Andrea Got Lost

Travelblog di un globetrotter

Categoria: Thailandia (page 2 of 3)

Ho fatto un sogno…

Ho fatto un sogno. Come capita per tutti i sogni, ho solo delle immagini sbiadite, ma ricordo bene ogni sensazione.

Ero in un luogo sperduto, forse un posto in mezzo al verde, a metà tra la campagna e il centro di un paese. Ecco, ora ricordo, credo che fossi nel mio paese natale, in Sardegna. Eravamo in un locale con le sedie e i tavoli di legno. Un legno che aveva però un odore diverso, un odore sconosciuto. Eravamo all’aperto, era buio, e tutt’intorno c’era il canto delle cicale e tanti altri animali notturni che non avevo mai sentito prima. Ero circondato da persone che ridevano e scherzavano. Inebriati dai fumi dell’alcool, erano felici, a turno facevano delle battute mentre tutti gli altri stavano zitti e dopo qualche attimo di silenzio tutti riprendevano a ridere sguaiatamente. C’era un’atmosfera conviviale, nell’aria c’era il sapore dell’amicizia. Molti di loro non li avevo mai visti prima ma in qualche modo pareva che fossimo amici di una vita. Non so p erché, ma io non capivo i discorsi, le battute, però ridevo lo stesso, preso da tutta quella positività e allegria. O forse ero preso anche io dai fiumi dell’alcool.

Sul tavolo c’erano bottiglie di birra e di whisky, tutte vuote. E cibo. C’era una quantità incredibile di cibo. Qualcuno ogni tanto portava un piatto nuovo. Nell’aria c’era profumo di carne e di alcool. Tra una sorsata e l’altra tutti prendevano una forchettata dal piatto centrale e lo portavano alla bocca, assaporando con gusto. Io ero sempre li che in silenzio osservavo e tra una risata e l’altra mangiavo un boccone. Mi sentivo pieno, ma come sempre mi accadeva in Sardegna, non riuscivo a smettere di mangiare. Spesso in realtà era mia nonna che non mi faceva smettere…

Che bello tornare a casa. Devo dire che non mi capita spesso di fare questi sogni, di riportare alla mente tutti questi odori, questi sapori, queste sensazioni.

C’era qualcosa di strano però. Quello che bevevo non sapeva di Ichnusa né di mirto, tanto meno di acqua vite. E quello che mangiavo era speziato, tanto speziato. Era tutto buonissimo ma niente sapeva di maialetto arrosto né di gnocchi alla campidanese. E in tavola non c’era il pane carasau o il pane di mio zio.

Ero stanco, volevo rientrare, ma come sempre i miei amici non volevano che rientrassi e siccome a me non ci vuole tanto per persuadermi, restai lì a lungo. Mi stavo divertendo, quindi non mi dispiaceva rimanere.

Qualche ora più tardi finalmente riuscii a rientrare a casa. Mi addormentai subito.

Sa wa dee ka!’ Buongiorno Andrea!
Il giorno dopo, come ogni mattina, Gun – la donna Thailandese che mi ospita – mi saluta, facciamo colazione e andiamo insieme a scuola. I bambini ci aspettano.
Sul tragitto vedo un locale all’aperto, con le sedie e i tavoli di legno. Sul tavolo ci sono bottiglie di birra e di whisky, tutte vuote.

Massaggio Thai for dummies

Il massaggio Thai ha una storia più che centenaria. Si fonda su leggende e tecniche tramandate oralmente. Esistono diverse tecniche, diversi stili e diverse scuole di pensiero. Il massaggio Thai è diverso dal massaggio occidentale. Quello occidentale, quello che tutti noi europei conosciamo, si basa su sfregamenti della massa muscolare con olii essenziali. Il massaggio tipico thailandese, invece,  si basa su compressioni di punti specifici e non è consentito l’uso di olii.

Ognuno, in realtà, ha la sua tecnica. In più di un mese, attratto dal suono degli “haaallo massaaage” che proviene da ogni angolo, ho ceduto e mi son fatto fare diversi massaggi, tutti diversi l’uno dall’altro.

