Andrea Got Lost

Travelblog di un globetrotter

Page 3 of 6

Arrivo in Laos, prime impressioni

Lascio Chiang Rai di primo mattino e mi dirigo verso il confine con il Laos..il momento è arrivato!
Fa caldo e nel primo pomeriggio, dopo circa ottanta chilometri, risento il dolore alle ginocchia. Ma questa volta il dolore è accompagnato pure da un fastidio ai tendini della parte di dietro della gamba..!
Cerco di non pensarci canticchiando a voce alta “Laos I’m coming..!!” (una canzone che non esiste). Cerco anche di godermi il paesaggio ma oltre la strada e i campi coltivati a pochi metri non riesco a vedere. Tutto il resto è coperto da una fitta nube bianca. Una nube, scopro in seguito, che si crea da anni in questo periodo a causa dell’inquinamento proveniente dalla Cina. In più in questo periodo dell’anno vengono appiccati fuochi stagionali un po’ ovunque.
Non vedevo l’ora di attraversare il ponte che attraversa il Mekong e collega la Thailandia con il Laos, invece scopro che gli aguzzini non te lo permettono, costringendoti a prendere un bus e pagare cinque dollari per cinque minuti di viaggio.
Ottengo il visto alla dogana (il poliziotto mi ha offerto una birra, quindi ha guadagnato mille punti) e mi dirigo verso Huay Xai, il paesino subito dopo il confine.
Noto subito che moto e macchina vengono verso la mia direzione e penso che gli autisti del Laos siano più spericolati di quelli Thailandesi, invece dopo un un paio di metri capisco che quello contro mano sono io. In Laos si viaggia sulla destra, e non essendo più abituato mi viene difficile tenerla..che strana sensazione!
Con grande dispiacere noto la grossa differenza con la Thailandia, che si trova giusto dall’altra parte del fiume. Il Laos è uno dei Paesi più poveri al mondo e ottengo conferma di questo dopo i primi chilometri. Vacche, galline e topi popolano le strade. Le fogne scorrono a cielo aperto sui bordi delle strade, davanti alle case e ai ristoranti.
In strada inizio a chiedere direzioni per il paesino, c’è chi mi dice di andare a sinistra, chi a destra, chi mi dice che dista cinque chilometri, un altro dieci, un altro cinquanta. Chiedo altre informazioni ma la risposta è sempre la stessa: sorriso ebete in faccia e un continuo “yes yes”. Mi affido quindi al gps.
Scopro in breve che tutte le Guest House costano sopra i dieci dollari e questo mi sconvolge dato che ero abituato a pagare la metà. Per il cibo idem, tutto costa paradossalmente più della Thailandia! In seguito mi spiegano che questo dipende dal fatto che in questo Paese non si produce quasi niente e tutto è importato dai Paesi limitrofi..
Noto inoltre l’invasione cinese in ogni angolo. Ovunque cantieri e nuove costruzioni con cartelli scritti in cinese. Mi dicono in seguito che il governo Cinese sta incentivando l’emigrazione verso queste zone pagando una somma al mese alle famiglie che decidono di vivere e comprare casa qui…

Anche qui le montagne che circondano il Mekong sono coperte da una fitta coltre di debbia bianca…

Nel frattempo il dolore alle ginocchia è aumentato e non mi sento pronto per la scavalcata delle montagne a Nord, quindi a malincuore decido di prendere una barca per andare a Luang Prabang. Un lungo e lento viaggio di due giorni…
Viaggio in battello sul Mekong, relax totale circondato da scenari unici. Era quello che mi aspettavo.
La realtà invece era un po’ diversa. Appena arrivo al porto, un assistente mi fa capire che la bici andrà a finire sul tetto. Addio bici, penso. Affondata nel Mekong, mica male come fine. Passo le sette ore a guardare i lati del battello e vedere se ci fosse qualche bicicletta volante. Ma per fortuna tutto va liscio. Il battello si riempie di turisti, tutti i posti (sedili di seconda mano provenienti da qualche sfascia carrozze) sono pieni e non c’è posto per muoversi. Dopo un po’ alcuni iniziano a sdraiarsi in terra e crearsi un posticino comodo sopra la montagna degli zaini dispersi un po’ ovunque. Un paio di minuti dopo la partenza, il battello si ferma. In mezzo al fiume, in balia della corrente. Nel giro di qualche istante capiamo che siamo in avaria. A quanto pare il timone ha smesso di funzionare. Veniamo traghettati dunque di nuovo al porto, con qualche difficoltà. Una volta arrivati al porto cambiamo imbarcazione, penso. Invece no, a quanto pare il timone ha deciso di funzionare di nuovo quindi ripartiamo. Bene, penso, almeno io e Bruna affonderemo insieme.

