racconta di lavorare nell’esercito statunitense e di aver fatto diverse missioni negli ultimi anni. Rimango sbigottito dal fatto che riesco a parlarci per più di dieci minuti e addirittura beviamo alcune birre insieme.

È incredibile come tutte le persone che incontriamo ci dicano di fare attenzione e di non fidarci di nessuno. Scopro poi che tutto questo allarmismo è dato non solo dalla microcriminalità che dilaga in tutto il Paese ma anche da un incessante terrorismo mediatico.

Ai piedi della montagna troviamo una sorta di monastero buddista dove chiediamo ospitalità, dato che la nostra idea di campeggiare nelle foreste della montagna è stata bocciata dai locali. Dopo lunghe trattative riusciamo a trovare un posto sicuro con tanto di monaco che, dormendo nella sua amaca, ci fa da guardia per tutta la notte.

Il giorno dopo percorriamo più di centocinquanta chilometri. E vi posso assicurare che, essendo il Vietnam un Paese sovrappopolato e piuttosto caotico, è un’impresa non da poco. Attraversiamo ponti, prendiamo traghetti, facciamo slalom tra bambini, bufali, mucche, venditori ambulanti, anziani e donne che, rigorosamente contromano, trasportano di tutto: barili, intere famiglie, animali di vario genere (maiali e galline vanno per la maggiore), vetrate, legname, cibo, cestini in vimini, attrezzi da lavoro, tubi lunghi cinque metri e tanto altro.

Arrivati a My Tho, prendo parte a un’escursione sul Mekong di tre ore, dove visitiamo i villaggi lungo le sponde del fiume, i luoghi dove si produce l’olio, il miele e le caramelle di cocco. La guida ci spiega come vengono prodotti e ci parla della vita dei locali.

Ci dirigiamo poi verso un altro paesello, Cai Be, per visitare i mercati galleggianti. Ad un certo punto ci fermiamo per controllare la direzione e si ferma un ragazzo vietnamita che ci offre di accompagnarci a destinazione, cambiando totalmente i suoi piani.

Brum brum paf paf. La mia moto si ferma in mezzo alla strada, e i restanti dieci chilometri li percorro a motore spento con il nostro nuovo amico che mi spinge con il piede fino al seguente meccanico – per fortuna si trovano in ogni angolo.

Visto che ormai è abbastanza tardi rimaniamo insieme per tutta la sera con Zany, il nostro nuovo amico, ceniamo e condividiamo una guest house, e parecchie birre ovvio.

Chiediamo informazioni per visitare i mercati galleggianti il giorno dopo e ci viene detto che per vivere a pieno l’esperienza con i locali bisogna svegliarsi alle quattro del mattino. Il giorno dopo ci svegliamo di primo mattino, ma dei mercatini neanche l’ombra. C’è stato un errore di comunicazione. Ora capisco che i problemi di comunicazione che abbiamo non dipendono solo da una barriera linguistica…

Zany ci offre di andare a Can Tho, dove ci sono altri mercati galleggianti, ospiti a casa sua. Zany ci parla della sua vita, del suo lavoro, dei suoi sogni e della cultura vietnamita. Tra birre, cibo, partite a carte,  peluche (è un storia troppo lunga da raccontare, vi dico solo che ci siamo ritrovati a scaricare un camion pieno di peluche nel bel mezzo della notte), passiamo tre giorni incredibili. Nel frattempo Angy e Noe, le due ragazze con cui stavo viaggiando, decidono di rientrare a Ho Chi Minh prima del previsto, quindi vanno via lasciandomi solo tra le campagne vietnamite. E io, visto che le attrattive turistiche qui scarseggiano, decido passare il restante dei giorni facendo Couchsurfing e vivere un po’ la vita mondana vietnamita.

Saluto Zany e mi dirigo verso Sa Dec, un paese a sessanta chilometri dove incontro Jeanne, una franco-vietnamita, professione meditatrice, che alla domanda “dove vivi?” risponde “nel mio corpo”. Un po’ per sottolineare la sua forte spiritualità un po’ per far capire che non possiede una fissa dimora – così come il sottoscritto. Parliamo di viaggi, di meditazione, buddismo, karma, dharma e compagnia cantante. Facciamo visita alla vicina Xeo Quyt Forest, un posto incantato e rigoglioso, ricoperto di vegetazione pluviale, fiori di loto e esserini alati di ogni tipo. Passiamo tre giorni a chiacchierare, mangiare i manicaretti che la sua amica/donna factotum ci prepara e bere del terribile caffè vietnamita.

Mi rimetto in strada per tornare a Ho Chi Minh e terminare così il mio periplo del delta del Mekong, dopo 750 chilometri.

Brum brum paf paf. La ruota di dietro cede a pochi chilometri dall’arrivo. Proseguo quindi spingendo la moto fino a destinazione. Facendo finta di niente, ritiro il passaporto e scappo via.

Ciao Vietnam.

Alcune curiosità sul Vietnam:

  • ho letto da qualche parte che si possono contare più di 15000 piatti diversi in Vietnam, la maggior parte di questi sono zuppe; preparatevi a inzupparvi, a 30°C

  • i soldi, cibo e bevande si prostrano con un mano e con l’altra ci si tocca l’avambraccio (l’altezza dipende dal grado di rispetto che avete per la persona che avete davanti). Non abbiate paura.

  • nelle strade si suona per allertare il conducente di davanti, non per mandarlo a quel paese

  • quando si beve alcolici, si brinda ad ogni sorso: fate sorsi un po’ più lunghi se non volete alzare il bicchiere ogni cinque secondi

  • ai vietnamiti piace farsi foto con gli occidentali o semplicemente salutarli, preparatevi a sentirvi dei divi

  • ci sono più scooter che persone, ma questo non vuol dire che potete parlarci

  • i vietnamiti sono più ospitali di quello che la gente pensi

  • il libero campeggio è illegale e i locali sono obbligati a registravi alla polizia se vi vogliono ospitare

  • i posti letto sono forse i più economici al mondo, a volte si trovano motel a 1,5$ per persona

  • lo stipendio medio di un lavoratore è 200$, fatevi un esame di coscienza prima di cercare di contrattare per risparmiare cinquanta centesimi

  • sventolare la mano all’altezza del viso, che da noi vuol dire “sei scemo”, in Vietnam significa “non c’è”, “non è possibile”: non offendetevi

 

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