Andrea Got Lost

Travelblog di un globetrotter

Categoria: Indonesia

Indocina Low Cost – Manuale di sopravvivenza

Avete intenzione di intraprendere un viaggio low cost nel Sud Est asiatico? Ecco una piccola guida pratica.

Iniziamo dalle regole d’oro:

  • stay calm e non incazzatevi. Nella maggior parte dei Paesi dell’Indocina, ogni manifestazione d’ira non è accettata. Se qualcosa non vi va giù e il primo istinto è quello di insultare la persona che avete davanti in stile Marrabbio, avete due tattiche, di cui, specialmente i thailandesi, sono dei gran maestri; sorridere e ringraziare, oppure rimanere impassibili, voltare le spalle e andare via senza spiccicare parola.

  • Allo stesso modo è bandita ogni espressione di eccessivo gaudio. Quando ridete, se avete una risata alla Paola Barale, è sempre bene mettersi una mano davanti alla bocca per nascondere ugola e carie dentali. E cercate di ridere moderando i decibel per favore.

  • Evitate anche ogni tipo di smanceria come baci e abbracci. Sono cose intime riservate alle mura domestiche.

  • Quando vedete un bambino frenate tutti gli istinti materni/paterni e mettetevi le mani in tasca. A meno che non sia il/la figlio/a di un vostro amico, evitate di accarezzargli la testa. Non è mica un cane. Anzi, se evitate di toccarlo proprio, fate meglio. I genitori potrebbero offendersi e non rivolgervi la parola per il resto della vostra vita (chissene, direbbe qualcuno di voi, ma non dimenticate che non siete a casa vostra).

  • I piedi sono la parte sporca del corpo, di conseguenza nessuno ne tiene cura e usarli per qualsiasi altra cosa che non sia camminare è segno di maleducazione. Non toccateveli, non indicate né toccate cose, persone e animali.

  • Massimo rispetto per i monaci. I posti di dietro nei mezzi pubblici son riservati a loro. Voi donne non potete toccarli o fissarli a lungo. E copritevi, per non indurre in tentazione. Al loro cospetto sempre mani giunte, inchino e ringraziamento. Loro non vi caccheranno di striscio, ma non fateci caso.

  • A proposito di mezzi pubblici, al telefono cercate di non fare delle grosse chiacchierate con la mamma. Ogni chiamata più lunga di un “mamma sto arrivando, puoi buttare la pasta, di a babbo di venire a prendermi” viene considerata irrispettosa. I fatti vostri non interessano a nessuno.

  • Il Re è il Re. Massimo rispetto, altrimenti rischiate di essere cacciati dal Paese (soprattutto in Thailandia).

Il cibo.

Inutile che chiediate il grado di piccantezza di un piatto (poco piccante, medio, molto piccante). O molto piccante o niente. Non esistono vie di mezzo. E spesso, anche se chiedete un piatto non piccante, preparate le papille gustative a un’esperienza hot. Il peperoncino è parte integrante della cucina del sud est asiatico quindi aspettatevi un faccia a faccia con questa spezia almeno una volta.

Stesso discorso con le altre spezie. A me, per esempio, non piace il coriandolo e nonostante chieda di non metterlo, qualche fogliolina ce la trovo sempre. Secondo me lo fanno a posta.

Dimenticate cappuccino e croissant per colazione. Lo cercherete per almeno una settimana poi lo sostituirete con caffè americano (o liofilizzato) e toast, per poi finire, dopo qualche giorno, a mangiare quello che mangiano i locali: riso o noodles con carne. Piccante ovviamente. Sostanzialmente quello che poi mangerete anche a pranzo. Solo che a colazione lo accompagnerete con del caffè.

Si contratta su tutto, tranne che sul cibo. Di solito.