L’acqua del fiume è marrone e a pelo d’acqua galleggiano sacchi di plastica pieni di spazzatura, bottiglie di plastica, infradito e scarpe di ogni genere. Il capitano fa slalom tra le diverse rocce che spuntano ovunque.
Le montagne che ci circondano si possono scrutare a malapena, coperte sempre da quella foschia che ormai ricopre ogni cosa.
Affianco a me inizia a crearsi una combriccola di americani che fanno festa con casse di birra e che iniziano a schiamazzare e parlare di argomenti stupidissimi.
Io restio mi metto le cuffie nelle orecchie e ammiro il paesaggio. Cerco di rilassarmi e godermi quel poco che si vede e, massaggiandomi le ginocchia, riesco finalmente a perdermi con i pensieri tra le montagne.
Di tanto in tanto scorgiamo i villaggi nascosti tra la foresta, mucche che si abbeverano (o si avvelenano) ai lati del fiume e i bambini che ci fanno il bagno. Delle scene mai viste prima, molto affascinanti ma in qualche verso molto tristi. Soprattutto mi ha fatto venire tanta tristezza vedere i bambini guardarci incantati mentre praticamente ognuno sulla barca, compreso me, li fotografava.

Prima di arrivare a Luang Phrabang si fa sosta a Pak Beng, un piccolo e povero villaggio tra le montagne. Nel momento in cui arriviamo al porticciolo vedo una decina di imbarcazioni messe tutte in fila e centinaia di turisti ammassarsi davanti ai tuk tuk pronti a partire.

È in questo momento che tutte quelle barche mi sembrano dei salvadanai e noi le monete che ruzzolano fuori. Mi viene voglia di scappare da tutto ciò, decido quindi di fare lo slalom tra i locali che cercano di offrirci di tutto, e inizio a pedalare verso le montagne fino a che non fa buio. Riesco a trovare un posto abbastanza appartato con vista Mekok…finalmente ho trovato quello che cercavo!
Piazzo la tenda e mi sdraio. Dopo un’oretta noto che il paesino è completamente al buio e le montagne vengono illuminate solo dal chiarore della luna.

Vengo svegliato da delle voci che urlano verso la mia direzione. Esco dalla tenda e un gruppo di quattro persone mi puntano la luce in faccia e solo dopo qualche istante riesco a scorgere dei mitra spianati. Solo uno di loro riesce a dire qualche parola in inglese. Mi controllano il passaporto, che gli do pensando di non riaverlo mai più, mi perquisiscono i bagagli e mi fanno capire che non posso stare li. Restituendomi il passaporto, mi fanno smontare la tenda e mi dicono di seguirli verso la Guest House più vicina. Non capisco dove mi stiano portando perché la strada è completamente buia e prendiamo un’altra direzione rispetto a quella che avevo preso io per arrivare in quel posto. Mi fermo in continuazione per chiedergli dove stessimo andando! Terrore.
Alla fine riconosco il porto e vengo portato nella Guest House più cara del paese. Dopo un po’ mi addormento con un sorriso sulla faccia..

Il giorno dopo, un po’ più rilassato, mi sveglio e riprendo il battello per Luang Prabang.

Ultime settimane in Thailandia – mai fare piani

A volte mi chiedo per quale motivo mi ostino a fare dei piani, visto che ogni volta che lo faccio, questi piani vanno a farsi benedire.

Per esempio avevo pianificato un itinerario per arrivare a Chiang Mai, nel nord della Thailandia. Ci ho messo giorni, ho cercato di seguire le strade secondarie e meno trafficate. Avevo calcolato i giorni fino alla fine del visto e tutto filava liscio.

