Andrea Got Lost

Travelblog di un globetrotter

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Mollo tutto e vado a vivere in un’isola della Cambogia – part 2

..segue da qui..

A partire dalle sei del pomeriggio tutto cambia e la baia acquisisce un qualcosa di magico. 20160510_181309 20160510_182935Al tramonto il cielo si dipinge di colori indescrivibili a parole. Il cielo si infiamma e tutti lo ammirano in silenzio. Tutti seduti sul porticciolo, che sembra quasi la via d’accesso al paradiso.

Per terra sbucano conchiglie con dentro i molluschi che corrono da una parte all’altra e nell’aria c’è una leggera brezza che trasporta l’odore di bbq e di pesce alla griglia.

Gli esseri umani che vivono o mettono piede in questa baia, sono un altro aspetto interessante di questo piccolo micro-mondo.

Ci sono i cambogiani di passaggio che, come ho già detto, vengono rincorsi dai cani razzisti per tutta la spiaggia fino a che non spariscono. Spesso si stendono nelle nostre amache non curanti dei nostri sguardi alla “scusi, questo sarebbe il nostro resort”.

Captain!

Captain!

Con i colleghi cambogiani si comunica attraverso l’uso di una sorta di esperanto composto da 10 parole in inglese e 10 parole in khmer (o simili) e tanti, tantissimi gesti – ognuno diventa un mimo pro dopo alcune settimane. È stata una bella sorpresa scoprire quante piacevoli e esilaranti conversazioni si possono avere con un repertorio linguistico così limitato.

La comunicazione diventa ancora più fluida quando si ingurgita qualche bicchiere di birra (o whiskey cambogiano da due dollari a bottiglia) in più. E questo succede praticamente un giorno si e l’altro pure. In queste serate può succedere di tutto. A volte vedi Kie, il nuovo capitano, che corre in mutande verso il porto. Così, senza motivo. Altre volte vedi un altro collega che rincorre una mucca con una fionda in mano. Wansi, il piccolo della famiglia, che gioca sopra una barca di polistirolo nel laghetto melmoso dietro il resort, le cuoche che dormo nel ristorante distese per terra, i clienti giapponesi che mentre si fanno il bagno utilizzano le giacchette di sicurezza come vassoio galleggiante per sostenere le birre, e tante, tantissime altre scene che a volte ti fanno pensare di essere parte di un fumetto di Topolino.

Qui, il concetto spazio temporale è alterato da una serie di eventi simil-paranormali.

Strane serate

Strane serate

La gente dorme per dodici ore consecutive, si fa delle grosse risate – contagiando tutti – senza nessun apparente motivo. Pur avendo la possibilità di svolgere diverse attività, la gente rimane per settimane e settimane qui, senza mai muoversi, a sorseggiare deliziosi caffè khmer, distesi sull’amaca, a sonicchiare e ammirare il mare e Koh Koun, l’isolotto selvaggio qui davanti – dove quasi nessuno vuol mettere piede visto che si pensa essere maledetto. Sembra interessante il paesello lì in fondo. Chiedono le persone. Mmh, sí, credo di si, non ci son mai stato. Rispondono i clienti o volontari che stanno qui da settimane.

Durante la stagione delle piogge, spesso arrivano dei grandi acquazzoni, ma che non annullano il fascino dell’intera baia. La gente continua a stare distesa nelle amache ad ammirare il mare e Koh Koun.

Sì, tutto è molto bello, ma si può sapere cosa stai facendo in quest’isola e come passi le giornate?

Se è questo che vi ronza per la testa..beh ecco qui una mia giornata tipica.*

Chnan, chnan!

Le passeggiate ecologiche

Mi sveglio le mattine con il suono del mare, appena sento che il bungalow inizia a riscaldarsi. Vado a fare colazione a base di uova fritte, pancetta e caffè cambogiano. A volte, invece, mi basta un pancake con banana e nutella. Poi mi dirigo verso la reception e aspetto i clienti che arrivano dalla prima barca, intorno alle dieci. Li accolgo a petto nudo, con una sigaretta in bocca al sapore di tabacco cambogiano ammuffito. Mi risiedo nel mio sgabello dietro la reception e osservo il sole che passa da una parte all’altra dell’isola, per l’intera giornata. A volte mi verso un cocktail, a volte mi fumo un’altra sigaretta oppure vado a correre al tramonto, o leggo, o faccio finto yoga sul ponticciolo. Ci sono volte che mi alzo, mi tolgo la maglietta e corro verso la spiaggia, poi mi tuffo, facendo attenzione alle stelle marine appuntite.

I bagni con Wansi

I bagni con Wansi

Altre volte passo le giornate con Wansi, gli insegno a nuotare, facciamo i salti in acqua, giochiamo ad acchiapparello, gli metto due cerotti nei piedi per curare le sue ferite pressoché invisibili, poi lo porto in braccio a letto appena lui mi dice “Andrea sleep” e mi da un bacio sul braccio. E i miei istinti paterni sono più che soddisfatti.

Ci son delle volte invece che mi sdraio in un’amaca o mi siedo sull’altalena appesa su un albero, e osservo l’orizzonte per ore.

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I bambini del paesello

20160807_141501-01 Ogni tanto vado al villaggio, compro qualche manicaretto, faccio lo slalom tra i bambini nudi che giocano con il fango e vado a bermi un cocktail e ammirare il tramonto da un’altra prospettiva. Un giorno son rimasto al villaggio tutta la notte e ho festeggiato il capodanno cambogiano con i locali. Son rientrato alle quattro abbracciato a un vecchio ubriacone, ridendo come vecchi amici nonostante nessuno dei due capisse quello che diceva l’altro.