Lo sticky rice viene mangiato come noi mangiamo il pane, e si mangia solo con le mani! Immaginate come guardereste voi una persona che mangia una fetta di pane con forchetta e coltello…
E nel vostro piatto aggiungete i condimenti in piccole razioni, non fate gli italiani affamati, non siete a un matrimonio in Sardegna.
Imparate come si dicono le parole base, legate alla cucina, nella lingua locale: riso, noodles, fritto, bollito, arrosto, carne e verdure. Soprattutto se decidete di andare per la via dello street food. Nelle bancarelle che si incrociano per strada l’inglese non esiste, tanto meno i menu. E spesso i vegetariani si trovano a sorseggiare riso con verdure in zuppa di maiale, senza neanche accorgersene.

I vegetariani, infatti, avranno tante gatte da pelare.

Acqua sempre in bottiglia se non volete avere dei continui appuntamenti con il wc. A proposito, portatevi delle salviette o dei fazzoletti. Se siete fortunati vi beccate un rotolo di carta igienica sul tavolo, ma è un lusso che si trova in pochi posti. Quindi se non volete pulirvi il muso con la parte interna del polso come fanno i locali, arrivate preparati.

Gli amanti della birra, come il sottoscritto, non verranno delusi. Non è delle migliori, ma è abbastanza bevereccia e si trova ovunque a prezzi ridicoli (io in Cambigia e in Thailandia l’ho trovata anche a 0,25$).

Volete pagare con la carta di credito? Ahahaha.

In casa

Ci sono tanti modi di venire ospitati e stare a stretto contatto con le comunità locali. Ci sono tante web community oramai con cui è possibile farlo: Couchsurfing, Warmshowers, Bedswapping, WithLocals, HelpX, Workaway, solo per citare le più famose.

Quando venite ospitati, però, non aspettatevi di avere tutte le comodità che si hanno in Europa.

Per esempio in bagno. Non mi sembra il caso di ricordarvi che il tanto amato bidet esiste solo in Italia e in pochissimi altri Paesi. Dimenticatevi pure la doccia. Se siete fortunati avrete il braccio a disposizione da dove esce acqua fredda, altrimenti vi dovrete arrangiare con un bacinella o una cisterna (simile ad un abbeveratoio per animali) e un catino. Non esagerate con il sapone mi raccomando che poi è difficile sciacquarlo via.

Niente più capriole e acrobazie varie in bagno. Lo spazio è ristretto e spesso dovete fare attenzione a non scivolare e mettere un piede nel wc. Di quelli alla turca, senza sciacquone. L’acqua per far scomparire i vostri prodotti la prendete dalla stessa cisterna con cui vi fate la doccia. Percentuale di umidità elevatissima, così come è alta la probabilità di convivere con qualche fungo tra le dita dei piedi per qualche settimana, o forse mese.

Portatevi uno specchio portatile visto che i bagni non ne son sempre forniti. E anche la carta igienica. Paradossalmente viene usata più in cucina che in bagno. Non chiedetemi come facciano loro perché non ho mai chiesto e non lo voglio sapere.

In casa avete un letto con materasso in lattice con doghe il legno di frassino e cuscino ergonomico? Nel sud est asiatico avrete un materasso soffice quanto un pezzo di legno di compensato ricoperto con plastica che vi farà sudare per la prima mezz’ora e addormentare tutti gli arti per il resto della notte. I cuscini, invece, non sono niente male.

In casa niente scarpe, mai, per nessuna ragione. Anche se spesso il pavimento della casa è più sporco dell’asfalto.

Abituatevi ad avere come coinquilini non solo persone ma anche animali: gechi e formiche sono onnipresenti. Poi se siete simpatici vi vengono a trovare anche tante altre bestie tra cui zanzare, bruchi, lucertole, ragni e topolini.

