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Nei locali si incontrano le persone più assurde e, siccome noi non siamo da meno, non è stato difficile fare amicizia e passare le serate con loro.

Dopo aver visitato buona parte dei pub della città, prendiamo il traghetto per Langkawi, un’isola della Malesia un po’ più a nord, che visitiamo in lungo e in largo (alleluia!), facendo passeggiate in mezzo ai boschi, giri in scooter, soste in spiaggia a sorseggiare acqua di cocco, gite in barca in mezzo alle mangrovie ad ammirare le aquile rosse e a visitare gli allevamenti di pesce fluttuanti, facendo il bagno in piscine naturali, cene a base di pesce e cibi tipici.

La cucina malese ci ha un po’ deluso. Non è ricca, gli ingredienti sono sempre gli stessi combinati in vario modo: pesce, pollo, riso e noodles, ricoperti di spezie e peperoncino! Non esiste il “poco piccante”. O piccantissimo o niente.
Con il cibo di strada si rischia parecchio. Spesso abbiamo avuto delle brutte sorprese. Una delle cose che mi ricorderò per sempre sono le facce di Riccardo, che non era proprio preparato a questo tipo di cucina. Immaginatevi di vedere in slow motion un video di voi stessi mentre bendati vi imboccano un cucchiaino con della cacca. Ecco, questa è più o meno la faccia che faceva Riccardo quando mangiava qualcosa che non gli piaceva.

Salutiamo la Malesia prendendo il traghetto per Koh Lipe, in Tailandia, una piccola isola a pochi chilometri da Langkawi, dove passiamo le giornate a rilassarci in spiagge di sabbia bianca e acqua cristallina, a fare snorkeling, mangiare pesce freschissimo nei ristoranti in spiaggia e a farci fare massaggi di ogni tipo accolti dal suono della cantilena che ci accompagnerà per tutta la permanenza in Tailandia: Hallo…massaaage!! (chi è stato qui son sicuro che lo legge con lo stesso tono)
Dopo due giorni ci imbarchiamo per il viaggio della speranza (ben sette ore) verso Kho Phi Phi, una delle tante isole tailandesi della perdizione. Koh Lipe e Koh Phi Phi si assomigliano molto, ma quest’ultima è molto più festaiola. Discoteche in spiaggia, spettacoli di fuoco, alcool servito in dei secchielli, tatuatori e bancarelle in ogni angolo. La strade piene di ragazzi e ragazze che fanno la spola da un pub all’altro.
L’avventura più grande è stata la gita in barca. Dopo essere stati imbarcati in una tipica long tail boat, dove i posti a sedere erano meno delle persone sulla barca, veniamo trasbordati su un’altra barchetta capitanata da un thailandese, basso, con pochi denti, la pelle bruciata dal sole e un paio di pantaloni tutti bruciati, alquanto strambo. Dopo aver discusso con lui a causa delle soste per fare snorkeling che non ci concedeva, e per una incomprensione sul non poter scendere a Maya Beach (la spiaggia dove è stato girato il film The Beach), dopo una ventina di minuti il motore va in avaria e veniamo trasportati da un’altra imbarcazione, per poi venire lasciati vicino a degli scogli. Su cui, ovviamente, andiamo a finire. Dopo attimi di tensione capiamo che almeno non siamo in pericolo di morte quindi ne approfittiamo per fare due tuffi e chiacchierare con alcuni compagni di disavventura.

Almeno il rientro ci riserba un tramonto spettacolare…!

Lasciamo Phi Phi esausti dalle feste e dalle notti lunghe per andare a Phuket. Dove le feste si moltiplicano e le notti diventano infinite. L’isola è un posto straturistico. Tutto ruota a un sistema basato sullo spillare soldi il più possibile al turista. Sport acquatici, gite in barca, spettacoli di tigri, elefanti e serpenti, cabaret, gite in quod ma soprattuto Patong Beach: la Disneyland della perdizione, un tunnel carnevalesco del sesso e dell’alcool.

La prima volta che misi piede nella Bangla Road, la strada attorno alla quale si concentra tutta la movida nottura, rimasi esterrefatto come un bambino che entra per la prima volta a Disneyland passando per la stanza degli orrori. Una folla di gente, ragazzini e ragazzine, bambini e bambine, uomini e donne di mezza età, anziani e anziane che fanno lo slalom tra venditori ambulanti, lady boy, trans, prostitute, drag queen, vecchi pervertiti, PR che cercano di convincerti ad assistere al ping pong show (uno spettacolo aberrante dove ci sono delle signorine tailandesi non più giovanissime che si divertono a far uscire qualsiasi cosa dalla propria vagina) e donnine che ti tirano da una parte all’altra per portarti nel loro locale, dove i secchielli di alcool sono in offerta o la birra a metà prezzo. Si certo.
Nei locali ci sono più ballerine di lap dance e adescatrici sempre sorridenti che clienti. Musica a mille mila decibel che arriva da ogni angolo. Luci a neon e locali stracolorati illuminano la strada, che non trova riposo fino alle cinque o le sei del mattino. Ogni giorno. C’è gente che ama passarci un mese di vacanza in mezzo a tutto questo trambusto, io dopo tre giorni, dopo l’entusiasmo iniziale, ero stufo e alquanto schifato di vedere tutta quella disperazione.

Nel frattempo arriva la fine della vacanza per i miei amici. Stanchi, sfiniti da questi venti giorni di intensa movida, li saluto mentre prendono il taxi per andare in aeroporto.

Io, invece, aspetto un’altra settimana qui. Aspetto Violett, una ragazza francese che ho conosciuto nel sito di Warmshowers, con cui condividerò – si spera – il resto del viaggio.