Le serate con I colleghi

Le serate con i colleghi

A volte taglio i capelli, costruisco delle passerelle in pietra, aggiusto le capanne, raccolgo le foglie, faccio i massaggi dietro offerta, sto al bar a fare cocktail e al ristorante a servire. Tutto in una giornata. Altre volte andiamo a farci lunghe passeggiate ecologiche per la spiaggia (ossia andiamo a raccogliere monnezza).

Da quando sono arrivato non ho più usato un paio di scarpe e i miei piedi son duri come quelli di un cinghiale. In valigia ho solo un paio di magliette e qualche pantaloncino, che lavo a mano una volta alla settimana.

Passatempi..

Passatempi..

Poi le sere, tutti intorno alla reception, giochiamo a jenga o a carte, e facendo due chiacchiere scoliamo un paio di birre sbellicandoci dalle risate.

Alcune notti andiamo a fare il bagno – spesso nudi – sotto un cielo stellatissimo e immersi nell’acqua illuminata dai plancton. Vi immaginate? L’acqua si illumina appena ci si immerge!

Poi la mattina successiva mi sveglio con il suono del mare, appena sento che il bungalow inizia a riscaldarsi. Vado a fare colazione…

Ma l’attività che mi piace di più è il diving – le immersioni. Già, perché nel frattempo, oltre che ammirare il tramonto, Ko Kuong e i vari animaletti, sorseggiando un cocktail ciondolando nell’amaca, son diventato il manager e il dive master del resort. Quasi ogni giorno porto i clienti a immergersi nelle acque calde che circondano la baia.

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Il mondo lì sotto è incredibile, dove il tempo rallenta e gli spazi spariscono, tutto sembra immenso, infinito. Lì sotto ti senti perso ma al riparo. Tranquillo ma eccitato. Ti senti in un altro mondo.

E io adoro passare da un mondo all’altro, giocare e sentirmi bene. E sembra quasi impossibile stancarsi di questi mondi.

* tratto e rivisitato da un’intervista, che potete trovare qui

Mollo tutto e vado a vivere in un’isola della Cambogia

 

Che titolo banale, penserete. Ma è successo proprio così. E quando dico “è successo”, intendo che è successo veramente, nel senso letterale della parola. Quasi per caso, senza programmarlo.

“Nel resort non c’è elettricità né wi-fi”. Mi dissero nell’ufficio.

Sì, lo voglio, pensai. Proprio quello di cui avevo bisogno.

Io stavo scappando da tutti i flash dei cinesini che presi da un attacco di esasperazione, con il dito impazzito, sparaflesciavano i templi di Ankor Wat e dintorni, dai tuk tuk driver che ti rincorrevano per venderti funghi allucinogeni, marijuana, cocaina, Viagra, prostitute e, per finire, servizio taxi. Stavo scappando, dal caldo infernale, dalle strade polverose, dalle stazioni dei bus che caricavano e scaricavano orde di backpackers come bestiame in vendita. Scappavo dagli inglesotti dal pelo ginger che con la canottiera del Sakura Bar (un locale di Van Vien, in Laos, dove i backpackers vanno a distruggersi i neuroni in cambio di una di queste canottiere) che ti distribuivano volantini per il prossimo full moon/rave party – ovviamente a base di funghi allucinogeni, marijuana, cocaina e così via. Scappavo dagli scooter impazziti, dagli effetti collaterali delle Happy Pizza (non mi sembra il caso di spiegarvi cosa siano). Dalle giornate di full immersion depression nei campi di sterminio e nelle prigioni di Phnom Phen, dalle signorine che strillavano nei karoke dei locali del centro. Scappavo dal dolore alle ginocchia che ormai era diventato un compagno di viaggio.

Scappavo da tutto questo. Ma non fraintendetemi. Amo la Cambogia, sul serio!

Decisi di concedermi un periodo di relax, al di fuori di tutto ciò, quindi presi il traghetto per dirigermi a Koh Rong Sanloem, al largo di Sihanoukville. Un’isola pacifica, lontana dai circuiti del turismo di massa.

“Il ponticciolo”

Appena misi piede nel porticciolo sentii che sparirono tutte le energie negative accumulate nelle ultime settimane così come il broncio che ogni tanto faceva capolino sul mio viso. Iniziai a camminare illuminato dai raggi del sole che si rispecchiavano nel bianco del porto, trasmettendomi una sensazione di benessere incredibile.

Decisi di fermarmi un paio di settimane, per rilassarmi e staccare un po’, presso l’EcoSea Resort Dive Center, dove, in cambio di vitto e alloggio, avrei dato una mano un po’ qui un po’ la, prima di proseguire per la prossima tappa: il Vietnam. Almeno questo è ciò che pensavo.

Mi sveglio e...

Mi sveglio e…

Venni avvolto subito da tutte le energie positive che circondano questo posto: l’acqua cristallina, l’immensa spiaggia, gli animali, il cielo, gli alberi della giungla, le persone. Tutto è circondato da un’aura di benessere che trasmette felicità e tranquillità in ogni momento.