Le strade

Sporche, con sacchi di spazzatura in ogni angolo, ovunque andiate. In città, nel paese sperduto in campagna, al mare o all’interno di un parco nazionale. E un giorno ho capito pure perché. Mentre pedalavo ho incrociato un ragazzino, nel sidecar che guidava la mamma, con un braccio teso e all’inizio pensavo stesse facendo il tifo per me, invece dopo qualche secondo – visto che sto diventando sempre più orbo – ho notato che aveva una grossa sacca in mano che nel giro di qualche secondo butta a lato della strada. Praticamente avevano un sidecar pieno di sacchi della spazzatura accumulata in chissà quanto tempo e quello era il modo di riciclarla!

Le strade sono molto trafficate ma, al contrario di quello che si possa pensare, sono, la maggior parte delle volte, abbastanza sicure e trafficabili! Se avete guidato a Roma, potete guidare ovunque da queste parti. Qui però il clacson non si usa per mandare a quel paese, con tanto di dito medio alzato, chi ti sta davanti, ma per dire “ahbbello, guadda che so’ dietro e te sto’ pe sorpassà!”

Chiedere direzioni? Quasi inutile. A prescindere dalle difficoltà linguistiche, pare che ci sia una seria difficoltà nel accordarsi sulle direzioni da dare per raggiungere un luogo. Appena ponete la domanda, la prima reazione è simile a quella che avreste voi se un passante a caso vi mandasse a quel Paese. Sconcerto e confusione. La persona a cui chiederete ha quasi sempre bisogno di aiuto e quindi chiama qualcuno. Ne segue una discussione tra loro due, in lingua locale, di qualche minuto. Iniziano poi a rivolgersi a voi, sempre in lingua locale, sbracciando e indicando punti diversi. Chi conosce alcune parole di inglese dice left indicando la destra e right indicando la sinistra. Insomma, per porre fine a questo show dovete ringraziare il prima possibile, prendere il telefono e aprire Google Maps.

I mezzi pubblici

Volete andare a trovare una zia che si trova in un paesello sperduto nelle montagne del Laos? Non vi preoccupate, ci sarà sicuramente un bus che per un pugno di dollari (e anche qualche pugno di polvere, se vostra zia abita veramente in Laos) vi ci porterà, ovunque voi siate. In qualsiasi Paese è semplicissimo trovare bus che coprono distanze inverosimili. Pur di risparmiare, i backpacker si sottopongono anche a 40 (sí, quaranta!) ore di viaggio in bus. L’aria condizionata non manca mai, non abbiate paura.

Soprattutto in Thailandia, la maggior parte dei bus sono dei mostri giganteschi super comodi, in altri Paesi invece, come in Cambogia, gli spostamenti avvengono per lo più con dei mini van, e alla fine del viaggio c’è bisogno di un mesetto di riabilitazione fisioterapica.

Gli orari esistono ma non esistono. Nel senso che troverete il tabellone con gli orari, ma il bus non partirà fino a che non è del tutto pieno. E se si riempie prima dell’orario previsto, t’attacchi al treno (o al bus, in questo caso).

Nelle stazioni aspettatevi di essere assaliti dagli aguzzini che lavorano per le diverse compagnie. E se arrivare in tuk tuk aspettatevi che uno di loro vi rincorra e con un balzo salga sul tuk tuk per convincervi che la sua compagnia sia la più cheap.

Bus, treni, barche diventano spesso dei mercati dove si vende di tutto, cibo, amache e pela avocado.

Altre volte invece sembra di essere in un carro merci. La gente trasporta una quantità assurda di bagagli. Io ho visto trasportare materassi, scooter e persino polli.

Per finire, preparatevi a un cambiamento linguistico. Il vostro inglese regredirà, volente o dolente. Addio parole ricercate e strutture grammaticali complicate.

Hallo non sarà più un semplice hallo, ma sarà seguito sempre da Massaaage! Il same si ripete sempre due volte. I can’t si dice cannot. E cosi via…

Anni e anni di studio buttati al cesso.