La verità è che la maggior parte delle persone che si sottomettono (sì, credo sia proprio la parola giusta) al massaggio Thai non sanno a cosa vanno incontro. Si aspettano un’ora di relax inebriati dall’odore di incensi e rilassati nel silenzio della sala ventilata da enormi ventilatori. Si aspettano un’ora di piacere.

Le loro aspettative, però, scompaiono nel momento in cui appoggiano la testa nel cuscino e una signorina si adagia comodamente appoggiando le proprie rotule sulla parte esterna della loro coscia.

Quando dico “compressioni di punti specifici” intendo dire che usano le loro dita, delle mani e dei piedi, le loro ginocchia, i talloni e i loro gomiti per andare attraverso il tuo muscolo, come se lo volessero perforare, fino a toccare l’osso.
In un primo momento, la prima cosa che ti viene in mente è quella di alzarti e scappare oppure sferzare con un sinistro la causa dei tuoi mali in segno di difesa.
Dopo un paio di minuti invece ti convinci che tutte quelle sofferenze avranno un riscontro benefico sul tuo corpo, quindi inizia la fase di sopportazione. Puoi trattenere il respiro, gemere, contorcere la bocca, far girare gli occhi bianchi in stile esorcista, sospirare, tentare di fargli capire che tutto stai provando tranne che piacere con suoni come “autch”, “ohh”,”ahh”..ma niente. Non hai scampo. Devi imparare a sopportare il dolore.

Una volta che tutti i tuoi muscoli sono stati trapassati, inizia la fase sumo. Il massaggiatore inizia a incrociarti le braccia dietro il collo abbracciandoti con le sue gambe intorno alla tua vita e con uno stiramento ti fa schioccare tutte le ossa del corpo in un solo movimento. Con due mani ti afferra la testa e con una mossa simile a quella che si vede nei film – quella che si usa per ammazzare la gente – ti fanno suonare tutti i legami che collegano la testa al corpo. Ti fanno sdraiare a pancia in giù, ti prendono le braccia e, seduti con le ginocchia sulle tue natiche, ti afferrano le braccia e te le tirano come se avessero in mano due redini e le tirano fino a toglierti il respiro. Poi per finire, con le mani giunte, salutano la parte lesa del tuo corpo dando dei piccoli colpetti come per chiedere scusa e con un Kop Khun Kaa (grazie), ti invitano ad alzarti e ad uscire dalla sala. E tu, pensando di essere appena stuprato, vai via, pensando ai benefici del massaggio thailandese.

Da Phuket a Bangkok su due pedali

Terminata la prima grande tappa thailandese da Phuket a Bangkok. 850 km, 15 giorni, passando per le zone più remote della Thailandia meridionale ed evitando, quasi sempre, le strade principali.

Alla via più veloce e più sicura abbiamo preferito le foreste e i piccoli villaggi. Abbiamo percorso strade sterrate, non sapendo bene dove stessimo andando. L’importante è avere il mare sempre a destra, questa era la regola. Abbiamo chiesto ospitalità a delle piccole famiglie che vivevano nelle classiche e modeste abitazioni tailandesi, abbiamo incrociato allevatori alle prese con le loro bestie, osservato gli agricoltori che si prendevano cura del loro campo e altri che si crogiolavano al sole sopra un’amaca tutta rattoppata.

Abbiamo visto degli uomini prendere le noci di cocco con delle scimmie al guinzaglio ammaestrate, anziani che aprivano poi le noci con le loro mani. Ci siamo fermati a comprare dai venditori ambulanti che vendevano manicaretti e frutta locale freschissima e super saporita coltivata lì a un paio di metri: durian, jackfruit, longan, mangostani, litchi, mango, banane, passion fruit, ananas, angurie (anche una varietà con la polpa gialla) e tanti altri di cui non conosco neanche il nome. Le papaie, invece, le abbiamo rubate direttamente dagli alberi.
Abbiamo visto le famiglie di pescatori che con cura mettevano a essiccare al sole il pesce appena pescato, attraversato dei parchi nazionali che ci hanno regalato tramonti spettacolari, dormito con una comunità di buddisti, in riva a un fiume, in mezzo alla foresta di banane, nei bungalow tipici thailandesi e in tenda sulla spiaggia, a due passi dall’acqua.

