Andrea Got Lost

Travelblog di un globetrotter

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Vacanze alle isole Fiji

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Vietnam del sud: periplo in motocicleta

Lascio l’isola di Koh Rong Sanloem tra party, saluti, lacrime, abbracci, sorrisi, gioia e tristezza.
In una situazione sentimentale complicata, come direbbe Facebook.

Il giorno dopo vado a festeggiare il compleanno di un caro amico a Chi Phat, una piccola eco-community ai piedi delle Cardamom Mountains, immersa nelle foreste cambogiane. Il “un giorno”, che avevo pianificato di restare, come spesso mi accade, sono diventati tre. Al mio arrivo, in attesa del mio amico, non posso resistere alla tentazione di noleggiare una bicicletta e esplorare i dintorni. Nel giro di dieci minuti arrivo nelle sponde di un fiume, che un gruppo di locali ha scelto come base per un picnic a base di bbq e birre. E con base intendo proprio il fiume, non le sponde. Con un allettantissimo “Come here, beer”, mi chiamano e mi accolgono nel loro picnic. Passo dunque il resto del pomeriggio con loro. Niente esplorazione dei dintorni.
Spendo i restanti giorni immerso nella natura a fare birdwatching, trekking, mangiare prelibatezze locali a base di formiche – il tutto bagnato con il tradizonale vino di riso locale che sa di distillato di acqua di olive – e a fare escursioni sul fiume su delle barchette che non promettono niente di buono. Le notti si va a letto presto visto che alle undici il villaggio rimane senza elettricità.

Vado poi a Phnom Penh per salutare altri amici e organizzare la partenza.

30 Novembre 2016: lascio la Cambogia dopo esattamente otto mesi e dieci giorni.

Sveglia alle sei, ma poco male visto che appena salgo nel bus mi addormento fino a che non arriviamo al confine. Sbrigo i convenevoli burocratici e al mio rientro sul bus una signora vietnamita di mezza età mi offre, con un sorriso sdentato, un seme nero, simile a una bacca di mirto ma leggermente più grande e ovale. Che bel benvenuto in Vietnam, penso, alla faccia di tutti quelli che dicono che i vietnamiti siano inospitali. Apro il seme e ne mangio il contenuto: mi sembrava di mangiare proprio una bacca di mirto! Si, una bacca di mirto non matura, acerba, secca, che ti lascia la bocca asciutta come se stessi mangiando una banana non matura. Sorrido e ringrazio per il gesto, giusto per non fare l’irriconoscente, ma me ne pento subito dopo, appena vedo la simpatica signora, compiaciuta, che mi offre un intero ramo. “Uh grazie mille”, le dico, mentre mi sforzo a mangiarne un secondo. Mannaggia a me e ai buoni modi.

Arrivo nell’immensa Ho Chi Minh (Saigon) intorno all’ora di pranzo. Orrore, scopro che qui non esistono i tuk tuk! Vado quindi in ostello in motodap e incontro Angy e Noe, due amiche con cui avevo appuntamento.

I bambini in divisa, gli scooter che sfrecciano in ogni dove, i bistro ai lati delle strade e gli animali in vendita in qualsiasi angolo mi fanno sentire a casa (in Cambogia). Subito noto però delle differenze: i bambini indossano le scarpe, tutti guidano con il casco e i galli non saltellano felici nei marciapiedi ma sono rinchiusi in gabbie. Il traffico di Ho Chi Minh non è quello di Phnom Phen; è quello di Phnom Phen, di New York, di Bangkok, di Roma e Nuoro messe insieme. Anche qui niente regole, o quasi. Gli scooter padroneggiano nelle strade e se ne fregano dei semafori rossi o dei pedoni, nelle rotonde c’è la più totale anarchia.
Ma non mi lamento visto che presto sarò parte di questa comunità: passiamo infatti il pomeriggio a cercare delle moto da comprare e poter così visitare il Paese in stile ‘i diari della motocicleta’.

Che io non abbia mai guidato una motocicletta e abbia messo il sedere su uno scooter solo un paio di volte in tutta la mia vita, sono dei dettagli irrilevanti.

