Andrea Got Lost

Travelblog di un globetrotter

Categoria: SEA – South East Asia (page 2 of 4)

Arrivo in Laos, prime impressioni

Lascio Chiang Rai di primo mattino e mi dirigo verso il confine con il Laos..il momento è arrivato!
Fa caldo e nel primo pomeriggio, dopo circa ottanta chilometri, risento il dolore alle ginocchia. Ma questa volta il dolore è accompagnato pure da un fastidio ai tendini della parte di dietro della gamba..!
Cerco di non pensarci canticchiando a voce alta “Laos I’m coming..!!” (una canzone che non esiste). Cerco anche di godermi il paesaggio ma oltre la strada e i campi coltivati a pochi metri non riesco a vedere. Tutto il resto è coperto da una fitta nube bianca. Una nube, scopro in seguito, che si crea da anni in questo periodo a causa dell’inquinamento proveniente dalla Cina. In più in questo periodo dell’anno vengono appiccati fuochi stagionali un po’ ovunque.
Non vedevo l’ora di attraversare il ponte che attraversa il Mekong e collega la Thailandia con il Laos, invece scopro che gli aguzzini non te lo permettono, costringendoti a prendere un bus e pagare cinque dollari per cinque minuti di viaggio.
Ottengo il visto alla dogana (il poliziotto mi ha offerto una birra, quindi ha guadagnato mille punti) e mi dirigo verso Huay Xai, il paesino subito dopo il confine.
Noto subito che moto e macchina vengono verso la mia direzione e penso che gli autisti del Laos siano più spericolati di quelli Thailandesi, invece dopo un un paio di metri capisco che quello contro mano sono io. In Laos si viaggia sulla destra, e non essendo più abituato mi viene difficile tenerla..che strana sensazione!
Con grande dispiacere noto la grossa differenza con la Thailandia, che si trova giusto dall’altra parte del fiume. Il Laos è uno dei Paesi più poveri al mondo e ottengo conferma di questo dopo i primi chilometri. Vacche, galline e topi popolano le strade. Le fogne scorrono a cielo aperto sui bordi delle strade, davanti alle case e ai ristoranti.
In strada inizio a chiedere direzioni per il paesino, c’è chi mi dice di andare a sinistra, chi a destra, chi mi dice che dista cinque chilometri, un altro dieci, un altro cinquanta. Chiedo altre informazioni ma la risposta è sempre la stessa: sorriso ebete in faccia e un continuo “yes yes”. Mi affido quindi al gps.
Scopro in breve che tutte le Guest House costano sopra i dieci dollari e questo mi sconvolge dato che ero abituato a pagare la metà. Per il cibo idem, tutto costa paradossalmente più della Thailandia! In seguito mi spiegano che questo dipende dal fatto che in questo Paese non si produce quasi niente e tutto è importato dai Paesi limitrofi..
Noto inoltre l’invasione cinese in ogni angolo. Ovunque cantieri e nuove costruzioni con cartelli scritti in cinese. Mi dicono in seguito che il governo Cinese sta incentivando l’emigrazione verso queste zone pagando una somma al mese alle famiglie che decidono di vivere e comprare casa qui…

Anche qui le montagne che circondano il Mekong sono coperte da una fitta coltre di debbia bianca…

Nel frattempo il dolore alle ginocchia è aumentato e non mi sento pronto per la scavalcata delle montagne a Nord, quindi a malincuore decido di prendere una barca per andare a Luang Prabang. Un lungo e lento viaggio di due giorni…
Viaggio in battello sul Mekong, relax totale circondato da scenari unici. Era quello che mi aspettavo.
La realtà invece era un po’ diversa. Appena arrivo al porto, un assistente mi fa capire che la bici andrà a finire sul tetto. Addio bici, penso. Affondata nel Mekong, mica male come fine. Passo le sette ore a guardare i lati del battello e vedere se ci fosse qualche bicicletta volante. Ma per fortuna tutto va liscio. Il battello si riempie di turisti, tutti i posti (sedili di seconda mano provenienti da qualche sfascia carrozze) sono pieni e non c’è posto per muoversi. Dopo un po’ alcuni iniziano a sdraiarsi in terra e crearsi un posticino comodo sopra la montagna degli zaini dispersi un po’ ovunque. Un paio di minuti dopo la partenza, il battello si ferma. In mezzo al fiume, in balia della corrente. Nel giro di qualche istante capiamo che siamo in avaria. A quanto pare il timone ha smesso di funzionare. Veniamo traghettati dunque di nuovo al porto, con qualche difficoltà. Una volta arrivati al porto cambiamo imbarcazione, penso. Invece no, a quanto pare il timone ha deciso di funzionare di nuovo quindi ripartiamo. Bene, penso, almeno io e Bruna affonderemo insieme.

