Eccomi qui, pronto a partire. Nuova avventura, nuovo blog.

È arrivato il momento di partire e finalmente riconosco quella sensazione. Sono pronto. Fino al giorno prima, infatti, mi sembrava di non esserlo. Mi sembrava di non riuscire a realizzare che stessi partendo, per l’ennesima volta. Pareva che stessi galleggiando in un limbo indefinito. Mi sembrava di perdere tempo e, piuttosto che pensare alla partenza e pianificare il viaggio, mi ostinavo a fare dell’altro. Di pianificare non ne avevo proprio intenzione. Non so bene perché. Quindi lasciai semplicemente passare il tempo.

Così arrivò il tanto atteso giorno.

“Andrea credo che il tuo volo sia stato cancellato.”

La notte prima della partenza credevo di aver fatto questo incubo. Credevo fosse un incubo dovuto dal quello strano presentimento che avevo ormai da giorni (insieme ai fumi dell’alcool del giorno prima). Invece no, erano le nove del mattino del 13 Dicembre, il giorno in cui avevo prenotato il volo da Sydney a Bali e quella era la voce di Josh, l’amico da cui ero ospite per una settimana che lavora per la stessa compagnia aerea.

Dopo attimi di panico riesco a farmi spostare sul volo del giorno dopo, quindi spendo un altro giorno a Sydney. Giusto per sperperare qualche soldo in più.

La notte non riesco a prendere sonno e la mattina dopo, appena spuntano i primi raggi di sole, mi sveglio con l’ansia di risentire di nuovo quella voce. Mi preparo e verso le dieci sono in aeroporto. Sette ore e mezza prima del volo, giusto per non mancare di prudenza.

Anche questa volta mi sentivo che qualcosa doveva andare storto, infatti, dopo mezz’oretta scopro che – diversamente da quello che credessi – è impossibile trovare una scatola in cartone con cui poter impacchettare Bruna. All’improvviso, però, si presenta quella che in molti chiamano una “bella botta di culo”. Vedo un signore che trasporta una bicicletta all’interno di un imballaggio uguale a quello che serviva a me.

Scusi le posso chiedere dove ha preso questo cartone? Chiedo.

L’ho presa in Svizzera, sono appena arrivato, se ti serve te la posso dare. Risponde lui.

Dopo aver ringraziato ripetutamente lo svizzero passo delle ore a cercare di mettere Bruna dentro quel che resta del cartone tutto sbrindellato e, tre ore prima del volo, faccio il check in.

Sento quell’adrenalina finalmente. Quell’adrenalina che non vedo l’ora di sentire ogni volta che prendo un volo, ogni volta che parto.

La Jetstar è una compagnia tremenda. Dopo essere partiti un’ora e mezza in ritardo e essermi fatto spennare per due bocconi al limite del commestibile, trascorro sei ore di volo affianco a due bambini viziati che hanno messo alla prova la mia tolleranza.

Arrivo a Bali con quasi due ore di ritardo, il mio bagaglio arriva dopo un’interminabile e agognata attesa. Il ragazzo da cui stavo ospite mi aspettava fuori da più di un’ora e dopo aver aspettato un Uber (l’unico modo di non farsi carciofare dagli assatanati taxisti all’uscita dell’aeroporto), arriviamo a casa verso l’una di notte. Fuori piove, si suda da fermi e l’umidità ti si appiccica addosso.

Nel giro di pochi istanti assisto a quello di cui parlano tutti: il traffico indonesiano. Una roulette russa. Motorini ovunque, il casco e i semafori rossi sono un’optional e le corsie pure. Persone che camminano in mezzo al traffico e driblano con nochalance le macchine che sfrecciano all’impazzata, spesso contromano. Nessuna precedenza, tutto è scandito dal suono del clacson. Le ragazze si siedono di lato come delle principesse e con i capelli all’aria salutano i turisti ai lati delle strade.

Benvenuto a Bali, mi dice l’autista.