Il giorno dopo faccio il turista. Mi perdo per le strade della città a sparaflesciare le anziane venditrici di cibo di strada con i cappelli tipici, il traffico e gli edifici decadenti.
Non ero più abituato a dover usare google translator per comunicare, camminare con la borsa messa davanti e le mani in tasca per paura di essere scippato!
Visito poi il ‘War Remnants Museum’ (prima si chiamava ‘Musuem of Chinese and American War Crime, ma a qualcuno – chissà chi – non piaceva questo nome). Con soli settantacinque centesimi di dollaro sono riusciti a fomentare il mio odio verso il genere umano e i governi (ok uno in particolare, ma non dico quale per non offendere i miei amici americani). Dopo due ore di massima depressione esco all’aria aperta e continuo il mio tour turistico per le vie della città.

Mi fermo in una bancarella e cosa trovo? Dei dolci simili ai Savoiardi! Ne compro due pacchi e, indeciso se tenerli o meno per fare un tiramisù (non saprei proprio dove), ne apro un pacco e inizio a sgranocchiarli con una faccia compiaciuta come se stessi mangiando caviale e aragosta.

Non passano neanche ventiquattro ore che già mi stufo dei ‘ehy my friend, where you go?’, ‘marjuana, cocaine, hostel, cigarettes, happy hour my friend‘. Dopo aver contrattato per ore, prendiamo le nostre moto e, con la speranza di riuscire a metter piede fuori dalla città e con la paura che non si stacchi una ruota o che non ci fermi la polizia (visto che non potremmo guidare senza una patente di guida vietnamita) – ci dirigiamo verso i tunnel sotterranei di Co Chin a una quarantina di chilometri a nord di Ho Chi Minh.

Percorriamo sessanta chilometri, dopo innumerevoli – troppe – deviazioni, in cinque ore sotto una pioggia incessante. Uscire dalla città è stata un’impresa di sopravvivenza, mai avevo visto tanti motorini ammassati tutti insieme. Una volta arrivati a destinazione facciamo fatica a trovare un posto che accontenti le esigenze culinarie di tutti (ricordate, mai e poi mai viaggiare con dei vegetariani), per poi finire in un motel trovato all’ultimo momento, al modico prezzo di un dollaro e mezzo a testa. Per questioni di sicurezza ci fanno mettere le moto dentro la stanza!

Il giorno dopo, alle sette del mattino, ci svegliamo e ci presentiamo alle porte dei famosi Co Chin Tunnels, manco fossimo al concerto di Vasco Rossi. Per chi non ne avesse mai sentito, i Tunnel di Co Chin sono circa 250 km di tunnel sotterranei – una vera e propria città – che i Vietcong hanno costruito nell’arco di vent’anni, per nascondersi e difendersi dagli attacchi di quei bast..degli americani. Siamo ovviamente i primi ad entrare e, per fortuna, delle orde di koreani bramosi di intrufolarsi nei tunnel neanche l’ombra.
Facciamo un tour turistico dei tunnel e la guida ci spiega la complicata organizzazione e la vita sotterranea che conducevano i Vietcong, fomentando ulteriormente il mio sopracitato odio.

Ci dirigiamo poi verso il nord, attraversando strade sterrate, fiancheggiando laghi con viste mozzafiato, facendo lo slalom tra bufali, buche, venditori di strada (in senso letterale) e facendo gare con i locali che impazziscono a vedere degli stranieri in moto. Arriviamo quasi per caso ai piedi della Black Virgin Mountain, una montagna di poco più di mille metri e facciamo un po’ di trekking. Al nostro rientro incontriamo un vietnamita americano. Ci racconta di lavorare nell’esercito statunitense e di aver fatto diverse missioni negli ultimi anni. Rimango sbigottito dal fatto che riesco a parlarci per più di dieci minuti e addirittura beviamo alcune birre insieme.

È incredibile come tutte le persone che incontriamo ci dicano di fare attenzione e di non fidarci di nessuno. Scopro poi che tutto questo allarmismo è dato non solo dalla microcriminalità che dilaga in tutto il Paese ma anche da un incessante terrorismo mediatico.

Ai piedi della montagna troviamo una sorta di monastero buddista dove chiediamo ospitalità, dato che la nostra idea di campeggiare nelle foreste della montagna è stata bocciata dai locali. Dopo lunghe trattative riusciamo a trovare un posto sicuro con tanto di monaco che, dormendo nella sua amaca, ci fa da guardia per tutta la notte.