L’acqua cristallina

I nostri bungalow, la mia casa

I nostri bungalow, la mia casa

L’acqua a volte è di un’affascinante azzurro chiaro, altre volte si tinge di un bel verde cristallino, altre, invece, quando arriva la pioggia, si colora di un intenso blu. Nei fondali ci sono giganti e carnose stelle marine, arancioni con macchie nere. Seduti nel porticciolo si possono ammirare i pesci tropicali che si divertono sotto di te oppure enormi banchi di barracuda o altri pesci volanti che saltano fuori dall’acqua per decine di metri proprio davanti a te, come se volessero dirti “guarda che belli che siamo, ammiraci”.

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I giorni di pioggia..

Il mare è calmo, calmissimo, silenzioso. Quando arriva la pioggia e il vento invece, si sollevano delle piccole onde, ma che non disturbano la tranquillità data dal silenzio che circonda il mare.

Incontri inaspettati

Nella spiaggia ci sono centinaia di molluschi e conchiglie di ogni genere. Alcune notti, invece, arrivano delle grandi mareggiate, e il giorno successivo ci si trova qualsiasi tipo di rifiuti: pannolini, plastica di vario genere, assorbenti, siringhe e reti da pesca. Altre volte si fanno degli incontri inaspettati. Una volta, per esempio, abbiamo trovato un dildo in legno. Un’altra volta, invece, si è spiaggiata una piccola barchetta di polistirolo con dentro un cambogiano ubriaco marcio che, cullato dalle onde del mare, dormiva beatamente.

Altre volte arrivano imbarcazioni private con sposini o immensi gruppi di disinvolti asiatici, che in tempo zero si trovano gli occhi di tutti noi puntati, come per dire “cosa ci fate qui, questa è la nostra casa”.

Due volte al giorno arriva la macchina del futuro, il grande e grosso speed ferry che traghetta orde di turisti dalla terra ferma a Koh Rong, l’isola festaiola a nord. Pochi si fermano qui.

Le sere, poco prima di cena, arriva la supply boat, la barca con tutti i nostri viveri e il ghiaccio per tenerli al fresco, che trasportiamo con un carretto fatto con un paio di vecchie assi e due ruote di motorino. Poi c’è la nostra barca, quella che usiamo per portare i turisti a fare immersioni o escursioni di vario genere. Dentro ci viveva il captain, un anziano signore senza denti che con il suo silenzio e il suo sorriso ammaliava tutti. Poi è andato in pensione, salutandoci tutti dalla barca e con gli occhi lucidi.

A volte arriva qualcuno da M’Pai Bay, l’unico villaggio dell’isola, situato nell’altra sponda della baia. Per il resto non abbiamo tanti contatti con il mondo esterno. A parte il nostro amato smarphone, ovvio.

I nostri cani

I nostri cani

Poi ci sono gli animali. I “nostri” (nel senso che li cibiamo con gli avanzi) cani fanno da padroni. Un gruppo di una decina di bastardi tutti uguali – a parte Cici, l’ugly scruffy dog – che non fanno altro che godersi il sole per la maggior parte della giornata, ammaliare i clienti con i loro sguardi teneri, giocare a mordersi e farsi male, abbaiare ai cambogiani di passaggio (son seriamente convinto che siano razzisti, visto che abbiano sempre e solo i cambogiani) e rincorrere le mucche. Già, perché intorno alle cinque del pomeriggio, dalla foresta, arrivano le mucche che ci rendono gratuitamente un servizio di tosaerba.

Le nostre amiche mucche

Le nostre amiche mucche

A volte, dei cani che continuano ad abbaiare per spaventarle, se ne fregano beatamente, altre volte, invece, nessuno sa per quale motivo, impazziscono. Allora iniziano a correre, vanno a finire sulle amache che manco a Paperissima si vedono certo scene, o rompono i tubi dell’acqua, oppure vanno in spiaggia a litigare ed ad incornarsi le une con le altre. Una volta son dovuto correre in spiaggia con una mazza da baseball per separarle. Una mucca morta da diversi quintali di chili non è mica semplice da rimuovere dalla spiaggia!

Poi ci sono i pipistrelli, i topolini, le lucertole, le coloratissime farfalle e le enormi falene, i serpenti e gli eserciti di formiche carnivore che ogni tanto fanno capolino nei bungalow o nella reception. Una volta nel bel mezzo di una tormenta un pitone di quasi tre metri ha deciso di cercare riparo proprio sotto il mio letto, alle quattro del mattino. E non se ne voleva andare via, quindi ho deciso di riaddormentarmi (son qui che scrivo, quindi son sopravvissuto).

Un’altra volta Srey Mai, la signora delle pulizie, mi chiama, e con una zappa in mano mi dice “you look”. Zak, in tempo zero da una zappata nel mezzo del fiumiciattolo che scorre affianco al resort e ne tira fuori la testa di una vipera. “Me eat. Chnang” (buono).

Un’altra volta, un signore australiano decide di catturare un altro tipo di vipera e di rilasciarla subito dopo nel bel mezzo della reception. Dopo qualche ora me la son ritrovata sopra la testa.

Puppies!!

Puppies!!

Ordinaria routine insomma.

I coinquilini fissi, invece, sono i geki Takó. Una varietà comune dell’Indocina. Grandi a volte quanto un avambraccio, verdi con macchie arancioni o striature blu. Sono ovunque e amano cibarsi degli insetti che svolazzano attratti dalle luci. Più di una volta ci è capitato di fare il tifo mentre rincorrono le falene…che manco gli hooligans inglesi!