L’acqua del fiume è marrone e a pelo d’acqua galleggiano sacchi di plastica pieni di spazzatura, bottiglie di plastica, infradito e scarpe di ogni genere. Il capitano fa slalom tra le diverse rocce che spuntano ovunque.
Le montagne che ci circondano si possono scrutare a malapena, coperte sempre da quella foschia che ormai ricopre ogni cosa.
Affianco a me inizia a crearsi una combriccola di americani che fanno festa con casse di birra e che iniziano a schiamazzare e parlare di argomenti stupidissimi.
Io restio mi metto le cuffie nelle orecchie e ammiro il paesaggio. Cerco di rilassarmi e godermi quel poco che si vede e, massaggiandomi le ginocchia, riesco finalmente a perdermi con i pensieri tra le montagne.
Di tanto in tanto scorgiamo i villaggi nascosti tra la foresta, mucche che si abbeverano (o si avvelenano) ai lati del fiume e i bambini che ci fanno il bagno. Delle scene mai viste prima, molto affascinanti ma in qualche verso molto tristi. Soprattutto mi ha fatto venire tanta tristezza vedere i bambini guardarci incantati mentre praticamente ognuno sulla barca, compreso me, li fotografava.

Prima di arrivare a Luang Phrabang si fa sosta a Pak Beng, un piccolo e povero villaggio tra le montagne. Nel momento in cui arriviamo al porticciolo vedo una decina di imbarcazioni messe tutte in fila e centinaia di turisti ammassarsi davanti ai tuk tuk pronti a partire.

È in questo momento che tutte quelle barche mi sembrano dei salvadanai e noi le monete che ruzzolano fuori. Mi viene voglia di scappare da tutto ciò, decido quindi di fare lo slalom tra i locali che cercano di offrirci di tutto, e inizio a pedalare verso le montagne fino a che non fa buio. Riesco a trovare un posto abbastanza appartato con vista Mekok…finalmente ho trovato quello che cercavo!
Piazzo la tenda e mi sdraio. Dopo un’oretta noto che il paesino è completamente al buio e le montagne vengono illuminate solo dal chiarore della luna.

Vengo svegliato da delle voci che urlano verso la mia direzione. Esco dalla tenda e un gruppo di quattro persone mi puntano la luce in faccia e solo dopo qualche istante riesco a scorgere dei mitra spianati. Solo uno di loro riesce a dire qualche parola in inglese. Mi controllano il passaporto, che gli do pensando di non riaverlo mai più, mi perquisiscono i bagagli e mi fanno capire che non posso stare li. Restituendomi il passaporto, mi fanno smontare la tenda e mi dicono di seguirli verso la Guest House più vicina. Non capisco dove mi stiano portando perché la strada è completamente buia e prendiamo un’altra direzione rispetto a quella che avevo preso io per arrivare in quel posto. Mi fermo in continuazione per chiedergli dove stessimo andando! Terrore.
Alla fine riconosco il porto e vengo portato nella Guest House più cara del paese. Dopo un po’ mi addormento con un sorriso sulla faccia..

Il giorno dopo, un po’ più rilassato, mi sveglio e riprendo il battello per Luang Prabang.

Ultime settimane in Thailandia – mai fare piani

A volte mi chiedo per quale motivo mi ostino a fare dei piani, visto che ogni volta che lo faccio, questi piani vanno a farsi benedire.