Abbiamo tenuto un ritmo molto lento, gustandoci ogni piccolo dettaglio, le persone anziane che ci guardavano spaesate, i bambini che ci salutavano e ci inseguivano con gli scooter, le donne che ci sorridevano, i cani che ci rincorrevano in branco e le zanzare che la sera, puntuali, ci divoravano prima che facessimo in tempo a metterci lo spray.

Che colori e che profumi. Il profumo dolce e mistico degli incensi dati in dono alle divinità si confondeva con l’odore forte di shampoo proveniente dai capelli al vento delle ragazze che ti superavano in scooter. Senza casco, ovviamente. L’odore putrido dei Durian messi ad essiccare al sole si mischiava al rancido degli alberi che emanavano un odore simile alla citronella. Il forte ma piacevole odore di pesce al sole copriva l’odore salmastro del mare.

La comunicazione. Inesistente, ahinoi. In due settimane abbiamo avuto a che fare con tre persone che conoscevano un paio di parole di inglese, per il resto del tempo la nostra comunicazione era a dir poco primordiale. Chicchirichi, muuu, oink oink NO! Voleva dire “qualcosa di vegetariano per favore” (un concetto complicatissimo qui, a quanto pare sono più confidenti con i vegani!). Mani giunte sulla guancia e poi messe a triangolo per indicare il tetto di una casa voleva dire “possiamo campeggiare qui?”. “Andrea, Violette e indice puntato verso l’interlocutore stava per “come ti chiami?”. Insomma, la comunicazione era difficile, anche per esprimere i concetti basilari.
Dopo un paio di giorni ci siamo fatti tradurre un frasario che mostravamo orgogliosi nei momenti di bisogno. Cercare di pronunciare l’intera frase era inutile visto che il thai, essendo una lingua tonale, non è facile da pronunciare. E visto che di solito interloquivamo nei momenti del bisogno, non volevamo creare strane incomprensioni.
Dio, o chi per lui, benedica Google Translator!

Pedalare nella maggior parte delle strade tailandesi è semplice e piacevole, a differenza dell’Australia, per esempio, c’è sempre una corsia abbastanza larga dedicata alle moto e alle biciclette. Nessun roadtrain che ti spazza via dalle strade, nessuno slalom tra cadaveri di canguri.

Man mano che ci avvicinavamo a Bangkok il traffico, insieme al vento in faccia, si faceva sempre più fastidioso, per questo decidiao di farci gli ultimi cento chilometri in treno. Un treno simile alle littorine degli anni ’50 presenti in Sardegna. Nella stazione dove l’abbiamo preso, a Cha Am, si usava ancora il telegrafo! Nessuno ovviamente parlava inglese e il biglietto ci è costato poco meno di tre euro.
Il viaggio  è stato molto piacevole.

E ora eccoci qui a Bangkok. Niente più pescatori solitari ma autisti di tuk tuk che ti chiedono se ti serve un passaggio nonostante tua sia sopra la tua bicicletta. Niente più odore di incensi ma di smog e macchine che ti smarmittano in faccia. Niente più villaggi con poche persone ma orde di gente che spintona per andare a visitare il Gran Palace. Niente più templi immersi nel silenzio ma templi straccolmi di asiatici che smanettano con macchine fotografiche e telefonini. Niente più buoi e galli che scorrazzano per le strade ma solo grosse pantegane che sbucano dalle fogne. Nessuna capanna ma solo cememento e grossi cartelloni pubblicitari.
Bangkok è affascinante nonostante tutto. Tanta storia, architettura, offerta culturale e buona cucina. Multiculturale al punto giusto.