Quando cantano, invece, tutti in silenzio. Il loro suono è peculiare (come se dicessero “Taa Koo” per l’appunto) e si dice che portino fortuna.

I coinquilini

I coinquilini

Di solito cinque canti dovrebbero bastare per avere una giornata relativamente fortunata.

Un altro aspetto dei geki che ho imparato osservandoli, è che gli piace defecare sempre nello stesso punto – non so però quanto vi possa interessare questa informazione.

Quando vediamo tutti i cani della baia correre e abbaiare verso la giungla capiamo che il momento è arrivato: sono arrivate le scimmie! Facciamo appena in tempo ad arrivare all’interno della foresta, vedere due ombre che saltano da un albero all’altro, che le zanzare ci assalgono e ci costringono a ritornare al nostro habitat.

I clienti a caccia di serpenti

I clienti a caccia di serpenti

Ecco, le zanzare sono gli altri animaletti simpatici che ci fanno compagnia, a parte quando ci ricopriamo di spry chimici o di zampironi alla citronella.

Uccelli niente. I locali ne vanno matti (o forse si divertono semplicemente a giocare con la fionda) e praticamente tutti gli uccelli della baia finiscono nelle pentole dei colleghi. Grande orrore una volta quando ho visto la cuoca che soddisfatta spennava due tucani meravigliosi!

I colleghi non sprecano proprio niente e spesso rientrano con sorriso compiaciuto e alla mano sacchi pieni di esserini saltellanti: i rospi che popolano l’intera baia.

Per non parlare poi dei chili di pesce che si pescano giornalmente.

Chnag chnang, tutto è chnang, buono.

..segue qui..

 

Indocina Low Cost – Manuale di sopravvivenza

Avete intenzione di intraprendere un viaggio low cost nel Sud Est asiatico? Ecco una piccola guida pratica.

Iniziamo dalle regole d’oro:

  • stay calm e non incazzatevi. Nella maggior parte dei Paesi dell’Indocina, ogni manifestazione d’ira non è accettata. Se qualcosa non vi va giù e il primo istinto è quello di insultare la persona che avete davanti in stile Marrabbio, avete due tattiche, di cui, specialmente i thailandesi, sono dei gran maestri; sorridere e ringraziare, oppure rimanere impassibili, voltare le spalle e andare via senza spiccicare parola.

  • Allo stesso modo è bandita ogni espressione di eccessivo gaudio. Quando ridete, se avete una risata alla Paola Barale, è sempre bene mettersi una mano davanti alla bocca per nascondere ugola e carie dentali. E cercate di ridere moderando i decibel per favore.

  • Evitate anche ogni tipo di smanceria come baci e abbracci. Sono cose intime riservate alle mura domestiche.

  • Quando vedete un bambino frenate tutti gli istinti materni/paterni e mettetevi le mani in tasca. A meno che non sia il/la figlio/a di un vostro amico, evitate di accarezzargli la testa. Non è mica un cane. Anzi, se evitate di toccarlo proprio, fate meglio. I genitori potrebbero offendersi e non rivolgervi la parola per il resto della vostra vita (chissene, direbbe qualcuno di voi, ma non dimenticate che non siete a casa vostra).

  • I piedi sono la parte sporca del corpo, di conseguenza nessuno ne tiene cura e usarli per qualsiasi altra cosa che non sia camminare è segno di maleducazione. Non toccateveli, non indicate né toccate cose, persone e animali.

  • Massimo rispetto per i monaci. I posti di dietro nei mezzi pubblici son riservati a loro. Voi donne non potete toccarli o fissarli a lungo. E copritevi, per non indurre in tentazione. Al loro cospetto sempre mani giunte, inchino e ringraziamento. Loro non vi caccheranno di striscio, ma non fateci caso.

  • A proposito di mezzi pubblici, al telefono cercate di non fare delle grosse chiacchierate con la mamma. Ogni chiamata più lunga di un “mamma sto arrivando, puoi buttare la pasta, di a babbo di venire a prendermi” viene considerata irrispettosa. I fatti vostri non interessano a nessuno.

  • Il Re è il Re. Massimo rispetto, altrimenti rischiate di essere cacciati dal Paese (soprattutto in Thailandia).

Il cibo.

Inutile che chiediate il grado di piccantezza di un piatto (poco piccante, medio, molto piccante). O molto piccante o niente. Non esistono vie di mezzo. E spesso, anche se chiedete un piatto non piccante, preparate le papille gustative a un’esperienza hot. Il peperoncino è parte integrante della cucina del sud est asiatico quindi aspettatevi un faccia a faccia con questa spezia almeno una volta.

Stesso discorso con le altre spezie. A me, per esempio, non piace il coriandolo e nonostante chieda di non metterlo, qualche fogliolina ce la trovo sempre. Secondo me lo fanno a posta.

Dimenticate cappuccino e croissant per colazione. Lo cercherete per almeno una settimana poi lo sostituirete con caffè americano (o liofilizzato) e toast, per poi finire, dopo qualche giorno, a mangiare quello che mangiano i locali: riso o noodles con carne. Piccante ovviamente. Sostanzialmente quello che poi mangerete anche a pranzo. Solo che a colazione lo accompagnerete con del caffè.

Si contratta su tutto, tranne che sul cibo. Di solito.

