Andrea Got Lost

Travelblog di un globetrotter

Categoria: Racconti

Esperienza HelpX in Thailandia

Guarda il video in fondo all’articolo!

Dopo aver passato quasi un mese in Thailandia, tra party con gli amici, festival, spiagge, isole, città e parchi nazionali, prima di addentrarmi nel nord del Paese, decisi di fare un’esperienza speciale, quindi durante la permanenza a Bangkok pensai di affidarmi alla web community HelpX, la quale mi è stata utile diverse volte, soprattutto durante il mio viaggio in Australia.

Una delle più grandi lacune di questo Paese è la conoscenza della lingua inglese, quindi molte scuole cercano degli insegnanti anglofoni. Alcune di queste scuole, però, non si possono permettere di pagare un’insegnante d’oltreoceano quindi spesso vanno alla ricerca di volontari.

Mandai una decina di mail e dopo due giorni mi risponde Ms. Siwaporn Anuwiang, conosciuta da tutti come Kan o, meglio ancora, Gun. Dopo uno scambio di email per la presentazione del progetto e per accordare le condizioni, decisi di partire dopo due giorni alla volta di Wang Nam Kheow, un villaggio di nessuno sa quanti abitanti situato nell’omonima provincia, a circa 250 km a nord di Bangkok.

Gli abitanti e gli studenti della scuola non si aspettavano certamente di vedere arrivare un ragazzo barbuto in sella ad una bicicletta carica di bagagli!
Nel pomeriggio avevo appuntamento con Gun nella scuola, la quale mi accoglie calorosamente.

La scuola stava chiudendo, quindi ci dirigemmo a casa sua e subito mi spiegò le regole della casa, poche ma essenziali. “Essendo un progetto autofinanziato e le risorse sono poche, a volte devi partecipare alle spese per il cibo, in casa non si usano scarpe, Gun cucina e tu fai i piatti, le statue religiose presenti in casa non si toccano”.

La casa era una classica abitazione indipendente thailandese. Molto umile, di legno, rialzata per proteggerla dalle inondazioni nella stagione delle piogge, con pochi mobili, due stanze, una cucina, un bagno e un soggiorno. Non proprio ben curata, ma ormai ho capito che i thailandesi non badano al decoro della propria casa come facciamo in Italia.

Oltre me e Gun, la casa era abitata da diverse creature, gechi (ovunque), formiche e insetti di varia natura. Ma anche questa ormai era diventata un’abitudine.

Visto che in casa faceva ancora un caldo soffocante, ci sedemmo nella veranda a parlare fino all’ora di cena. Sempre in stile thailandese, Gun stese un telo in terra e lo riempie di tanti piatti con diverse leccornie da accompagnare al riso. Alla fine, feci fatica ad alzarmi.

L’indomani è venerdì, primo giorno di scuola per me, ultimo giorno di scuola della settimana per gli studenti. Alle otto eravamo già a scuola, che si trovava a un centinaio di metri dall’abitazione di Gun, e venni presentato alle altre cinque insegnanti e al preside della scuola. Sembrava essere un giorno importante visto che tutte le insegnanti indossavano abiti tradizionali thailandesi, quindi passammo una decina di minuti a farci foto.

Il mio compito in classe era quello di affiancare l’attività di Gun, interagendo con i ragazzi e cercare di fare conversazione con loro, anche se ammetto che all’inizio non è stato semplice dato che nessuno parlava l’inglese.
Rimasi nella scuola fino alle tre del pomeriggio e ad un certo punto Gun mi disse “sali in macchina, andiamo a farci il fine settimana a Korat, con mio figlio”!
Passammo quindi il fine settimana a Korat, una città a 80 km a Nord, con suo figlio e la famiglia. Anche qui, purtroppo, nessuno parlava inglese, quindi la comunicazione fu ai minimi termini.

Il lunedì successivo era il mio compleanno. Gli alunni mi cantarono la canzone di auguri e una bambina, un po’ più tardi, entrò in aula per regalarmi una piccola saponetta a forma di fiore. Uno dei regali più belli mai ricevuti.
La sera decisi di fare una bella spaghettata alla carbonara per festeggiare. Era da mesi che desideravo un piatto italiano!

Rimasi nella scuola per due settimane, lavorando dal lunedì al venerdì per quattro ore al giorno, e nei weekend visitammo altre città, amici e parenti. Inoltre, a volte Gun, impegnata in altre faccende scolastiche, mi lasciava solo in classe in balia degli alunni, ma inventando qualche giochetto e mettendo in atto le mi abilità da intrattenitore, devo dire che non me la cavai male…