Ma non è proprio il posto che fa per me in questo momento, quindi, udite udite, vado in un villaggio a circa 260 km da qui, a insegnare inglese ai bambini di una scuola che non si può permettere di pagare un insegnante. Non so per quanto tempo…ma stay tuned, che vi farò sapere.

Dormire con una comunità di buddisti – prima esperienza

tuiriUn viaggio on the road in Thailandia non è tale se non si fa almeno un’esperienza in un tempio con dei monaci buddisti, si dice. Ci viene in mente proprio questo quando poco prima del tramonto incappiamo in un cartello con una freccia a destra con scritto “Tempio 500 metri”.

Andiamo? Andiamo.

Mentre arriviamo al campo un gruppo di monaci si avvicina col sorriso e ci accoglie chinando il capo e giungendo le mani.

Salve, volevamo chiedervi se potevamo stare qui per la notte.

Silenzio.

English?

Silenzio.

Saranno nel ramadam del silenzio o non capiscono? Mi chiedo.

Sleep. Dico, aiutandomi con il gesto delle mani.

Uno di loro fa di si con il capo e ci indica un posto, affianco al nuovo tempio in costruzione, dove poter stare. Vista su un promontorio coperto di palme di banano: “Vue à cinq ètoiles!” Esclama Violette. Dietro di noi un albero con una vecchia statua di un Buddha incastrato nel tronco.

Mentre montiamo le tende, Pam (un’impresa chiedergli il nome!), uno dei più giovani, ci indica il bagno dove poter fare una doccia. Mi porta in uno stanzino con un cesso alla turca e la solita bacinella piena d’acqua. Appena finiamo di darci una pulita, una signora arriva con due mega porzioni di riso ai frutti di mare, dei citrioli e dell’acqua (per cui non ha accettato neppure un Baht), un altro arriva con un prolunga e una presa per la corrente, l’altro installa una luce vicino alle nostre tende e un altro ancora mette una corda tra un albero e l’altro per stendere le nostre cose. Poi spariscono tutti. Una scena surreale.

Io e Violette, increduli, ci sediamo nel tavolino li vicino e iniziamo a mangiare e pensare a quanto adoriamo questa terra e i tailandesi, sempre così accoglienti, gentili e sorridenti.

Ci addormentiamo con il suono dei mantra buddisti e il silenzio della notte.

L’indomani mattina ci svegliamo, ci prepariamo e i monaci ci salutano a malapena, intenti a lavorare. Neanche il tempo di un selfino insieme.cicloturismo,

Primi giorni in compagnia, Phuket-Khao Sok National Park

Come ogni notte prima di ogni partenza, anche quella della domenica appena passata l’ho passata in bianco, o quasi. Alle sei suona la sveglia e nel giro di neanche mezz’ora sono già in sella a Bruna. Percorro la strada che ho fatto per una settimana. Avevo paura di non farcela visto che sudavo ancora birra e le salite erano della strade verticali. Invece nel giro di un’oretta e mezza arrivo in aeroporto e trovo subito Violett alle prese con Falcon, la sua bici, che mi saluta con un caloroso abbraccio e un bacio sulla guancia. Iniziamo bene, penso.

Finalmente attraversiamo il ponte che mi porta fuori da quel luogo di perdizione chiamato Phuket. Ciao, a mai più rivederci.

Quando mi giro, Violett non c’era più. Il mio acuto senso altruista ha fatto cilecca anche questa volta. L’aspetto per un attimo e subito mi accorgo che i nostri ritmi sono alquanto diversi…

Sarà questione di abitudine, penso.

Ci dirigiamo al Lampi National Park, dove però troviamo chiuso. Il Ranger di turno però ha pietà di noi e ci lascia fare una doccia. Doccia per modo di dire ovviamente. Vi ricordo che in molti posti del Sud Est asiatico la doccia non esiste, e consiste in un rubinetto con un secchio.

Ci rinfreschiamo a dovere e proseguiamo, o meglio, proseguo. Poi mi fermo ogni tanto per aspettare Violett.

Sarà questione di abitudine, perso.