Lo sticky rice viene mangiato come noi mangiamo il pane, e si mangia solo con le mani! Immaginate come guardereste voi una persona che mangia una fetta di pane con forchetta e coltello…
E nel vostro piatto aggiungete i condimenti in piccole razioni, non fate gli italiani affamati, non siete a un matrimonio in Sardegna.
Imparate come si dicono le parole base, legate alla cucina, nella lingua locale: riso, noodles, fritto, bollito, arrosto, carne e verdure. Soprattutto se decidete di andare per la via dello street food. Nelle bancarelle che si incrociano per strada l’inglese non esiste, tanto meno i menu. E spesso i vegetariani si trovano a sorseggiare riso con verdure in zuppa di maiale, senza neanche accorgersene.

I vegetariani, infatti, avranno tante gatte da pelare.

Acqua sempre in bottiglia se non volete avere dei continui appuntamenti con il wc. A proposito, portatevi delle salviette o dei fazzoletti. Se siete fortunati vi beccate un rotolo di carta igienica sul tavolo, ma è un lusso che si trova in pochi posti. Quindi se non volete pulirvi il muso con la parte interna del polso come fanno i locali, arrivate preparati.

Gli amanti della birra, come il sottoscritto, non verranno delusi. Non è delle migliori, ma è abbastanza bevereccia e si trova ovunque a prezzi ridicoli (io in Cambigia e in Thailandia l’ho trovata anche a 0,25$).

Volete pagare con la carta di credito? Ahahaha.

In casa

Ci sono tanti modi di venire ospitati e stare a stretto contatto con le comunità locali. Ci sono tante web community oramai con cui è possibile farlo: Couchsurfing, Warmshowers, Bedswapping, WithLocals, HelpX, Workaway, solo per citare le più famose.

Quando venite ospitati, però, non aspettatevi di avere tutte le comodità che si hanno in Europa.

Per esempio in bagno. Non mi sembra il caso di ricordarvi che il tanto amato bidet esiste solo in Italia e in pochissimi altri Paesi. Dimenticatevi pure la doccia. Se siete fortunati avrete il braccio a disposizione da dove esce acqua fredda, altrimenti vi dovrete arrangiare con un bacinella o una cisterna (simile ad un abbeveratoio per animali) e un catino. Non esagerate con il sapone mi raccomando che poi è difficile sciacquarlo via.

Niente più capriole e acrobazie varie in bagno. Lo spazio è ristretto e spesso dovete fare attenzione a non scivolare e mettere un piede nel wc. Di quelli alla turca, senza sciacquone. L’acqua per far scomparire i vostri prodotti la prendete dalla stessa cisterna con cui vi fate la doccia. Percentuale di umidità elevatissima, così come è alta la probabilità di convivere con qualche fungo tra le dita dei piedi per qualche settimana, o forse mese.

Portatevi uno specchio portatile visto che i bagni non ne son sempre forniti. E anche la carta igienica. Paradossalmente viene usata più in cucina che in bagno. Non chiedetemi come facciano loro perché non ho mai chiesto e non lo voglio sapere.

In casa avete un letto con materasso in lattice con doghe il legno di frassino e cuscino ergonomico? Nel sud est asiatico avrete un materasso soffice quanto un pezzo di legno di compensato ricoperto con plastica che vi farà sudare per la prima mezz’ora e addormentare tutti gli arti per il resto della notte. I cuscini, invece, non sono niente male.

In casa niente scarpe, mai, per nessuna ragione. Anche se spesso il pavimento della casa è più sporco dell’asfalto.

Abituatevi ad avere come coinquilini non solo persone ma anche animali: gechi e formiche sono onnipresenti. Poi se siete simpatici vi vengono a trovare anche tante altre bestie tra cui zanzare, bruchi, lucertole, ragni e topolini.

Le strade

Sporche, con sacchi di spazzatura in ogni angolo, ovunque andiate. In città, nel paese sperduto in campagna, al mare o all’interno di un parco nazionale. E un giorno ho capito pure perché. Mentre pedalavo ho incrociato un ragazzino, nel sidecar che guidava la mamma, con un braccio teso e all’inizio pensavo stesse facendo il tifo per me, invece dopo qualche secondo – visto che sto diventando sempre più orbo – ho notato che aveva una grossa sacca in mano che nel giro di qualche secondo butta a lato della strada. Praticamente avevano un sidecar pieno di sacchi della spazzatura accumulata in chissà quanto tempo e quello era il modo di riciclarla!

Le strade sono molto trafficate ma, al contrario di quello che si possa pensare, sono, la maggior parte delle volte, abbastanza sicure e trafficabili! Se avete guidato a Roma, potete guidare ovunque da queste parti. Qui però il clacson non si usa per mandare a quel paese, con tanto di dito medio alzato, chi ti sta davanti, ma per dire “ahbbello, guadda che so’ dietro e te sto’ pe sorpassà!”

Chiedere direzioni? Quasi inutile. A prescindere dalle difficoltà linguistiche, pare che ci sia una seria difficoltà nel accordarsi sulle direzioni da dare per raggiungere un luogo. Appena ponete la domanda, la prima reazione è simile a quella che avreste voi se un passante a caso vi mandasse a quel Paese. Sconcerto e confusione. La persona a cui chiederete ha quasi sempre bisogno di aiuto e quindi chiama qualcuno. Ne segue una discussione tra loro due, in lingua locale, di qualche minuto. Iniziano poi a rivolgersi a voi, sempre in lingua locale, sbracciando e indicando punti diversi. Chi conosce alcune parole di inglese dice left indicando la destra e right indicando la sinistra. Insomma, per porre fine a questo show dovete ringraziare il prima possibile, prendere il telefono e aprire Google Maps.