Per esempio avevo pianificato un itinerario per arrivare a Chiang Mai, nel nord della Thailandia. Ci ho messo giorni, ho cercato di seguire le strade secondarie e meno trafficate. Avevo calcolato i giorni fino alla fine del visto e tutto filava liscio.

Smack smack, baci e abbracci, saluto Gun e gli amici che mi hanno fatto compagnia durante le settimane passate nella scuola. Rimonto in sella pompatissimo e con una voglia incredibile di riprendere a pedalare. Inizio di nuovo a cantare da solo, a salutare chiunque incrocio per la strada, ad essere inseguito dai cani e a mangiare riso con le mani mentre pedalo. Cose di ordinaria routine insomma. Dopo una ventina di chilometri inizio a sentire un disturbo al ginocchio, poi all’altro. Poi dopo altri venti chilometri il fastidio inizia ad essere un dolore fino a che, dopo un’ottantina di chilometri, il dolore diventa un raffica di scosse. Morale della favola non riesco né a pedale tanto meno a camminare. Panico e sconforto. Per fortuna arrivo a Pak Chong, un paesino dove trovo per caso una stazione dei treni. Che faccio? Dopo qualche minuto di indecisione capisco che non ha senso fermarmi in quel paesino quindi decido di proseguire in treno per Phitsalunok, dove avevo appuntamento con un signore che mi avrebbe ospitato. Entro e chiedo:

«Scusi quand’è il prossimo treno per Phitsanulok?»

«Parte tra dieci minuti, deve cambiare a Ayutthaya»

Ayutthaya è una famosa e bellissima cittadina storica un po’ più a nord di Bangkok che avrei voluto tanto visitare quindi ne approfitto e rimango li tre giorni, con la speranza che il problema alle ginocchia svanisca.

Prenoto online un ostello e quando arrivo il ragazzino alla reception mi dice che sono in overbooking. «Però c’è lo stanzino dello staff dove c’è un letto, se vuoi puoi stare li per stanotte, a metà prezzo», mi dice. «Ok, affare fatto».

Faccio un giro della città, visito tutte le rovine, i templi e i mercati galleggianti. E finalmente scambio due chiacchiere con qualche backpacker. Così male non è andata dai, anche se il dolore alle ginocchia non passa, nonostante gli antinfiammatori e il riposo (va bene lo confesso, qualche giretto in bici per la città l’ho fatto – furbo no?). Decido quindi di riprendere il treno.

Viaggiare in treno in Thailandia è un esperienza unica, sembra di essere al mercato. In ogni stazione salgono venditori di qualsiasi cosa, noodles e riso cucinato chissà quando, spiedini, succhi di frutta in dei sacchetti di plastica, bevande varie, pela avocado e persino amache! Nell’aria c’è un odore indefinito che sembra un po’ di cibo andato a male e un po’ di piedi (andati male anche loro).

Attraverso praticamente la Thailandia, faccio più di quattrocento chilometri, sette ore di viaggio, a soli 56 Baht (circa 1,50€).

Arrivo a Phitsanulok dove mi aspettano Mark, sua moglie e Mia, la figlia di due anni. Mark, di origine inglese ma residente in Thailandia da quasi quindici anni, mi porta a visitare la città, in ospedale per fare le visite al ginocchio e poi mi fa scoprire un tempio dove lui va a passare i pomeriggi. Il monastero dove si trova è un vero e proprio centro di aggregazione; si gioca a bocce, si fa ginnastica, si beve un tè dal sapore fortemente amaro e si fa la sauna, aromatizzata alla citronella. C’è proprio una bella atmosfera quindi decido di tornarci nuovamente, ogni giorno.

Poi Mark mi fa vedere un centro per i massaggi thai: «qui fanno anche dei corsi e sono tra i più economici della Thailandia». «Mmh, ok mi hai convinto».