Ancora Bali, ancora Indonesia

Nell’ultimo articolo parlai di Leo, un ragazzo argentino che incontrai in un locale. Nel giro di poco tempo diventiamo molto amici e, avendo entrambi più o meno lo stesso programma, decidiamo di organizzare un viaggetto di una settimana (l’impresa più grande è stata rispolverare le mie conoscenze di spagnolo!).

Noleggiamo uno scooter e ci avventuriamo per l’isola. Bali si rivela una sorpresa giorno dopo giorno e non riesco a biasimare gli australiani che hanno fatto di questo posto la meta preferita per le loro vacanze.

Guidare per Bali non è roba per tutti. Bisogna avere un forte spirito avventuriero ed essere pronti a tutto. Bisogna essere degli spericolati, per dirla tutta. Non esistono regole, o meglio, nessuno le rispetta. In moto si trasporta di tutto, frutta di ogni genere, pneumatici, polli e galline, tappeti, bidoni d’acqua, barbecue (!) e intere famiglie. Le mamme non si preoccupano minimamente di tenere il proprio figlio neonato in braccio che dorme mentre il marito guida e gli altri due figli sono aggrappati alla sua schiena. Il casco è solo un accessorio, i semafori rossi vengono rispettati solo nei grandi incroci, gli scooter invadono i marciapiedi, in entrambe le direzioni, anche nei sensi unici. Le bici non vengono considerate parte del traffico quindi se sei in mezzo alla strada in bicicletta le chance di venire buttato a terra da uno scooter o una macchina sono altissime. La polizia sembra inesistente. O meglio, è presente solo con i turisti. Il giorno di rientro, infatti, veniamo fermati e ci viene fatta una multa di una trentina di dollari visto che eravamo senza casco.

Alcune moto vengono letteralmente convertite in cucine ambulanti. La maggior parte vendono Bakso, palline di carne in brodo oppure sotto forma di spiedini aromatizzati con una deliziosa salsa agli arachidi. Altri invece vendono frittura mista di tofu, pollo, crocchette di arachidi etc. Il cibo di strada fa da padrone. Ogni dieci metri è possibile fermarsi in un chioschetto o un Warung, il ristorante locale, e riempirsi la pancia di riso. Ai palati sofisticati e alle persone leggermente schizzinose,però conviene stare alla larga da questi posti visto che il cibo è spesso ricoperto da mosche e non è raro trovare l’indonesiano di vecchie maniere che non si fa problemi a servirti il cibo con le mani.

La cucina indonesiana non è ricchissima, si basa principalmente di Nasi, il riso, accompagnato da carne e verdure, stufate o fritte. Tutto è molto speziato e abbastanza piccante (se ne fregano se tu gli dici che non lo vuoi piccante) anche se le verdure sono fresche (non sono sicuro delle carni invece).
Nei Warung non è raro trovare topolini che attraversano la sala e appena finisci di mangiare ti devi concedere una ventina di minuti per riuscire a far stemperare il tuo corpo: un bagno di sudore di venti minuti, per intenderci. Tutto sommato per soli tre dollari ne vale la pena.

Anche il dormire è abbastanza economico. Le Guesthouse, anche queste una dietro l’altra, offrono delle camere semplici, inserite all’interno di un giardino in stile indonesiano con piante tropicali, statue e minareti indù. L’aria condizionata è un lusso così come la doccia (non esiste il box doccia), per non parlare dell’acqua calda. Se si sceglie di prenotare nella maniera più economica possibile bisogna essere disposti a fare a meno di queste semplici cose. Di buono c’è che la colazione è quasi sempre inclusa, compresa di macedonia, thé o caffè, toast o pancake.

Per le strade ci è stato chiesto di comprare di tutto, qualsiasi tipo di droga – i Magic Mushroom vanno per la maggiore – ombrelli quando pioveva, massaggi, viagra, sesso, cibo e souvenir di ogni tipo.