I mezzi pubblici

Volete andare a trovare una zia che si trova in un paesello sperduto nelle montagne del Laos? Non vi preoccupate, ci sarà sicuramente un bus che per un pugno di dollari (e anche qualche pugno di polvere, se vostra zia abita veramente in Laos) vi ci porterà, ovunque voi siate. In qualsiasi Paese è semplicissimo trovare bus che coprono distanze inverosimili. Pur di risparmiare, i backpacker si sottopongono anche a 40 (sí, quaranta!) ore di viaggio in bus. L’aria condizionata non manca mai, non abbiate paura.

Soprattutto in Thailandia, la maggior parte dei bus sono dei mostri giganteschi super comodi, in altri Paesi invece, come in Cambogia, gli spostamenti avvengono per lo più con dei mini van, e alla fine del viaggio c’è bisogno di un mesetto di riabilitazione fisioterapica.

Gli orari esistono ma non esistono. Nel senso che troverete il tabellone con gli orari, ma il bus non partirà fino a che non è del tutto pieno. E se si riempie prima dell’orario previsto, t’attacchi al treno (o al bus, in questo caso).

Nelle stazioni aspettatevi di essere assaliti dagli aguzzini che lavorano per le diverse compagnie. E se arrivare in tuk tuk aspettatevi che uno di loro vi rincorra e con un balzo salga sul tuk tuk per convincervi che la sua compagnia sia la più cheap.

Bus, treni, barche diventano spesso dei mercati dove si vende di tutto, cibo, amache e pela avocado.

Altre volte invece sembra di essere in un carro merci. La gente trasporta una quantità assurda di bagagli. Io ho visto trasportare materassi, scooter e persino polli.

Per finire, preparatevi a un cambiamento linguistico. Il vostro inglese regredirà, volente o dolente. Addio parole ricercate e strutture grammaticali complicate.

Hallo non sarà più un semplice hallo, ma sarà seguito sempre da Massaaage! Il same si ripete sempre due volte. I can’t si dice cannot. E cosi via…

Anni e anni di studio buttati al cesso.

Laos, dove le montagne sono blu e i ponti di bamboo

Il Laos è unico, mi hanno sempre detto. E io dentro di me, stupidamente, ho sempre pensato come potesse essere così tanto diverso dai Paesi vicini.

Eppure questa differenza l’ho notata non appena ho attraversato il ponte che collega il Laos alla Thailandia.

In silenzio ho iniziato ad osservare incredulo l’aria di povertà presente in tutti gli angoli. Credevo di essermi abituato alle condizioni di vita del sud est asiatico, ma a quanto pare in Laos non esiste il limite del peggio. Le galline, le capre, i cinghiali, i topi, le mucche che popolano tranquillamente le strade e si confondo con il traffico degli scooter guidati da bambini senza casco hanno un colore diverso. La magnifica natura selvaggia ha un altro colore. E tutto si accende di innumerevoli e tristi contrasti. Le montagne si colorano di mille sfumature di blu. Il colore marrone del Mekong si confonde con il marrone delle capanne lungo il fiume. Le imbarcazioni dei pescatori si confondono con gli elefanti che pascolano lungo le sponde del Mekong. I bambini coperti di fango giocano beatamente con l’acqua inquinata. Le capanne si alternano a ristoranti e ai resort con vista panoramica appena costruiti. Alcune sponde sono collegate tra loro da dei ponti di bamboo, che quasi mai sopravvivono alla stagione delle piogge.

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Percorrendo le strade ci si riempie i polmoni di polvere. La mascherina diventa una parte integrante del viso. E per le strade le persone vendono il cibo ricoperto da un sottile strato giallognolo.
Tutto il resto è verde. Un verde leggermente sbiadito dalla coltre di nube bianca che ricopre ogni cosa. Un’immensa e infinita nube di fumo e di inquinamento.

Arrivo a Luang Prabang dopo due giorni di battello. Nonostante i dolori persistenti alle ginocchia decido di farmi un giro della città in bicicletta. Mi perdo per le vie polverose, percorro le strade lungo il fiume e mi siedo ad ammirare un meraviglioso tramonto, con un sole enorme e di fuoco che si rispecchia sulle acque del fiume, per poi nascondersi dietro le montagne. Ceno in uno dei ristorantini lungo il fiume e faccio un giro ai mercatini notturni, dove si può trovare di tutto, cartoline fatte a mano, gioielli e souvenir fatti dai resti delle bombe trovate nei campi minati, tessuti di vario genere e cibo a volontà!

Il giorno dopo, faccio conoscenza con dei ragazzi, prendiamo un tuk tuk e andiamo a vedere le meravigliose cascate di Muang Si, a quindici chilometri fuori città. L’offerta di attività outdoor nei dintorni è infinita. Escursioni in kayak, arrampicata, crociera sul Mekong, escursione con gli elefanti, trekking, visita ai villaggi ect ect. Io decido di prenotare una meravigliosa escursione giornaliera in kayak.
A neanche metà escusione andiamo a finire su uno scoglio e, per non far rovesciare il kayak, faccio un balzo verso l’esterno dimenticando di avere la macchina fotografica in grembo, quini bye bye foto.

Guardare un elefante mentre mastica è come guardare il fuoco..L’escursione vale ogni singolo centesimo. Pagaiare in mezzo a quelle formazioni rocciose e tutto quel silenzio è un esperienza unica. Ogni tanto incrociamo qualche pescatore e qualche gruppo di bufali che riposa beatamente nelle acque fresche del Mekong. Infine andiamo a visitare delle grotte e il villaggio di elefanti.