Smack smack, baci e abbracci, saluto Gun e gli amici che mi hanno fatto compagnia durante le settimane passate nella scuola. Rimonto in sella pompatissimo e con una voglia incredibile di riprendere a pedalare. Inizio di nuovo a cantare da solo, a salutare chiunque incrocio per la strada, ad essere inseguito dai cani e a mangiare riso con le mani mentre pedalo. Cose di ordinaria routine insomma. Dopo una ventina di chilometri inizio a sentire un disturbo al ginocchio, poi all’altro. Poi dopo altri venti chilometri il fastidio inizia ad essere un dolore fino a che, dopo un’ottantina di chilometri, il dolore diventa un raffica di scosse. Morale della favola non riesco né a pedale tanto meno a camminare. Panico e sconforto. Per fortuna arrivo a Pak Chong, un paesino dove trovo per caso una stazione dei treni. Che faccio? Dopo qualche minuto di indecisione capisco che non ha senso fermarmi in quel paesino quindi decido di proseguire in treno per Phitsalunok, dove avevo appuntamento con un signore che mi avrebbe ospitato. Entro e chiedo:

«Scusi quand’è il prossimo treno per Phitsanulok?»

«Parte tra dieci minuti, deve cambiare a Ayutthaya»

Ayutthaya è una famosa e bellissima cittadina storica un po’ più a nord di Bangkok che avrei voluto tanto visitare quindi ne approfitto e rimango li tre giorni, con la speranza che il problema alle ginocchia svanisca.

Prenoto online un ostello e quando arrivo il ragazzino alla reception mi dice che sono in overbooking. «Però c’è lo stanzino dello staff dove c’è un letto, se vuoi puoi stare li per stanotte, a metà prezzo», mi dice. «Ok, affare fatto».

Faccio un giro della città, visito tutte le rovine, i templi e i mercati galleggianti. E finalmente scambio due chiacchiere con qualche backpacker. Così male non è andata dai, anche se il dolore alle ginocchia non passa, nonostante gli antinfiammatori e il riposo (va bene lo confesso, qualche giretto in bici per la città l’ho fatto – furbo no?). Decido quindi di riprendere il treno.

Viaggiare in treno in Thailandia è un esperienza unica, sembra di essere al mercato. In ogni stazione salgono venditori di qualsiasi cosa, noodles e riso cucinato chissà quando, spiedini, succhi di frutta in dei sacchetti di plastica, bevande varie, pela avocado e persino amache! Nell’aria c’è un odore indefinito che sembra un po’ di cibo andato a male e un po’ di piedi (andati male anche loro).

Attraverso praticamente la Thailandia, faccio più di quattrocento chilometri, sette ore di viaggio, a soli 56 Baht (circa 1,50€).

Arrivo a Phitsanulok dove mi aspettano Mark, sua moglie e Mia, la figlia di due anni. Mark, di origine inglese ma residente in Thailandia da quasi quindici anni, mi porta a visitare la città, in ospedale per fare le visite al ginocchio e poi mi fa scoprire un tempio dove lui va a passare i pomeriggi. Il monastero dove si trova è un vero e proprio centro di aggregazione; si gioca a bocce, si fa ginnastica, si beve un tè dal sapore fortemente amaro e si fa la sauna, aromatizzata alla citronella. C’è proprio una bella atmosfera quindi decido di tornarci nuovamente, ogni giorno.

Poi Mark mi fa vedere un centro per i massaggi thai: «qui fanno anche dei corsi e sono tra i più economici della Thailandia». «Mmh, ok mi hai convinto».

Quindi decido di rimanere per una decina di giorni a Phitsanulok per imparare a camminare sulle persone…

In tutta la città, ma soprattutto dentro il monastero, c’è veramente una buona atmosfera. Trovandosi in riva al fiume, c’è sempre una brezza piacevole che alleggerisce il caldo soffocante. Il tempio principale è circondato da ruderi abbastanza vecchi e abbandonati che danno un tocco di fascino in più. Dietro il cortile signori di tutte le età si sfidano a bocce, entrano e escono dalla sauna aromatizzata con erbe, bevono un intruglio di erbe dal colore rossastro – amarissimo, ma a detta loro con poteri benefici – e fanno goffamente degli esercizi fisici. Ognuno ha il suo angolo preferito per meditare e nell’aria c’è odore di incenso.
Non riesco a conversare tanto visto che anche qui l’inglese non lo parla nessuno, ma con i loro sorrisi e i loro inchini mi fanno sempre sentire benvenuto e parte di quella piccola comunità.

Col passare dei giorni si diffonde la voce che io sia “the teacher” e quindi alcuni monaci ne approfittano per prendere un paio di lezioni, a gratis chiaramente.

Una delle tante cose che ho imparato qui in Thailandia, è il rispetto verso “il maestro”. La figura del maestro, di colui che ti insegna, è onorata e rispettata, sotto ogni sua forma. Una persona che trasmette conoscenza, che insegna, merita rispetto e riconoscenza…

Proseguo per Chian Rai, nell’estremo nord del Paese, e ne approfitto per fare un po’ il turista e andare a visitare quello che la città e i suoi dintorni hanno da offrire con una macchina noleggiata con Louis, un ragazzo belga conosciuto poco dopo il mio arrivo. Uno dei tour più brutti che abbia mai fatto.