Quindi decido di rimanere per una decina di giorni a Phitsanulok per imparare a camminare sulle persone…

In tutta la città, ma soprattutto dentro il monastero, c’è veramente una buona atmosfera. Trovandosi in riva al fiume, c’è sempre una brezza piacevole che alleggerisce il caldo soffocante. Il tempio principale è circondato da ruderi abbastanza vecchi e abbandonati che danno un tocco di fascino in più. Dietro il cortile signori di tutte le età si sfidano a bocce, entrano e escono dalla sauna aromatizzata con erbe, bevono un intruglio di erbe dal colore rossastro – amarissimo, ma a detta loro con poteri benefici – e fanno goffamente degli esercizi fisici. Ognuno ha il suo angolo preferito per meditare e nell’aria c’è odore di incenso.
Non riesco a conversare tanto visto che anche qui l’inglese non lo parla nessuno, ma con i loro sorrisi e i loro inchini mi fanno sempre sentire benvenuto e parte di quella piccola comunità.

Col passare dei giorni si diffonde la voce che io sia “the teacher” e quindi alcuni monaci ne approfittano per prendere un paio di lezioni, a gratis chiaramente.

Una delle tante cose che ho imparato qui in Thailandia, è il rispetto verso “il maestro”. La figura del maestro, di colui che ti insegna, è onorata e rispettata, sotto ogni sua forma. Una persona che trasmette conoscenza, che insegna, merita rispetto e riconoscenza…

Proseguo per Chian Rai, nell’estremo nord del Paese, e ne approfitto per fare un po’ il turista e andare a visitare quello che la città e i suoi dintorni hanno da offrire con una macchina noleggiata con Louis, un ragazzo belga conosciuto poco dopo il mio arrivo. Uno dei tour più brutti che abbia mai fatto.

La città in sé non è niente male. E al contrario di quello che mi aspettavo, non è invasa di turisti – forse anche perché è bassa stagione.
Avevo voglia di fare trekking nei dintorni della città ma a quanto pare nessuna agenzia accetta viaggiatori solitari. Tutti chiedono un massimo di due persone. E fargli capire che mi sarei potuto aggiungere a qualche altro gruppo è stato inutile.

Il mio visto sta per scadere e non nascondo che non vedo l’ora di attraversare il confine ed entrare in Laos..

La Thailandia è mare, storia, templi, buddismo, cibo, spiagge e natura. E attraversarla on the road ti fa assaporare tutto questo a 360 gradi.

Ho messo insieme alcune immagini..enjoy!  😀

Nang Yai – Lo spettacolare teatro delle ombre in Thailandia

La Thailandia non è solo mare, templi, parchi nazionali, cibo e divertimento. La terra thailandese è ricca di cultura e tradizioni.

Mi trovavo a Wang Nam Kheow, un piccolo paese a nord di Bangkok dove facevo volontariato in una scuola e insegnavo inglese ai bambini. Con Gun, la maestra di inglese della scuola che mi ospitava, abbiamo deciso di passare un weekend tra Lopburi (la città delle scimmie) e Singburi. Gun è una donna intelligente a cui piace tanto il suo Paese quindi ogni settimana decide di prendere un bus per andare a visitare i posti più belli della Thailandia.

‘Andiamo a Singburi’, mi disse, ‘ti faccio una sorpresa’.

Una volta a Singburi abbiamo prenotato una macchina con autista per l’intera giornata. Gun mi parlava di tutti gli aneddoti che sapeva sulla città e di tanto in tanto mi traduceva quello che le diceva l’autista, che abitava da sempre a Singburi.

Dopo aver girato in lungo e in largo per templi e vecchie rovine, l’autista ci ha portato in una scuola di Nang Yai, lo spettacolo delle ombre, dove abbiamo avuto il piacere di assistere a un backstage delle prove tutto per noi.

Lo Nang Yai ha una storia molto antica – si pensa sia nato intorno al quindicesimo secolo – che abbraccia molti paesi del sud est asiatico ma è soprattutto in Thailandia che viene portato avanti con cura e viene tutt’oggi considerato una forma di arte vera e propria.

Nel Nang Yai, attraverso il movimento delle marionette, si raccontano diverse vicende, che possono essere di semplice vita quotidiana o di imprese belliche. In principio era uno spettacolo riservato per le famiglie reali ma poi con il tempo diventò uno spettacolo per tutta la popolazione.