Faccio conoscenza con altri ragazzi e passiamo un bel po’ di tempo a ridere e scherzare.
Inizio a sentirmi più un backpacker che un avventuriero cicloviaggiatore.

Spendo quattro giorni qui in attesa che il dolore alle ginocchia passi ma niente, quindi prendo un bus all’ultimo minuto per Vang Vien, una cittadina a sud.

Il viaggio è uno dei più bei viaggi in bus che abbia mai fatto. I paesaggi sono mozzafiato. La strada, la 13, che attraversa da nord a sud tutto il Vietnam non è altro che una stradina di montagna tutta dissestata, a tratti in sterrato, dove a malapena c’è spazio per due corsie. Attraversiamo dei villaggi fatti con case di bamboo e facciamo slalom tra animali di vario genere.

Nel bus c’è l’aria condizionata ma una furbona decide di aprire il finestrino, facendo entrare tutto il caldo e la polvere che nel giro di qualche ora ricopre tutte le valigie e i sedili.

Mi mangio le mani in un solo boccone al pensiero che avrei potuto attraversare quella strada in bici invece sono seduto col naso sul vetro, rosicando e massaggiandomi le ginocchia! Che rabbia.

Dopo sei lunghe ore di viaggio arrivo finalmente a destinazione.

Van Vieng è un piccolo paese lungo il fiume e alle sue spalle si innalza una magnifica catena montuosa. Questo paese però, non è famoso per la sua bellezza naturale ma per le centinaia di backpackers che lo invadono, alla ricerca di oppio, meta anfetamine e marijuana. E litri di birra, ovviamente.

L’attività principale è il tubing. Ossia lasciarsi trasportare dalla corrente del fiume su delle ciambelle, bere litri di birra e arrivare alla fine del percorso più ubriachi possibili. Anni fa il governo ha dovuto intervenire visto che decine e decine di ragazzi hanno perso la vita.

Io incontro non uno, non due ma ben quattro ciclisti quindi passiamo un paio di giorni insieme a scambiare racconti di viaggio (niente anfetamine o oppio, giuringiurello).

Siccome non mi va di stare con le mani in mano decido di fare un po’ di trekking ai piedi delle montagne li vicino e verso l’ora di pranzo, quando fuori fa un caldo bestiale, visito alcune grotte.

Mi fermo per tre giorni..e anche qui il dolore alle ginocchia non sembra passare…

Prendo un altro bus per andare a Vientiane, la capitale, sia per comprare una macchina fotografica nuova che per visitare un medico…che mi ha detto che devo riposare per almeno due mesi..!
Con il morale un po’ a terra prendo un altro bus e mi dirigo verso sud, prima a Pakse, dove mi fermo due giorni e visito il Bolaven Plateau insieme ad altri ragazzi, poi ci dirigiamo tutti insieme alle 4000Islands, al confine con la Cambodia.
Ora mi ritrovo qui che ciondolo su un’amaca..a pensare al resto del viaggio!

Arrivo in Laos, prime impressioni

Lascio Chiang Rai di primo mattino e mi dirigo verso il confine con il Laos..il momento è arrivato!
Fa caldo e nel primo pomeriggio, dopo circa ottanta chilometri, risento il dolore alle ginocchia. Ma questa volta il dolore è accompagnato pure da un fastidio ai tendini della parte di dietro della gamba..!
Cerco di non pensarci canticchiando a voce alta “Laos I’m coming..!!” (una canzone che non esiste). Cerco anche di godermi il paesaggio ma oltre la strada e i campi coltivati a pochi metri non riesco a vedere. Tutto il resto è coperto da una fitta nube bianca. Una nube, scopro in seguito, che si crea da anni in questo periodo a causa dell’inquinamento proveniente dalla Cina. In più in questo periodo dell’anno vengono appiccati fuochi stagionali un po’ ovunque.
Non vedevo l’ora di attraversare il ponte che attraversa il Mekong e collega la Thailandia con il Laos, invece scopro che gli aguzzini non te lo permettono, costringendoti a prendere un bus e pagare cinque dollari per cinque minuti di viaggio.
Ottengo il visto alla dogana (il poliziotto mi ha offerto una birra, quindi ha guadagnato mille punti) e mi dirigo verso Huay Xai, il paesino subito dopo il confine.
Noto subito che moto e macchina vengono verso la mia direzione e penso che gli autisti del Laos siano più spericolati di quelli Thailandesi, invece dopo un un paio di metri capisco che quello contro mano sono io. In Laos si viaggia sulla destra, e non essendo più abituato mi viene difficile tenerla..che strana sensazione!
Con grande dispiacere noto la grossa differenza con la Thailandia, che si trova giusto dall’altra parte del fiume. Il Laos è uno dei Paesi più poveri al mondo e ottengo conferma di questo dopo i primi chilometri. Vacche, galline e topi popolano le strade. Le fogne scorrono a cielo aperto sui bordi delle strade, davanti alle case e ai ristoranti.
In strada inizio a chiedere direzioni per il paesino, c’è chi mi dice di andare a sinistra, chi a destra, chi mi dice che dista cinque chilometri, un altro dieci, un altro cinquanta. Chiedo altre informazioni ma la risposta è sempre la stessa: sorriso ebete in faccia e un continuo “yes yes”. Mi affido quindi al gps.
Scopro in breve che tutte le Guest House costano sopra i dieci dollari e questo mi sconvolge dato che ero abituato a pagare la metà. Per il cibo idem, tutto costa paradossalmente più della Thailandia! In seguito mi spiegano che questo dipende dal fatto che in questo Paese non si produce quasi niente e tutto è importato dai Paesi limitrofi..
Noto inoltre l’invasione cinese in ogni angolo. Ovunque cantieri e nuove costruzioni con cartelli scritti in cinese. Mi dicono in seguito che il governo Cinese sta incentivando l’emigrazione verso queste zone pagando una somma al mese alle famiglie che decidono di vivere e comprare casa qui…

