Il Laos è unico, mi hanno sempre detto. E io dentro di me, stupidamente, ho sempre pensato come potesse essere così tanto diverso dai Paesi vicini.

Eppure questa differenza l’ho notata non appena ho attraversato il ponte che collega il Laos alla Thailandia.

In silenzio ho iniziato ad osservare incredulo l’aria di povertà presente in tutti gli angoli. Credevo di essermi abituato alle condizioni di vita del sud est asiatico, ma a quanto pare in Laos non esiste il limite del peggio. Le galline, le capre, i cinghiali, i topi, le mucche che popolano tranquillamente le strade e si confondo con il traffico degli scooter guidati da bambini senza casco hanno un colore diverso. La magnifica natura selvaggia ha un altro colore. E tutto si accende di innumerevoli e tristi contrasti. Le montagne si colorano di mille sfumature di blu. Il colore marrone del Mekong si confonde con il marrone delle capanne lungo il fiume. Le imbarcazioni dei pescatori si confondono con gli elefanti che pascolano lungo le sponde del Mekong. I bambini coperti di fango giocano beatamente con l’acqua inquinata. Le capanne si alternano a ristoranti e ai resort con vista panoramica appena costruiti. Alcune sponde sono collegate tra loro da dei ponti di bamboo, che quasi mai sopravvivono alla stagione delle piogge.

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Percorrendo le strade ci si riempie i polmoni di polvere. La mascherina diventa una parte integrante del viso. E per le strade le persone vendono il cibo ricoperto da un sottile strato giallognolo.
Tutto il resto è verde. Un verde leggermente sbiadito dalla coltre di nube bianca che ricopre ogni cosa. Un’immensa e infinita nube di fumo e di inquinamento.

Arrivo a Luang Prabang dopo due giorni di battello. Nonostante i dolori persistenti alle ginocchia decido di farmi un giro della città in bicicletta. Mi perdo per le vie polverose, percorro le strade lungo il fiume e mi siedo ad ammirare un meraviglioso tramonto, con un sole enorme e di fuoco che si rispecchia sulle acque del fiume, per poi nascondersi dietro le montagne. Ceno in uno dei ristorantini lungo il fiume e faccio un giro ai mercatini notturni, dove si può trovare di tutto, cartoline fatte a mano, gioielli e souvenir fatti dai resti delle bombe trovate nei campi minati, tessuti di vario genere e cibo a volontà!

Il giorno dopo, faccio conoscenza con dei ragazzi, prendiamo un tuk tuk e andiamo a vedere le meravigliose cascate di Muang Si, a quindici chilometri fuori città. L’offerta di attività outdoor nei dintorni è infinita. Escursioni in kayak, arrampicata, crociera sul Mekong, escursione con gli elefanti, trekking, visita ai villaggi ect ect. Io decido di prenotare una meravigliosa escursione giornaliera in kayak.
A neanche metà escusione andiamo a finire su uno scoglio e, per non far rovesciare il kayak, faccio un balzo verso l’esterno dimenticando di avere la macchina fotografica in grembo, quini bye bye foto.

Guardare un elefante mentre mastica è come guardare il fuoco..L’escursione vale ogni singolo centesimo. Pagaiare in mezzo a quelle formazioni rocciose e tutto quel silenzio è un esperienza unica. Ogni tanto incrociamo qualche pescatore e qualche gruppo di bufali che riposa beatamente nelle acque fresche del Mekong. Infine andiamo a visitare delle grotte e il villaggio di elefanti.

Faccio conoscenza con altri ragazzi e passiamo un bel po’ di tempo a ridere e scherzare.
Inizio a sentirmi più un backpacker che un avventuriero cicloviaggiatore.

Spendo quattro giorni qui in attesa che il dolore alle ginocchia passi ma niente, quindi prendo un bus all’ultimo minuto per Vang Vien, una cittadina a sud.

Il viaggio è uno dei più bei viaggi in bus che abbia mai fatto. I paesaggi sono mozzafiato. La strada, la 13, che attraversa da nord a sud tutto il Vietnam non è altro che una stradina di montagna tutta dissestata, a tratti in sterrato, dove a malapena c’è spazio per due corsie. Attraversiamo dei villaggi fatti con case di bamboo e facciamo slalom tra animali di vario genere.

Nel bus c’è l’aria condizionata ma una furbona decide di aprire il finestrino, facendo entrare tutto il caldo e la polvere che nel giro di qualche ora ricopre tutte le valigie e i sedili.

Mi mangio le mani in un solo boccone al pensiero che avrei potuto attraversare quella strada in bici invece sono seduto col naso sul vetro, rosicando e massaggiandomi le ginocchia! Che rabbia.

Dopo sei lunghe ore di viaggio arrivo finalmente a destinazione.

Van Vieng è un piccolo paese lungo il fiume e alle sue spalle si innalza una magnifica catena montuosa. Questo paese però, non è famoso per la sua bellezza naturale ma per le centinaia di backpackers che lo invadono, alla ricerca di oppio, meta anfetamine e marijuana. E litri di birra, ovviamente.

L’attività principale è il tubing. Ossia lasciarsi trasportare dalla corrente del fiume su delle ciambelle, bere litri di birra e arrivare alla fine del percorso più ubriachi possibili. Anni fa il governo ha dovuto intervenire visto che decine e decine di ragazzi hanno perso la vita.

Io incontro non uno, non due ma ben quattro ciclisti quindi passiamo un paio di giorni insieme a scambiare racconti di viaggio (niente anfetamine o oppio, giuringiurello).

Siccome non mi va di stare con le mani in mano decido di fare un po’ di trekking ai piedi delle montagne li vicino e verso l’ora di pranzo, quando fuori fa un caldo bestiale, visito alcune grotte.

Mi fermo per tre giorni..e anche qui il dolore alle ginocchia non sembra passare…

Prendo un altro bus per andare a Vientiane, la capitale, sia per comprare una macchina fotografica nuova che per visitare un medico…che mi ha detto che devo riposare per almeno due mesi..!
Con il morale un po’ a terra prendo un altro bus e mi dirigo verso sud, prima a Pakse, dove mi fermo due giorni e visito il Bolaven Plateau insieme ad altri ragazzi, poi ci dirigiamo tutti insieme alle 4000Islands, al confine con la Cambodia.
Ora mi ritrovo qui che ciondolo su un’amaca..a pensare al resto del viaggio!