La particolarità del Nang Yai consiste nel fatto che le marionette non sono dei burattini mobili ma sono delle sagome statiche mosse attraverso due stecche, di bambù o semplice legno, che vengono tenute dai burattinai stessi, e mosse dietro uno schermo retroilluminato (rigorosamente incorniciato da stringhe di tessuto rosso). Come sottofondo si ha la musica tradizionale, spesso con orchestra dal vivo e una voce narrante.

Le performance vengono svolte all’interno dei teatri oppure all’aperto, nel centro del paese.

Le sagome sono delle vere e proprie opere d’arte, vengono ricavate dalla pelle di mucca o di bufalo, intagliate e disegnate in ogni minimo dettaglio. Molte di queste sono antichissime e non potendo più essere maneggiate per pericolo di rovinarle, vengono esposte nei musei (in delle urne illuminate) o all’interno delle scuole stesse, dando la possibilità ai visitatori di ammirarne ogni minimo dettaglio.

Esistono diversi tipi di spettacoli di ombre, un’altra versione nota è il Nang Talung, dove le marionette raccontano anche delle barzellette.

Lo spettacolo delle ombre stava per estinguersi ma il duro lavoro di alcuni burattinai lo riportò alla luce e ora la cultura del Nang Yai viene preservata ma soprattutto promossa in alcuni templi, soprattutto nel norde est della Thailandia: Khanon a Rachaburi, Wat Plub a Petchaburi, Wat Sawang Arom a Singburi, Wat Pumarin a Samut Songkram e Wat Donin a Rayong.

Il maestro Ka Nit e i suoi alunni ci hanno regalato uno spettacolo tutto per noi!

Esperienza HelpX in Thailandia

Guarda il video in fondo all’articolo!

Dopo aver passato quasi un mese in Thailandia, tra party con gli amici, festival, spiagge, isole, città e parchi nazionali, prima di addentrarmi nel nord del Paese, decisi di fare un’esperienza speciale, quindi durante la permanenza a Bangkok pensai di affidarmi alla web community HelpX, la quale mi è stata utile diverse volte, soprattutto durante il mio viaggio in Australia.

Una delle più grandi lacune di questo Paese è la conoscenza della lingua inglese, quindi molte scuole cercano degli insegnanti anglofoni. Alcune di queste scuole, però, non si possono permettere di pagare un’insegnante d’oltreoceano quindi spesso vanno alla ricerca di volontari.

Mandai una decina di mail e dopo due giorni mi risponde Ms. Siwaporn Anuwiang, conosciuta da tutti come Kan o, meglio ancora, Gun. Dopo uno scambio di email per la presentazione del progetto e per accordare le condizioni, decisi di partire dopo due giorni alla volta di Wang Nam Kheow, un villaggio di nessuno sa quanti abitanti situato nell’omonima provincia, a circa 250 km a nord di Bangkok.

Gli abitanti e gli studenti della scuola non si aspettavano certamente di vedere arrivare un ragazzo barbuto in sella ad una bicicletta carica di bagagli!
Nel pomeriggio avevo appuntamento con Gun nella scuola, la quale mi accoglie calorosamente.

La scuola stava chiudendo, quindi ci dirigemmo a casa sua e subito mi spiegò le regole della casa, poche ma essenziali. “Essendo un progetto autofinanziato e le risorse sono poche, a volte devi partecipare alle spese per il cibo, in casa non si usano scarpe, Gun cucina e tu fai i piatti, le statue religiose presenti in casa non si toccano”.

La casa era una classica abitazione indipendente thailandese. Molto umile, di legno, rialzata per proteggerla dalle inondazioni nella stagione delle piogge, con pochi mobili, due stanze, una cucina, un bagno e un soggiorno. Non proprio ben curata, ma ormai ho capito che i thailandesi non badano al decoro della propria casa come facciamo in Italia.

Oltre me e Gun, la casa era abitata da diverse creature, gechi (ovunque), formiche e insetti di varia natura. Ma anche questa ormai era diventata un’abitudine.

Visto che in casa faceva ancora un caldo soffocante, ci sedemmo nella veranda a parlare fino all’ora di cena. Sempre in stile thailandese, Gun stese un telo in terra e lo riempie di tanti piatti con diverse leccornie da accompagnare al riso. Alla fine, feci fatica ad alzarmi.

