Nell’ultimo articolo parlai di Leo, un ragazzo argentino che incontrai in un locale. Nel giro di poco tempo diventiamo molto amici e, avendo entrambi più o meno lo stesso programma, decidiamo di organizzare un viaggetto di una settimana (l’impresa più grande è stata rispolverare le mie conoscenze di spagnolo!).

Noleggiamo uno scooter e ci avventuriamo per l’isola. Bali si rivela una sorpresa giorno dopo giorno e non riesco a biasimare gli australiani che hanno fatto di questo posto la meta preferita per le loro vacanze.

Guidare per Bali non è roba per tutti. Bisogna avere un forte spirito avventuriero ed essere pronti a tutto. Bisogna essere degli spericolati, per dirla tutta. Non esistono regole, o meglio, nessuno le rispetta. In moto si trasporta di tutto, frutta di ogni genere, pneumatici, polli e galline, tappeti, bidoni d’acqua, barbecue (!) e intere famiglie. Le mamme non si preoccupano minimamente di tenere il proprio figlio neonato in braccio che dorme mentre il marito guida e gli altri due figli sono aggrappati alla sua schiena. Il casco è solo un accessorio, i semafori rossi vengono rispettati solo nei grandi incroci, gli scooter invadono i marciapiedi, in entrambe le direzioni, anche nei sensi unici. Le bici non vengono considerate parte del traffico quindi se sei in mezzo alla strada in bicicletta le chance di venire buttato a terra da uno scooter o una macchina sono altissime. La polizia sembra inesistente. O meglio, è presente solo con i turisti. Il giorno di rientro, infatti, veniamo fermati e ci viene fatta una multa di una trentina di dollari visto che eravamo senza casco.

Alcune moto vengono letteralmente convertite in cucine ambulanti. La maggior parte vendono Bakso, palline di carne in brodo oppure sotto forma di spiedini aromatizzati con una deliziosa salsa agli arachidi. Altri invece vendono frittura mista di tofu, pollo, crocchette di arachidi etc. Il cibo di strada fa da padrone. Ogni dieci metri è possibile fermarsi in un chioschetto o un Warung, il ristorante locale, e riempirsi la pancia di riso. Ai palati sofisticati e alle persone leggermente schizzinose,però conviene stare alla larga da questi posti visto che il cibo è spesso ricoperto da mosche e non è raro trovare l’indonesiano di vecchie maniere che non si fa problemi a servirti il cibo con le mani.

La cucina indonesiana non è ricchissima, si basa principalmente di Nasi, il riso, accompagnato da carne e verdure, stufate o fritte. Tutto è molto speziato e abbastanza piccante (se ne fregano se tu gli dici che non lo vuoi piccante) anche se le verdure sono fresche (non sono sicuro delle carni invece).
Nei Warung non è raro trovare topolini che attraversano la sala e appena finisci di mangiare ti devi concedere una ventina di minuti per riuscire a far stemperare il tuo corpo: un bagno di sudore di venti minuti, per intenderci. Tutto sommato per soli tre dollari ne vale la pena.

Anche il dormire è abbastanza economico. Le Guesthouse, anche queste una dietro l’altra, offrono delle camere semplici, inserite all’interno di un giardino in stile indonesiano con piante tropicali, statue e minareti indù. L’aria condizionata è un lusso così come la doccia (non esiste il box doccia), per non parlare dell’acqua calda. Se si sceglie di prenotare nella maniera più economica possibile bisogna essere disposti a fare a meno di queste semplici cose. Di buono c’è che la colazione è quasi sempre inclusa, compresa di macedonia, thé o caffè, toast o pancake.

Per le strade ci è stato chiesto di comprare di tutto, qualsiasi tipo di droga – i Magic Mushroom vanno per la maggiore – ombrelli quando pioveva, massaggi, viagra, sesso, cibo e souvenir di ogni tipo.

In questi dieci giorni abbiamo visitato una miriade di templi, dove si paga sempre l’entrata e bisogna indossare sempre il Sarong (un telo da mettere sulle gambe, da non confondere con il pareo!). Purtroppo la parte più spirituale e religiosa, dove si prega e si effettuano tutte le cerimonie, non si può quasi mai visitare, quindi dopo un po’ i templi iniziano a essere sempre la stessa cosa…

Abbiamo attraversato la foresta pluviale dell’entroterra e affrontato le salite e le discese più ripide che abbia mai visto. Le strade sono completamente dismesse, nonostante i costanti lavori in corso e cantieri a cielo aperto, e la possibilità di scivolare nella sabbia o di inciampare in una fossa è altissima. E questo è ciò che è successo a Leo. Per fortuna niente di grave, se non qualche graffio alle gambe e alla moto.

La parte più affascinante del viaggio è stato il trekking nel Mt Batur, il vulcano più alto dell’isola.

Arriviamo a Kintamani, il paesello ai piedi della montagna, dopo un continuo sali e scendi, dove ci aspetta Yon, il padrone dell’ostello dove abbiamo deciso di pernottare. È una persona molto intelligente e onesta e dopo averci elencato le diverse cose che possiamo fare nelle vicinanze spendiamo tutto il pomeriggio a chiacchierare davanti a thé e diversi snack indonesiani offerti da lui. Dopo aver fatto un giro veloce in scooter e aver realizzato che il paesello vive nella povertà più estrema, rientriamo in ostello e andiamo a dormire presto. L’indomani mattina sveglia alle 3:30 del mattino. Con una guida affrontiamo un’oretta di scalata al buio fino ad arrivare in cima al vulcano dove assistiamo a un’alba spettacolare. Quasi in cima incontriamo Eddy (in realtà non mi ricordo il nome ma agli Indonesiani piace farsi chiamare così a quanto pare), un uomo di sessantadue anni che ogni giorno scala il vulcano con una bombola di gas e dei viveri da vendere poi ai turisti che arrivano a centinaia in cima al vulcano! E io che sudavo e pregavo che arrivasse la fine!

Una volta arrivati nel cratere del vulcano la guida ci cucina la colazione con uova e banane cotte con il vapore del vulcano!

Finito il trekking, per la gioia delle nostre ginocchia, affrontiamo la discesa, durante la quale incontriamo un comunità di scimmie con cui ci fermiamo a giocare per un momento.

Ritorniamo poi a Kuta dove uno shuttle ci viene a prendere per portarci al porto…all’ultimo minuto abbiamo deciso di andare a rilassarci alle Gili Islands per Natale!

Volevamo restare a Gili Trawangan per due giorni e poi muoverci in un’altra isola invece l’animo festoso dell’isola insieme alla tranquillità delle spiagge ci hanno convinto a rimanere per quasi una settimana!

Anche quest’isola, nonostante le migliaia di turisti che la invadono ogni giorno, è un’isola poverissima, dove non esistono le strade asfaltate, le macchine e le moto. I bambini giocano nelle pozzanghere mentre un bogan australiano ancora ubriaco dal giorno prima gli passa indifferente affianco abbracciando la sua ragazza in bikini. Le strade sono trafficate da carrozze trasportate da un cavallo, biciclette usate e strausate, animali di ogni genere, mucche, capre, galline e topi. La musica commerciale si mischia con la cantilena delle preghiere musulmane che partono dalla moschea.

Noi passiamo le giornate a chiacchierare in spiaggia, a goderci i tramonti, a fare snorkeling il pomeriggio e festa la notte.

Insomma, le prime due settimane di viaggio in Indonesia hanno preso tutta un’altra piega!

E ho paura che dovrò parcheggiare Bruna per altre due settimane visto che due grandissimi amici vengono a trovarmi in Malesia…!