Inutile dire l’unicità di quest’esperienza. Sono entrato a contatto con la cultura thailandese al 100%. Ho dovuto adattarmi alle loro abitudini (mangiare in terra per esempio e farsi ogni giorno la doccia con una bacinella e acqua fredda) e scoperto alcune nuove cose che non si possono assolutamente fare (toccare i bambini sulla testa o puntare qualcosa con i piedi per esempio).
La terra del sorriso mi ha accolto magnificamente, anche se a volte si creavano delle incomprensioni dovute appunto dalla diversità culturale (quando per esempio un giorno feci una telefonata a un amico mentre ero su un bus e dopo mezz’ora mi accorsi che tutti mi guardavano male – mai e poi mai fare una telefonata personale su un mezzo pubblico).
Inoltre ho imparato che la vita dei thailandesi si basa sul carpe diem e su decisioni prese all’ultimo minuto. In un momento ti trovi in aula che fai lezione e cinque minuti dopo, senza saperlo, ti ritrovi in una macchina verso una direzione sconosciuta. In un momento ti trovi in un ristorante e cinque minuti dopo, sempre senza saperlo, ti ritrovi a casa di una sconosciuta, solo, tu e lei, perchè a lei quello sembrava il momento più opportuno per farti visitare la sua bellissima casa. Ho fatto serate a base di whiskey locale e passato ore a ridere senza capire quello che la gente si diceva. Ho partecipato alla conversione a monaco di un abitante del paese. Ero pur sempre il falang, lo straniero, ma almeno i negozi e i ristoranti non mi facevano il prezzo da turista, quindi in un certo modo a volte mi sentivo uno di loro. Ho mangiato talmente tanto da sentirmi costantemente stanco e spesso facevo difficoltà ad alzarmi dal tavolo (o meglio, da terra). Ogni giorno era ricco di sorprese.
Ma soprattutto ogni giorno era ricco di sorrisi, e questo è l’aspetto che più mi ha riempito il cuore.

Un’esperienza unica, che spero di ripetere nuovamente in qualche altro Paese qui nel sud est asiatico.

Ho cercato di documentare quest’esperienza con un breve video. Spero ti piaccia!

Ho fatto un sogno…

Ho fatto un sogno. Come capita per tutti i sogni, ho solo delle immagini sbiadite, ma ricordo bene ogni sensazione.

Ero in un luogo sperduto, forse un posto in mezzo al verde, a metà tra la campagna e il centro di un paese. Ecco, ora ricordo, credo che fossi nel mio paese natale, in Sardegna. Eravamo in un locale con le sedie e i tavoli di legno. Un legno che aveva però un odore diverso, un odore sconosciuto. Eravamo all’aperto, era buio, e tutt’intorno c’era il canto delle cicale e tanti altri animali notturni che non avevo mai sentito prima. Ero circondato da persone che ridevano e scherzavano. Inebriati dai fumi dell’alcool, erano felici, a turno facevano delle battute mentre tutti gli altri stavano zitti e dopo qualche attimo di silenzio tutti riprendevano a ridere sguaiatamente. C’era un’atmosfera conviviale, nell’aria c’era il sapore dell’amicizia. Molti di loro non li avevo mai visti prima ma in qualche modo pareva che fossimo amici di una vita. Non so p erché, ma io non capivo i discorsi, le battute, però ridevo lo stesso, preso da tutta quella positività e allegria. O forse ero preso anche io dai fiumi dell’alcool.

Sul tavolo c’erano bottiglie di birra e di whisky, tutte vuote. E cibo. C’era una quantità incredibile di cibo. Qualcuno ogni tanto portava un piatto nuovo. Nell’aria c’era profumo di carne e di alcool. Tra una sorsata e l’altra tutti prendevano una forchettata dal piatto centrale e lo portavano alla bocca, assaporando con gusto. Io ero sempre li che in silenzio osservavo e tra una risata e l’altra mangiavo un boccone. Mi sentivo pieno, ma come sempre mi accadeva in Sardegna, non riuscivo a smettere di mangiare. Spesso in realtà era mia nonna che non mi faceva smettere…

Che bello tornare a casa. Devo dire che non mi capita spesso di fare questi sogni, di riportare alla mente tutti questi odori, questi sapori, queste sensazioni.

C’era qualcosa di strano però. Quello che bevevo non sapeva di Ichnusa né di mirto, tanto meno di acqua vite. E quello che mangiavo era speziato, tanto speziato. Era tutto buonissimo ma niente sapeva di maialetto arrosto né di gnocchi alla campidanese. E in tavola non c’era il pane carasau o il pane di mio zio.

Ero stanco, volevo rientrare, ma come sempre i miei amici non volevano che rientrassi e siccome a me non ci vuole tanto per persuadermi, restai lì a lungo. Mi stavo divertendo, quindi non mi dispiaceva rimanere.

Qualche ora più tardi finalmente riuscii a rientrare a casa. Mi addormentai subito.

Sa wa dee ka!’ Buongiorno Andrea!
Il giorno dopo, come ogni mattina, Gun – la donna Thailandese che mi ospita – mi saluta, facciamo colazione e andiamo insieme a scuola. I bambini ci aspettano.
Sul tragitto vedo un locale all’aperto, con le sedie e i tavoli di legno. Sul tavolo ci sono bottiglie di birra e di whisky, tutte vuote.

© 2019 Andrea Got Lost

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