Il giorno dopo percorriamo più di centocinquanta chilometri. E vi posso assicurare che, essendo il Vietnam un Paese sovrappopolato e piuttosto caotico, è un’impresa non da poco. Attraversiamo ponti, prendiamo traghetti, facciamo slalom tra bambini, bufali, mucche, venditori ambulanti, anziani e donne che, rigorosamente contromano, trasportano di tutto: barili, intere famiglie, animali di vario genere (maiali e galline vanno per la maggiore), vetrate, legname, cibo, cestini in vimini, attrezzi da lavoro, tubi lunghi cinque metri e tanto altro.

Arrivati a My Tho, prendo parte a un’escursione sul Mekong di tre ore, dove visitiamo i villaggi lungo le sponde del fiume, i luoghi dove si produce l’olio, il miele e le caramelle di cocco. La guida ci spiega come vengono prodotti e ci parla della vita dei locali.

Ci dirigiamo poi verso un altro paesello, Cai Be, per visitare i mercati galleggianti. Ad un certo punto ci fermiamo per controllare la direzione e si ferma un ragazzo vietnamita che ci offre di accompagnarci a destinazione, cambiando totalmente i suoi piani.

Brum brum paf paf. La mia moto si ferma in mezzo alla strada, e i restanti dieci chilometri li percorro a motore spento con il nostro nuovo amico che mi spinge con il piede fino al seguente meccanico – per fortuna si trovano in ogni angolo.

Visto che ormai è abbastanza tardi rimaniamo insieme per tutta la sera con Zany, il nostro nuovo amico, ceniamo e condividiamo una guest house, e parecchie birre ovvio.

Chiediamo informazioni per visitare i mercati galleggianti il giorno dopo e ci viene detto che per vivere a pieno l’esperienza con i locali bisogna svegliarsi alle quattro del mattino. Il giorno dopo ci svegliamo di primo mattino, ma dei mercatini neanche l’ombra. C’è stato un errore di comunicazione. Ora capisco che i problemi di comunicazione che abbiamo non dipendono solo da una barriera linguistica…

Zany ci offre di andare a Can Tho, dove ci sono altri mercati galleggianti, ospiti a casa sua. Zany ci parla della sua vita, del suo lavoro, dei suoi sogni e della cultura vietnamita. Tra birre, cibo, partite a carte,  peluche (è un storia troppo lunga da raccontare, vi dico solo che ci siamo ritrovati a scaricare un camion pieno di peluche nel bel mezzo della notte), passiamo tre giorni incredibili. Nel frattempo Angy e Noe, le due ragazze con cui stavo viaggiando, decidono di rientrare a Ho Chi Minh prima del previsto, quindi vanno via lasciandomi solo tra le campagne vietnamite. E io, visto che le attrattive turistiche qui scarseggiano, decido passare il restante dei giorni facendo Couchsurfing e vivere un po’ la vita mondana vietnamita.

Saluto Zany e mi dirigo verso Sa Dec, un paese a sessanta chilometri dove incontro Jeanne, una franco-vietnamita, professione meditatrice, che alla domanda “dove vivi?” risponde “nel mio corpo”. Un po’ per sottolineare la sua forte spiritualità un po’ per far capire che non possiede una fissa dimora – così come il sottoscritto. Parliamo di viaggi, di meditazione, buddismo, karma, dharma e compagnia cantante. Facciamo visita alla vicina Xeo Quyt Forest, un posto incantato e rigoglioso, ricoperto di vegetazione pluviale, fiori di loto e esserini alati di ogni tipo. Passiamo tre giorni a chiacchierare, mangiare i manicaretti che la sua amica/donna factotum ci prepara e bere del terribile caffè vietnamita.

Mi rimetto in strada per tornare a Ho Chi Minh e terminare così il mio periplo del delta del Mekong, dopo 750 chilometri.

Brum brum paf paf. La ruota di dietro cede a pochi chilometri dall’arrivo. Proseguo quindi spingendo la moto fino a destinazione. Facendo finta di niente, ritiro il passaporto e scappo via.