Ci fermiamo per mangiare qualche snack e per cenare con il mio piatto preferito, il Pad Thai (i noodles tailandesi). Di sera, poco prima del tramonto, troviamo un posto dove piazzare le tende in mezzo alla foresta. Desolato, penso.

Dopo qualche oretta, due cani che abbiano inferociti mi svegliano. Bene, esperienza tailandese finita qui. Game over. Chi l’avrebbe pensato di finirla così, divorato da dei cani randagi nel mezzo della foresta pluviale in Thailandia. Per fortuna ho fatto l’assicurazione proprio qualche giorno fa, penso, cercando invano un’arma con cui difendermi. Subito dopo vedo una luce che si aggira tra gli alberi. Un signore con uno schiocco di bocca richiama i cani. Pfiu, son salvo!

Ora devo vedermela con il padrone di questo campo però, penso. Invece appena mi affaccio vedo in penombra un signore anziano che fa degli intagli sugli alberi e appena mi vede mi saluta e continua nel suo lavoro.

Questi intagli servono per far produrre un latte particolare che viene poi raccolto in dei contenitori messi sulla base dell’albero. Attività svolta da una signorina che passa dopo un paio di ore, svegliandomi nuovamente, nel pieno della notte.

Anche questa notte, insomma, la passo quasi in bianco.

Fuori c’è silenzio, finalmente. La luna è piena e illumina tutta la foresta. Il rumore del vento che sbatte sulle palme sopra le nostre teste si alterna con quello delle cicale, o di chissà quale altro strano insetto. Mi fermo a guardare la luna e a pensare: che bella che sei.

L’indomani mattina mi sveglio alquanto tardi e trovo Violette già pronta che mi aspetta. Mentre mi preparo a mia volta, un’anziana signora intenta a tagliare delle foglie ci saluta e con un gesto delle mani ci invita a casa (parolone) sua, non lontano da dove avevamo messo le tende, per mangiare qualcosa. Caffè con dei manicaretti di riso avvolti su foglie di palma di banano. La carica giusta.

Eccola qui, la prima comunicazione a gesti del viaggio. Quello che aspettavo da tempo. Nell’entroterra tailandese, infatti, l’inglese non si sa cosa sia.
Con grandi difficoltà riesco a capire che la signora abitava li, in mezzo alla foresta, da sempre. Aveva due figli, un maschio e una femmina, e due nipoti. Tutti vivevano a Phuket. Ho avuto poi la conferma quando la “conversazione” si stava facendo abbastanza complicata e la signora decide di chiamare il figlio che parlava qualche parola di inglese. Grazie mille e buona fortuna per tutto, ci dice alla fine!
Dopo aver ringraziato ripetutamente la simpatica signora ci dirigiamo vero le cascate dove ci immergiamo per un’oretta.

Riprendiamo a pedale, fermandoci solo per smangiucchiare qualcosa e per fare qualche foto. Cambiamo piani e rotta almeno tre volte.
La sera campeggiamo in mezzo a una foresta di palme.
In lontananza sentiamo crepitare e scopriamo che a pochi chilometri da noi c’è un grosso incendio. Bene, se non sono stati i cani randagi sarà un incendio, penso. Invece nel giro di mezz’ora non si sente più niente e esausti ci addormentiamo.

Il giorno dopo ci svegliamo sani e salvi. Montiamo in sella ma dopo una decina di chilometri troviamo delle terme naturali dove ci fermiamo, facciamo colazione in un chioschetto e ci immergiamo per un paio di orette. In seguito arriviamo al Khao Sok National Park – dopo una lunga e faticosa scalata per le montagne – dove volevamo fare un trekking veloce, invece il posto è talmente bello che decidiamo di fermarci una notte e fare una gita in canoa lungo il fiume. Il posto è molto turistico con prezzi leggermente più alti della media, ma ne vale assolutamente la pena. Soddisfatti della giornata, ceniamo e ci rinchiudiamo nel bungalow.

« Older posts Newer posts »

© 2019 Andrea Got Lost

Theme by Anders NorenUp ↑