L’indomani è venerdì, primo giorno di scuola per me, ultimo giorno di scuola della settimana per gli studenti. Alle otto eravamo già a scuola, che si trovava a un centinaio di metri dall’abitazione di Gun, e venni presentato alle altre cinque insegnanti e al preside della scuola. Sembrava essere un giorno importante visto che tutte le insegnanti indossavano abiti tradizionali thailandesi, quindi passammo una decina di minuti a farci foto.

Il mio compito in classe era quello di affiancare l’attività di Gun, interagendo con i ragazzi e cercare di fare conversazione con loro, anche se ammetto che all’inizio non è stato semplice dato che nessuno parlava l’inglese.
Rimasi nella scuola fino alle tre del pomeriggio e ad un certo punto Gun mi disse “sali in macchina, andiamo a farci il fine settimana a Korat, con mio figlio”!
Passammo quindi il fine settimana a Korat, una città a 80 km a Nord, con suo figlio e la famiglia. Anche qui, purtroppo, nessuno parlava inglese, quindi la comunicazione fu ai minimi termini.

Il lunedì successivo era il mio compleanno. Gli alunni mi cantarono la canzone di auguri e una bambina, un po’ più tardi, entrò in aula per regalarmi una piccola saponetta a forma di fiore. Uno dei regali più belli mai ricevuti.
La sera decisi di fare una bella spaghettata alla carbonara per festeggiare. Era da mesi che desideravo un piatto italiano!

Rimasi nella scuola per due settimane, lavorando dal lunedì al venerdì per quattro ore al giorno, e nei weekend visitammo altre città, amici e parenti. Inoltre, a volte Gun, impegnata in altre faccende scolastiche, mi lasciava solo in classe in balia degli alunni, ma inventando qualche giochetto e mettendo in atto le mi abilità da intrattenitore, devo dire che non me la cavai male…

Inutile dire l’unicità di quest’esperienza. Sono entrato a contatto con la cultura thailandese al 100%. Ho dovuto adattarmi alle loro abitudini (mangiare in terra per esempio e farsi ogni giorno la doccia con una bacinella e acqua fredda) e scoperto alcune nuove cose che non si possono assolutamente fare (toccare i bambini sulla testa o puntare qualcosa con i piedi per esempio).
La terra del sorriso mi ha accolto magnificamente, anche se a volte si creavano delle incomprensioni dovute appunto dalla diversità culturale (quando per esempio un giorno feci una telefonata a un amico mentre ero su un bus e dopo mezz’ora mi accorsi che tutti mi guardavano male – mai e poi mai fare una telefonata personale su un mezzo pubblico).
Inoltre ho imparato che la vita dei thailandesi si basa sul carpe diem e su decisioni prese all’ultimo minuto. In un momento ti trovi in aula che fai lezione e cinque minuti dopo, senza saperlo, ti ritrovi in una macchina verso una direzione sconosciuta. In un momento ti trovi in un ristorante e cinque minuti dopo, sempre senza saperlo, ti ritrovi a casa di una sconosciuta, solo, tu e lei, perchè a lei quello sembrava il momento più opportuno per farti visitare la sua bellissima casa. Ho fatto serate a base di whiskey locale e passato ore a ridere senza capire quello che la gente si diceva. Ho partecipato alla conversione a monaco di un abitante del paese. Ero pur sempre il falang, lo straniero, ma almeno i negozi e i ristoranti non mi facevano il prezzo da turista, quindi in un certo modo a volte mi sentivo uno di loro. Ho mangiato talmente tanto da sentirmi costantemente stanco e spesso facevo difficoltà ad alzarmi dal tavolo (o meglio, da terra). Ogni giorno era ricco di sorprese.
Ma soprattutto ogni giorno era ricco di sorrisi, e questo è l’aspetto che più mi ha riempito il cuore.

Un’esperienza unica, che spero di ripetere nuovamente in qualche altro Paese qui nel sud est asiatico.

Ho cercato di documentare quest’esperienza con un breve video. Spero ti piaccia!

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