La città in sé non è niente male. E al contrario di quello che mi aspettavo, non è invasa di turisti – forse anche perché è bassa stagione.
Avevo voglia di fare trekking nei dintorni della città ma a quanto pare nessuna agenzia accetta viaggiatori solitari. Tutti chiedono un massimo di due persone. E fargli capire che mi sarei potuto aggiungere a qualche altro gruppo è stato inutile.

Il mio visto sta per scadere e non nascondo che non vedo l’ora di attraversare il confine ed entrare in Laos..

La Thailandia è mare, storia, templi, buddismo, cibo, spiagge e natura. E attraversarla on the road ti fa assaporare tutto questo a 360 gradi.

Ho messo insieme alcune immagini..enjoy!  😀

Nang Yai – Lo spettacolare teatro delle ombre in Thailandia

La Thailandia non è solo mare, templi, parchi nazionali, cibo e divertimento. La terra thailandese è ricca di cultura e tradizioni.

Mi trovavo a Wang Nam Kheow, un piccolo paese a nord di Bangkok dove facevo volontariato in una scuola e insegnavo inglese ai bambini. Con Gun, la maestra di inglese della scuola che mi ospitava, abbiamo deciso di passare un weekend tra Lopburi (la città delle scimmie) e Singburi. Gun è una donna intelligente a cui piace tanto il suo Paese quindi ogni settimana decide di prendere un bus per andare a visitare i posti più belli della Thailandia.

‘Andiamo a Singburi’, mi disse, ‘ti faccio una sorpresa’.

Una volta a Singburi abbiamo prenotato una macchina con autista per l’intera giornata. Gun mi parlava di tutti gli aneddoti che sapeva sulla città e di tanto in tanto mi traduceva quello che le diceva l’autista, che abitava da sempre a Singburi.

Dopo aver girato in lungo e in largo per templi e vecchie rovine, l’autista ci ha portato in una scuola di Nang Yai, lo spettacolo delle ombre, dove abbiamo avuto il piacere di assistere a un backstage delle prove tutto per noi.

Lo Nang Yai ha una storia molto antica – si pensa sia nato intorno al quindicesimo secolo – che abbraccia molti paesi del sud est asiatico ma è soprattutto in Thailandia che viene portato avanti con cura e viene tutt’oggi considerato una forma di arte vera e propria.

Nel Nang Yai, attraverso il movimento delle marionette, si raccontano diverse vicende, che possono essere di semplice vita quotidiana o di imprese belliche. In principio era uno spettacolo riservato per le famiglie reali ma poi con il tempo diventò uno spettacolo per tutta la popolazione.

La particolarità del Nang Yai consiste nel fatto che le marionette non sono dei burattini mobili ma sono delle sagome statiche mosse attraverso due stecche, di bambù o semplice legno, che vengono tenute dai burattinai stessi, e mosse dietro uno schermo retroilluminato (rigorosamente incorniciato da stringhe di tessuto rosso). Come sottofondo si ha la musica tradizionale, spesso con orchestra dal vivo e una voce narrante.

Le performance vengono svolte all’interno dei teatri oppure all’aperto, nel centro del paese.

Le sagome sono delle vere e proprie opere d’arte, vengono ricavate dalla pelle di mucca o di bufalo, intagliate e disegnate in ogni minimo dettaglio. Molte di queste sono antichissime e non potendo più essere maneggiate per pericolo di rovinarle, vengono esposte nei musei (in delle urne illuminate) o all’interno delle scuole stesse, dando la possibilità ai visitatori di ammirarne ogni minimo dettaglio.

Esistono diversi tipi di spettacoli di ombre, un’altra versione nota è il Nang Talung, dove le marionette raccontano anche delle barzellette.

Lo spettacolo delle ombre stava per estinguersi ma il duro lavoro di alcuni burattinai lo riportò alla luce e ora la cultura del Nang Yai viene preservata ma soprattutto promossa in alcuni templi, soprattutto nel norde est della Thailandia: Khanon a Rachaburi, Wat Plub a Petchaburi, Wat Sawang Arom a Singburi, Wat Pumarin a Samut Songkram e Wat Donin a Rayong.