In questi dieci giorni abbiamo visitato una miriade di templi, dove si paga sempre l’entrata e bisogna indossare sempre il Sarong (un telo da mettere sulle gambe, da non confondere con il pareo!). Purtroppo la parte più spirituale e religiosa, dove si prega e si effettuano tutte le cerimonie, non si può quasi mai visitare, quindi dopo un po’ i templi iniziano a essere sempre la stessa cosa…

Abbiamo attraversato la foresta pluviale dell’entroterra e affrontato le salite e le discese più ripide che abbia mai visto. Le strade sono completamente dismesse, nonostante i costanti lavori in corso e cantieri a cielo aperto, e la possibilità di scivolare nella sabbia o di inciampare in una fossa è altissima. E questo è ciò che è successo a Leo. Per fortuna niente di grave, se non qualche graffio alle gambe e alla moto.

La parte più affascinante del viaggio è stato il trekking nel Mt Batur, il vulcano più alto dell’isola.

Arriviamo a Kintamani, il paesello ai piedi della montagna, dopo un continuo sali e scendi, dove ci aspetta Yon, il padrone dell’ostello dove abbiamo deciso di pernottare. È una persona molto intelligente e onesta e dopo averci elencato le diverse cose che possiamo fare nelle vicinanze spendiamo tutto il pomeriggio a chiacchierare davanti a thé e diversi snack indonesiani offerti da lui. Dopo aver fatto un giro veloce in scooter e aver realizzato che il paesello vive nella povertà più estrema, rientriamo in ostello e andiamo a dormire presto. L’indomani mattina sveglia alle 3:30 del mattino. Con una guida affrontiamo un’oretta di scalata al buio fino ad arrivare in cima al vulcano dove assistiamo a un’alba spettacolare. Quasi in cima incontriamo Eddy (in realtà non mi ricordo il nome ma agli Indonesiani piace farsi chiamare così a quanto pare), un uomo di sessantadue anni che ogni giorno scala il vulcano con una bombola di gas e dei viveri da vendere poi ai turisti che arrivano a centinaia in cima al vulcano! E io che sudavo e pregavo che arrivasse la fine!

Una volta arrivati nel cratere del vulcano la guida ci cucina la colazione con uova e banane cotte con il vapore del vulcano!

Finito il trekking, per la gioia delle nostre ginocchia, affrontiamo la discesa, durante la quale incontriamo un comunità di scimmie con cui ci fermiamo a giocare per un momento.

Ritorniamo poi a Kuta dove uno shuttle ci viene a prendere per portarci al porto…all’ultimo minuto abbiamo deciso di andare a rilassarci alle Gili Islands per Natale!

Volevamo restare a Gili Trawangan per due giorni e poi muoverci in un’altra isola invece l’animo festoso dell’isola insieme alla tranquillità delle spiagge ci hanno convinto a rimanere per quasi una settimana!

Anche quest’isola, nonostante le migliaia di turisti che la invadono ogni giorno, è un’isola poverissima, dove non esistono le strade asfaltate, le macchine e le moto. I bambini giocano nelle pozzanghere mentre un bogan australiano ancora ubriaco dal giorno prima gli passa indifferente affianco abbracciando la sua ragazza in bikini. Le strade sono trafficate da carrozze trasportate da un cavallo, biciclette usate e strausate, animali di ogni genere, mucche, capre, galline e topi. La musica commerciale si mischia con la cantilena delle preghiere musulmane che partono dalla moschea.

Noi passiamo le giornate a chiacchierare in spiaggia, a goderci i tramonti, a fare snorkeling il pomeriggio e festa la notte.

Insomma, le prime due settimane di viaggio in Indonesia hanno preso tutta un’altra piega!

E ho paura che dovrò parcheggiare Bruna per altre due settimane visto che due grandissimi amici vengono a trovarmi in Malesia…!