Ciao Vietnam.

Alcune curiosità sul Vietnam:

  • ho letto da qualche parte che si possono contare più di 15000 piatti diversi in Vietnam, la maggior parte di questi sono zuppe; preparatevi a inzupparvi, a 30°C

  • i soldi, cibo e bevande si prostrano con un mano e con l’altra ci si tocca l’avambraccio (l’altezza dipende dal grado di rispetto che avete per la persona che avete davanti). Non abbiate paura.

  • nelle strade si suona per allertare il conducente di davanti, non per mandarlo a quel paese

  • quando si beve alcolici, si brinda ad ogni sorso: fate sorsi un po’ più lunghi se non volete alzare il bicchiere ogni cinque secondi

  • ai vietnamiti piace farsi foto con gli occidentali o semplicemente salutarli, preparatevi a sentirvi dei divi

  • ci sono più scooter che persone, ma questo non vuol dire che potete parlarci

  • i vietnamiti sono più ospitali di quello che la gente pensi

  • il libero campeggio è illegale e i locali sono obbligati a registravi alla polizia se vi vogliono ospitare

  • i posti letto sono forse i più economici al mondo, a volte si trovano motel a 1,5$ per persona

  • lo stipendio medio di un lavoratore è 200$, fatevi un esame di coscienza prima di cercare di contrattare per risparmiare cinquanta centesimi

  • sventolare la mano all’altezza del viso, che da noi vuol dire “sei scemo”, in Vietnam significa “non c’è”, “non è possibile”: non offendetevi

 

Primi giorni in compagnia, Phuket-Khao Sok National Park

Come ogni notte prima di ogni partenza, anche quella della domenica appena passata l’ho passata in bianco, o quasi. Alle sei suona la sveglia e nel giro di neanche mezz’ora sono già in sella a Bruna. Percorro la strada che ho fatto per una settimana. Avevo paura di non farcela visto che sudavo ancora birra e le salite erano della strade verticali. Invece nel giro di un’oretta e mezza arrivo in aeroporto e trovo subito Violett alle prese con Falcon, la sua bici, che mi saluta con un caloroso abbraccio e un bacio sulla guancia. Iniziamo bene, penso.

Finalmente attraversiamo il ponte che mi porta fuori da quel luogo di perdizione chiamato Phuket. Ciao, a mai più rivederci.

Quando mi giro, Violett non c’era più. Il mio acuto senso altruista ha fatto cilecca anche questa volta. L’aspetto per un attimo e subito mi accorgo che i nostri ritmi sono alquanto diversi…

Sarà questione di abitudine, penso.

Ci dirigiamo al Lampi National Park, dove però troviamo chiuso. Il Ranger di turno però ha pietà di noi e ci lascia fare una doccia. Doccia per modo di dire ovviamente. Vi ricordo che in molti posti del Sud Est asiatico la doccia non esiste, e consiste in un rubinetto con un secchio.

Ci rinfreschiamo a dovere e proseguiamo, o meglio, proseguo. Poi mi fermo ogni tanto per aspettare Violett.

Sarà questione di abitudine, perso.

Ci fermiamo per mangiare qualche snack e per cenare con il mio piatto preferito, il Pad Thai (i noodles tailandesi). Di sera, poco prima del tramonto, troviamo un posto dove piazzare le tende in mezzo alla foresta. Desolato, penso.

Dopo qualche oretta, due cani che abbiano inferociti mi svegliano. Bene, esperienza tailandese finita qui. Game over. Chi l’avrebbe pensato di finirla così, divorato da dei cani randagi nel mezzo della foresta pluviale in Thailandia. Per fortuna ho fatto l’assicurazione proprio qualche giorno fa, penso, cercando invano un’arma con cui difendermi. Subito dopo vedo una luce che si aggira tra gli alberi. Un signore con uno schiocco di bocca richiama i cani. Pfiu, son salvo!

Ora devo vedermela con il padrone di questo campo però, penso. Invece appena mi affaccio vedo in penombra un signore anziano che fa degli intagli sugli alberi e appena mi vede mi saluta e continua nel suo lavoro.