Il maestro Ka Nit e i suoi alunni ci hanno regalato uno spettacolo tutto per noi!

Domande e risposte: quanti chilometri? Dove dormi?

Ma quanti chilometri fai al giorno? Che velocità? Ma per dormire come fai?Queste sono le domande noiosissime che i ciclo-viaggiatori devono rispondere quasi ogni giorno.
Di seguito le risposte a tutti i vostri dubbi. O quasi.

Quanti chilometri fai al giorno?

E se io vi chiedessi ‘quante volte andate in bagno’? Mi sapreste rispondere?
Ci son tante variabili da considerare…

Dipende se si è nel deserto o nelle montagne. Nel primo caso si può pedalare dalle sei del mattino fino alle sei di sera, con qualche sosta per mangiare e fare i bisogni, e percorrere così più di 200 km.
Altre giornate si passa da 100 a 1000 metri sopra il livello del mare nel giro di poche ore. Poche ore che sembrano un’eternità, visto che questa differenza di elevazione altro non vuol dire che trovarsi nel bel mezzo di una scalata epica. Di quelle che a fine giornata ti lasciano i polpacci scalpitanti.
E quando guardi il contachilometri spesso ci trovi un numero inferiore a 50.

Se proprio volete un numero…diciamo una media di 90/100 km al giorno. Contenti?

La velocità media?

Stesso discorso del deserto e delle montagne. Quando a fine giornata hai i polpacci scalpitanti il contachilometri segnerà al massimo una quindicina di chilometri orari. Il giorno dopo, invece, quando canti con i capelli al vento mentre percorri la discesa, riesci ad avere una media di 24-25 km/h.

Se si è nel deserto, invece, si rimane a una media di 20-22 km/h.

Per dormire come fai?

Tenda monoposto. O al massimo per due persone. Non si sa mai. Ovviamente deve essere una tenda piccola e leggera.
Questa è la nostra casa. Anche se dovessimo avere la possibilità di dormire in un albergo, noi preferiamo, la maggior parte delle volte, dormire nella nostra cara e amata tenda.
Mezz’ora prima del tramonto iniziamo a perlustrare ciò che ci sta intorno. Ogni posto in piano, lontano dal traffico, dove non ci siano troppi alberi (ho imparato che campeggiare sotto un albero non è una buona idea…) e che non sia proprietà privata, è un posto perfetto!

Non hai paura che qualcuno venga ad ammazzarti o che qualche animale ti assalga?
Tutte le persone che si sono avvicinate alla tenda fino adesso non avevano armi in mano ma cibo. Gli animali non mi hanno mai assalito. Al massimo qualche ragno e qualche insetto, un cinghiale che russa lì affianco, uccelli che defecano sulla tenda, animali vari che fanno pipì e popò proprio davanti alla tenda (è un problema quando di notte esci scalzo a fare la pipì) ect…

Se siamo in città ci colleghiamo su Booking.com e prenotiamo il primo della lista (quello più economico) oppure ci affidiamo a Warmshower e Couchsurfing! In questo modo oltre che un letto abbiamo pure compagnia e una cena inclusa.

Il materiale per un campeggio perfetto è:

  • tenda, facile da trasportare (piccola e leggera), resistente e anti-pioggia. Ci sono tante marche, io ho una Ferrino, ma se andate da Decathlon riuscirete a spendere qualche euro in meno per una qualità più o meno simile.

  • Un buon sacco a pelo (che tenga caldo fino a -5 gradi) e un sacco-lenzuolo, di cotone o ancora meglio di seta, per le temperature più miti.
    Per le temperature più estreme non dimenticate una coperta isotermica (quelle per le emergenze) da mettere sotto il materasso, vi farà dormire sogni tranquilli!
    Le due aziende che producono i materassi migliori per questo tipo di esigenze sono Exped e Therm-a-rest. Materassi stracomodi, straleggeri, stratrasportabili e stracari, ovviamente.

  • Un cuscino gonfiabile. Quelli super cheap vanno bene, io il mio lo uso da tempo e mi trovo benissimo.

Tutto qui.

Del cibo e di tante altri argomenti ve ne parlerò in un altro post!

Per informazioni più dettagliate e tecniche su tutto il materiale da campeggio, esiste una Bibbia online chiamata www.bicitalia.it, che si occupa (anche) di questo ormai da anni. Ci sono anche altri siti in inglese, ma perché complicarsi la vita? Stay local.

« Older posts Newer posts »

© 2019 Andrea Got Lost

Theme by Anders NorenUp ↑