Indonesia – Bali – prime impressioni

Mi sveglio al canto di un gallo. Anzi in realtà erano tanti galli, molto fastidiosi. Realizzo di essere a Bali solo quando apro gli occhi e mi sento l’umidità addosso come se avessi passato un notte con la febbre. È un caldo infernale, sembra di vivere all’interno di una sauna e si suda costantemente, anche quando si è fermi. L’umidità è quasi sempre al 90%.

Mi ricordo quando la sera prima, mentre rientravamo a casa sotto la pioggia, chiesi a James se in quei giorni stesse piovendo tanto. La risposta fu “si per un’oretta massimo poi smette”. Smise il pomeriggio del giorno dopo.

A metà mattinata mi faccio coraggio e decido di uscire di casa ed esplorare Kuta, il paese dove sto. Piove talmente forte che nonostante la mantella antipioggia, nel giro di dieci minuti, mi ritrovo zuppo dalla testa ai piedi. Le strade sono dominate dalla più totale anarchia. Non esistono regole, ma solo uno scopo: arrivare a destinazione senza essere tranciati da un motorino.

Mi ritrovo in balia del traffico e dell’acqua che piano piano inizia ad inondare le strade. Non riesco più a pedalare e decido camminare anche perché i tombini non si vedono più. Un infradito mi scappa nella corrente e nel tentativo di recuperarla finisco in un canale di scolo, con l’acqua che mi arriva fino al bacino. Ovviamente, telefono, macchina fotografica e borsellino erano nei pantaloni. Tutti salvi per fortuna.

Mi fermo in un Warung, un ristorante locale, dove mangio qualcosa per pranzo a soli tre dollari. Nel primo pomeriggio smette di piovere e in un locale incontro Leo, un ragazzo argentino, anche lui un viaggiatore solitario, con cui spendo tutto il pomeriggio.

L’indomani vado in un negozio di biclette per comprarmi un contachilometri e passo un’oretta a chiacchierare con Abdul, il simpatico meccanico che lavorava li. Mi offre un giro veloce in scooter, mi accompagna a comprare una scheda sim e alla fine mi chiede di stare a casa sua!

In città sono praticamente l’unico che gira con una bicicletta.

Nel pomeriggio vado a visitare l’affascinante tempio di Tanah Lot, a circa 30 km dalla città. Ci metto più di due ore per arrivarci visto che mi perdo continuamente e a quanto pare non esistono le periferie. Tutte le strade a Bali sono trafficate e caotiche. Orientarsi non è semplice visto che le strade non hanno i nomi segnati e il GPS del cellulare non funziona proprio quando ti serve.

In un modo o nell’altro riesco a rientrare a Kuta e incontrare Abdul, con cui ci fermiamo a mangiare in uno dei miliardi di stand che vendono street food e poi andiamo a casa sua. Scopro che anche qui non esiste la doccia. Ci si lava con delle bacinelle e con l’acqua fredda (poco male!). Passiamo il resto della serata a parlare un po’ della cultura indonesiana e un po’ di quella italiana.

Quando decisi di venire in Asia lo feci perché avevo bisogno di un confronto culturale intenso. E così è stato. La lingua, il cibo, il modo di fare della gente, lo stile di vita, sono tutte cose che avevo considerato e che non vedevo l’ora di viverle in prima persona. Non credevo che l’impatto fosse così forte però.

Chi era pronto ad andare in bagno e accorgersi che non esiste lo sciacquone tantomeno la carta igienica e mi sarei dovuto arrangiare con un catino? Chi era pronto ad ingurgitare quantita’ industriali di riso? Chi era pronto a sentirsi costantemente spossato dal caldo e dall’umidita’? Dovere contrattare qualsiasi cosa, dover comunicare a gesti e monosillabi, pedalare in mezzo al traffico impazzito? Io non ero pronto ma devo dire che mi sto abituando molto velocemente! 🙂

Partenza e arrivo a Bali

Eccomi qui, pronto a partire. Nuova avventura, nuovo blog.