Questi intagli servono per far produrre un latte particolare che viene poi raccolto in dei contenitori messi sulla base dell’albero. Attività svolta da una signorina che passa dopo un paio di ore, svegliandomi nuovamente, nel pieno della notte.

Anche questa notte, insomma, la passo quasi in bianco.

Fuori c’è silenzio, finalmente. La luna è piena e illumina tutta la foresta. Il rumore del vento che sbatte sulle palme sopra le nostre teste si alterna con quello delle cicale, o di chissà quale altro strano insetto. Mi fermo a guardare la luna e a pensare: che bella che sei.

L’indomani mattina mi sveglio alquanto tardi e trovo Violette già pronta che mi aspetta. Mentre mi preparo a mia volta, un’anziana signora intenta a tagliare delle foglie ci saluta e con un gesto delle mani ci invita a casa (parolone) sua, non lontano da dove avevamo messo le tende, per mangiare qualcosa. Caffè con dei manicaretti di riso avvolti su foglie di palma di banano. La carica giusta.

Eccola qui, la prima comunicazione a gesti del viaggio. Quello che aspettavo da tempo. Nell’entroterra tailandese, infatti, l’inglese non si sa cosa sia.
Con grandi difficoltà riesco a capire che la signora abitava li, in mezzo alla foresta, da sempre. Aveva due figli, un maschio e una femmina, e due nipoti. Tutti vivevano a Phuket. Ho avuto poi la conferma quando la “conversazione” si stava facendo abbastanza complicata e la signora decide di chiamare il figlio che parlava qualche parola di inglese. Grazie mille e buona fortuna per tutto, ci dice alla fine!
Dopo aver ringraziato ripetutamente la simpatica signora ci dirigiamo vero le cascate dove ci immergiamo per un’oretta.

Riprendiamo a pedale, fermandoci solo per smangiucchiare qualcosa e per fare qualche foto. Cambiamo piani e rotta almeno tre volte.
La sera campeggiamo in mezzo a una foresta di palme.
In lontananza sentiamo crepitare e scopriamo che a pochi chilometri da noi c’è un grosso incendio. Bene, se non sono stati i cani randagi sarà un incendio, penso. Invece nel giro di mezz’ora non si sente più niente e esausti ci addormentiamo.

Il giorno dopo ci svegliamo sani e salvi. Montiamo in sella ma dopo una decina di chilometri troviamo delle terme naturali dove ci fermiamo, facciamo colazione in un chioschetto e ci immergiamo per un paio di orette. In seguito arriviamo al Khao Sok National Park – dopo una lunga e faticosa scalata per le montagne – dove volevamo fare un trekking veloce, invece il posto è talmente bello che decidiamo di fermarci una notte e fare una gita in canoa lungo il fiume. Il posto è molto turistico con prezzi leggermente più alti della media, ma ne vale assolutamente la pena. Soddisfatti della giornata, ceniamo e ci rinchiudiamo nel bungalow.

Paura e delirio in Malesia e Thailandia – part 2

..leggi Part 1

Nei locali si incontrano le persone più assurde e, siccome noi non siamo da meno, non è stato difficile fare amicizia e passare le serate con loro.

Dopo aver visitato buona parte dei pub della città, prendiamo il traghetto per Langkawi, un’isola della Malesia un po’ più a nord, che visitiamo in lungo e in largo (alleluia!), facendo passeggiate in mezzo ai boschi, giri in scooter, soste in spiaggia a sorseggiare acqua di cocco, gite in barca in mezzo alle mangrovie ad ammirare le aquile rosse e a visitare gli allevamenti di pesce fluttuanti, facendo il bagno in piscine naturali, cene a base di pesce e cibi tipici.

La cucina malese ci ha un po’ deluso. Non è ricca, gli ingredienti sono sempre gli stessi combinati in vario modo: pesce, pollo, riso e noodles, ricoperti di spezie e peperoncino! Non esiste il “poco piccante”. O piccantissimo o niente.
Con il cibo di strada si rischia parecchio. Spesso abbiamo avuto delle brutte sorprese. Una delle cose che mi ricorderò per sempre sono le facce di Riccardo, che non era proprio preparato a questo tipo di cucina. Immaginatevi di vedere in slow motion un video di voi stessi mentre bendati vi imboccano un cucchiaino con della cacca. Ecco, questa è più o meno la faccia che faceva Riccardo quando mangiava qualcosa che non gli piaceva.