Anche qui le montagne che circondano il Mekong sono coperte da una fitta coltre di debbia bianca…

Nel frattempo il dolore alle ginocchia è aumentato e non mi sento pronto per la scavalcata delle montagne a Nord, quindi a malincuore decido di prendere una barca per andare a Luang Prabang. Un lungo e lento viaggio di due giorni…
Viaggio in battello sul Mekong, relax totale circondato da scenari unici. Era quello che mi aspettavo.
La realtà invece era un po’ diversa. Appena arrivo al porto, un assistente mi fa capire che la bici andrà a finire sul tetto. Addio bici, penso. Affondata nel Mekong, mica male come fine. Passo le sette ore a guardare i lati del battello e vedere se ci fosse qualche bicicletta volante. Ma per fortuna tutto va liscio. Il battello si riempie di turisti, tutti i posti (sedili di seconda mano provenienti da qualche sfascia carrozze) sono pieni e non c’è posto per muoversi. Dopo un po’ alcuni iniziano a sdraiarsi in terra e crearsi un posticino comodo sopra la montagna degli zaini dispersi un po’ ovunque. Un paio di minuti dopo la partenza, il battello si ferma. In mezzo al fiume, in balia della corrente. Nel giro di qualche istante capiamo che siamo in avaria. A quanto pare il timone ha smesso di funzionare. Veniamo traghettati dunque di nuovo al porto, con qualche difficoltà. Una volta arrivati al porto cambiamo imbarcazione, penso. Invece no, a quanto pare il timone ha deciso di funzionare di nuovo quindi ripartiamo. Bene, penso, almeno io e Bruna affonderemo insieme.

L’acqua del fiume è marrone e a pelo d’acqua galleggiano sacchi di plastica pieni di spazzatura, bottiglie di plastica, infradito e scarpe di ogni genere. Il capitano fa slalom tra le diverse rocce che spuntano ovunque.
Le montagne che ci circondano si possono scrutare a malapena, coperte sempre da quella foschia che ormai ricopre ogni cosa.
Affianco a me inizia a crearsi una combriccola di americani che fanno festa con casse di birra e che iniziano a schiamazzare e parlare di argomenti stupidissimi.
Io restio mi metto le cuffie nelle orecchie e ammiro il paesaggio. Cerco di rilassarmi e godermi quel poco che si vede e, massaggiandomi le ginocchia, riesco finalmente a perdermi con i pensieri tra le montagne.
Di tanto in tanto scorgiamo i villaggi nascosti tra la foresta, mucche che si abbeverano (o si avvelenano) ai lati del fiume e i bambini che ci fanno il bagno. Delle scene mai viste prima, molto affascinanti ma in qualche verso molto tristi. Soprattutto mi ha fatto venire tanta tristezza vedere i bambini guardarci incantati mentre praticamente ognuno sulla barca, compreso me, li fotografava.

Prima di arrivare a Luang Phrabang si fa sosta a Pak Beng, un piccolo e povero villaggio tra le montagne. Nel momento in cui arriviamo al porticciolo vedo una decina di imbarcazioni messe tutte in fila e centinaia di turisti ammassarsi davanti ai tuk tuk pronti a partire.

È in questo momento che tutte quelle barche mi sembrano dei salvadanai e noi le monete che ruzzolano fuori. Mi viene voglia di scappare da tutto ciò, decido quindi di fare lo slalom tra i locali che cercano di offrirci di tutto, e inizio a pedalare verso le montagne fino a che non fa buio. Riesco a trovare un posto abbastanza appartato con vista Mekok…finalmente ho trovato quello che cercavo!
Piazzo la tenda e mi sdraio. Dopo un’oretta noto che il paesino è completamente al buio e le montagne vengono illuminate solo dal chiarore della luna.

Vengo svegliato da delle voci che urlano verso la mia direzione. Esco dalla tenda e un gruppo di quattro persone mi puntano la luce in faccia e solo dopo qualche istante riesco a scorgere dei mitra spianati. Solo uno di loro riesce a dire qualche parola in inglese. Mi controllano il passaporto, che gli do pensando di non riaverlo mai più, mi perquisiscono i bagagli e mi fanno capire che non posso stare li. Restituendomi il passaporto, mi fanno smontare la tenda e mi dicono di seguirli verso la Guest House più vicina. Non capisco dove mi stiano portando perché la strada è completamente buia e prendiamo un’altra direzione rispetto a quella che avevo preso io per arrivare in quel posto. Mi fermo in continuazione per chiedergli dove stessimo andando! Terrore.
Alla fine riconosco il porto e vengo portato nella Guest House più cara del paese. Dopo un po’ mi addormento con un sorriso sulla faccia..

Il giorno dopo, un po’ più rilassato, mi sveglio e riprendo il battello per Luang Prabang.

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