È arrivato il momento di partire e finalmente riconosco quella sensazione. Sono pronto. Fino al giorno prima, infatti, mi sembrava di non esserlo. Mi sembrava di non riuscire a realizzare che stessi partendo, per l’ennesima volta. Pareva che stessi galleggiando in un limbo indefinito. Mi sembrava di perdere tempo e, piuttosto che pensare alla partenza e pianificare il viaggio, mi ostinavo a fare dell’altro. Di pianificare non ne avevo proprio intenzione. Non so bene perché. Quindi lasciai semplicemente passare il tempo.

Così arrivò il tanto atteso giorno.

“Andrea credo che il tuo volo sia stato cancellato.”

La notte prima della partenza credevo di aver fatto questo incubo. Credevo fosse un incubo dovuto dal quello strano presentimento che avevo ormai da giorni (insieme ai fumi dell’alcool del giorno prima). Invece no, erano le nove del mattino del 13 Dicembre, il giorno in cui avevo prenotato il volo da Sydney a Bali e quella era la voce di Josh, l’amico da cui ero ospite per una settimana che lavora per la stessa compagnia aerea.

Dopo attimi di panico riesco a farmi spostare sul volo del giorno dopo, quindi spendo un altro giorno a Sydney. Giusto per sperperare qualche soldo in più.

La notte non riesco a prendere sonno e la mattina dopo, appena spuntano i primi raggi di sole, mi sveglio con l’ansia di risentire di nuovo quella voce. Mi preparo e verso le dieci sono in aeroporto. Sette ore e mezza prima del volo, giusto per non mancare di prudenza.

Anche questa volta mi sentivo che qualcosa doveva andare storto, infatti, dopo mezz’oretta scopro che – diversamente da quello che credessi – è impossibile trovare una scatola in cartone con cui poter impacchettare Bruna. All’improvviso, però, si presenta quella che in molti chiamano una “bella botta di culo”. Vedo un signore che trasporta una bicicletta all’interno di un imballaggio uguale a quello che serviva a me.

Scusi le posso chiedere dove ha preso questo cartone? Chiedo.

L’ho presa in Svizzera, sono appena arrivato, se ti serve te la posso dare. Risponde lui.

Dopo aver ringraziato ripetutamente lo svizzero passo delle ore a cercare di mettere Bruna dentro quel che resta del cartone tutto sbrindellato e, tre ore prima del volo, faccio il check in.

Sento quell’adrenalina finalmente. Quell’adrenalina che non vedo l’ora di sentire ogni volta che prendo un volo, ogni volta che parto.

La Jetstar è una compagnia tremenda. Dopo essere partiti un’ora e mezza in ritardo e essermi fatto spennare per due bocconi al limite del commestibile, trascorro sei ore di volo affianco a due bambini viziati che hanno messo alla prova la mia tolleranza.

Arrivo a Bali con quasi due ore di ritardo, il mio bagaglio arriva dopo un’interminabile e agognata attesa. Il ragazzo da cui stavo ospite mi aspettava fuori da più di un’ora e dopo aver aspettato un Uber (l’unico modo di non farsi carciofare dagli assatanati taxisti all’uscita dell’aeroporto), arriviamo a casa verso l’una di notte. Fuori piove, si suda da fermi e l’umidità ti si appiccica addosso.

Nel giro di pochi istanti assisto a quello di cui parlano tutti: il traffico indonesiano. Una roulette russa. Motorini ovunque, il casco e i semafori rossi sono un’optional e le corsie pure. Persone che camminano in mezzo al traffico e driblano con nochalance le macchine che sfrecciano all’impazzata, spesso contromano. Nessuna precedenza, tutto è scandito dal suono del clacson. Le ragazze si siedono di lato come delle principesse e con i capelli all’aria salutano i turisti ai lati delle strade.

Benvenuto a Bali, mi dice l’autista.

© 2019 Andrea Got Lost

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