Salutiamo la Malesia prendendo il traghetto per Koh Lipe, in Tailandia, una piccola isola a pochi chilometri da Langkawi, dove passiamo le giornate a rilassarci in spiagge di sabbia bianca e acqua cristallina, a fare snorkeling, mangiare pesce freschissimo nei ristoranti in spiaggia e a farci fare massaggi di ogni tipo accolti dal suono della cantilena che ci accompagnerà per tutta la permanenza in Tailandia: Hallo…massaaage!! (chi è stato qui son sicuro che lo legge con lo stesso tono)
Dopo due giorni ci imbarchiamo per il viaggio della speranza (ben sette ore) verso Kho Phi Phi, una delle tante isole tailandesi della perdizione. Koh Lipe e Koh Phi Phi si assomigliano molto, ma quest’ultima è molto più festaiola. Discoteche in spiaggia, spettacoli di fuoco, alcool servito in dei secchielli, tatuatori e bancarelle in ogni angolo. La strade piene di ragazzi e ragazze che fanno la spola da un pub all’altro.
L’avventura più grande è stata la gita in barca. Dopo essere stati imbarcati in una tipica long tail boat, dove i posti a sedere erano meno delle persone sulla barca, veniamo trasbordati su un’altra barchetta capitanata da un thailandese, basso, con pochi denti, la pelle bruciata dal sole e un paio di pantaloni tutti bruciati, alquanto strambo. Dopo aver discusso con lui a causa delle soste per fare snorkeling che non ci concedeva, e per una incomprensione sul non poter scendere a Maya Beach (la spiaggia dove è stato girato il film The Beach), dopo una ventina di minuti il motore va in avaria e veniamo trasportati da un’altra imbarcazione, per poi venire lasciati vicino a degli scogli. Su cui, ovviamente, andiamo a finire. Dopo attimi di tensione capiamo che almeno non siamo in pericolo di morte quindi ne approfittiamo per fare due tuffi e chiacchierare con alcuni compagni di disavventura.

Almeno il rientro ci riserba un tramonto spettacolare…!

Lasciamo Phi Phi esausti dalle feste e dalle notti lunghe per andare a Phuket. Dove le feste si moltiplicano e le notti diventano infinite. L’isola è un posto straturistico. Tutto ruota a un sistema basato sullo spillare soldi il più possibile al turista. Sport acquatici, gite in barca, spettacoli di tigri, elefanti e serpenti, cabaret, gite in quod ma soprattuto Patong Beach: la Disneyland della perdizione, un tunnel carnevalesco del sesso e dell’alcool.

La prima volta che misi piede nella Bangla Road, la strada attorno alla quale si concentra tutta la movida nottura, rimasi esterrefatto come un bambino che entra per la prima volta a Disneyland passando per la stanza degli orrori. Una folla di gente, ragazzini e ragazzine, bambini e bambine, uomini e donne di mezza età, anziani e anziane che fanno lo slalom tra venditori ambulanti, lady boy, trans, prostitute, drag queen, vecchi pervertiti, PR che cercano di convincerti ad assistere al ping pong show (uno spettacolo aberrante dove ci sono delle signorine tailandesi non più giovanissime che si divertono a far uscire qualsiasi cosa dalla propria vagina) e donnine che ti tirano da una parte all’altra per portarti nel loro locale, dove i secchielli di alcool sono in offerta o la birra a metà prezzo. Si certo.
Nei locali ci sono più ballerine di lap dance e adescatrici sempre sorridenti che clienti. Musica a mille mila decibel che arriva da ogni angolo. Luci a neon e locali stracolorati illuminano la strada, che non trova riposo fino alle cinque o le sei del mattino. Ogni giorno. C’è gente che ama passarci un mese di vacanza in mezzo a tutto questo trambusto, io dopo tre giorni, dopo l’entusiasmo iniziale, ero stufo e alquanto schifato di vedere tutta quella disperazione.

Nel frattempo arriva la fine della vacanza per i miei amici. Stanchi, sfiniti da questi venti giorni di intensa movida, li saluto mentre prendono il taxi per andare in aeroporto.

Io, invece, aspetto un’altra settimana qui. Aspetto Violett, una ragazza francese che ho conosciuto nel sito di Warmshowers, con cui condividerò – si spera – il resto del viaggio.

Partenza e arrivo a Bali

Eccomi qui, pronto a partire. Nuova avventura, nuovo blog.

È arrivato il momento di partire e finalmente riconosco quella sensazione. Sono pronto. Fino al giorno prima, infatti, mi sembrava di non esserlo. Mi sembrava di non riuscire a realizzare che stessi partendo, per l’ennesima volta. Pareva che stessi galleggiando in un limbo indefinito. Mi sembrava di perdere tempo e, piuttosto che pensare alla partenza e pianificare il viaggio, mi ostinavo a fare dell’altro. Di pianificare non ne avevo proprio intenzione. Non so bene perché. Quindi lasciai semplicemente passare il tempo.

Così arrivò il tanto atteso giorno.

“Andrea credo che il tuo volo sia stato cancellato.”

La notte prima della partenza credevo di aver fatto questo incubo. Credevo fosse un incubo dovuto dal quello strano presentimento che avevo ormai da giorni (insieme ai fumi dell’alcool del giorno prima). Invece no, erano le nove del mattino del 13 Dicembre, il giorno in cui avevo prenotato il volo da Sydney a Bali e quella era la voce di Josh, l’amico da cui ero ospite per una settimana che lavora per la stessa compagnia aerea.

Dopo attimi di panico riesco a farmi spostare sul volo del giorno dopo, quindi spendo un altro giorno a Sydney. Giusto per sperperare qualche soldo in più.

La notte non riesco a prendere sonno e la mattina dopo, appena spuntano i primi raggi di sole, mi sveglio con l’ansia di risentire di nuovo quella voce. Mi preparo e verso le dieci sono in aeroporto. Sette ore e mezza prima del volo, giusto per non mancare di prudenza.

Anche questa volta mi sentivo che qualcosa doveva andare storto, infatti, dopo mezz’oretta scopro che – diversamente da quello che credessi – è impossibile trovare una scatola in cartone con cui poter impacchettare Bruna. All’improvviso, però, si presenta quella che in molti chiamano una “bella botta di culo”. Vedo un signore che trasporta una bicicletta all’interno di un imballaggio uguale a quello che serviva a me.

Scusi le posso chiedere dove ha preso questo cartone? Chiedo.

L’ho presa in Svizzera, sono appena arrivato, se ti serve te la posso dare. Risponde lui.

Dopo aver ringraziato ripetutamente lo svizzero passo delle ore a cercare di mettere Bruna dentro quel che resta del cartone tutto sbrindellato e, tre ore prima del volo, faccio il check in.

Sento quell’adrenalina finalmente. Quell’adrenalina che non vedo l’ora di sentire ogni volta che prendo un volo, ogni volta che parto.

La Jetstar è una compagnia tremenda. Dopo essere partiti un’ora e mezza in ritardo e essermi fatto spennare per due bocconi al limite del commestibile, trascorro sei ore di volo affianco a due bambini viziati che hanno messo alla prova la mia tolleranza.

Arrivo a Bali con quasi due ore di ritardo, il mio bagaglio arriva dopo un’interminabile e agognata attesa. Il ragazzo da cui stavo ospite mi aspettava fuori da più di un’ora e dopo aver aspettato un Uber (l’unico modo di non farsi carciofare dagli assatanati taxisti all’uscita dell’aeroporto), arriviamo a casa verso l’una di notte. Fuori piove, si suda da fermi e l’umidità ti si appiccica addosso.

Nel giro di pochi istanti assisto a quello di cui parlano tutti: il traffico indonesiano. Una roulette russa. Motorini ovunque, il casco e i semafori rossi sono un’optional e le corsie pure. Persone che camminano in mezzo al traffico e driblano con nochalance le macchine che sfrecciano all’impazzata, spesso contromano. Nessuna precedenza, tutto è scandito dal suono del clacson. Le ragazze si siedono di lato come delle principesse e con i capelli all’aria salutano i turisti ai lati delle strade.

Benvenuto a Bali, mi dice l’autista.

© 2019 Andrea Got Lost

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