Andrea Got Lost

Travelblog di un globetrotter

Tag: avventura

Nuova Zelanda on the road

Perché la nuova Zelanda? Per la natura, easy as – come direbbero i neozelandesi.

Si viene in Nuova Zelanda per immergersi nella natura, respirare aria pura e e condividere lo stile di vita rilassato dei neozelandesi.

A fine anno del 2017 non sapevo bene dove sbattere la testa (non che ora lo sappia). L’indecisione mi perseguitava: rimanere in Australia o andare altrove?
Per una serie di motivi che non sto a disquisire qui, decisi di connettermi al sito del governo neozelandese, creare un account, applicare per il
working holiday visa, comprare il solito biglietto solo andata e partire per la terra del rugby e dei kiwi.
Questa era più o meno la mia conoscenza della Nuova Zelanda.
Non so perché ma la Nuova Zelanda non era mai stata nella mia
bucket list e non mi ero mai documentato approfonditamente. Decisi di andarci solo per un fatto di comodità.
Grazie comodità, ti ringrazierò per tutta la vita.
C’è stata una complessissima relazione di amore e odio con l’Australia. Lasciarla mi rendeva triste e felice allo stesso tempo. Imbarco con le idee un po’ confuse ma con il sorriso sulle labbra, eccitato dal sapore della nuova avventura, cercando di non pensare all’ultimo anno passato a Sydney, pieno di momenti..speciali e indimenticabili.

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Da Phuket a Bangkok su due pedali

Terminata la prima grande tappa thailandese da Phuket a Bangkok. 850 km, 15 giorni, passando per le zone più remote della Thailandia meridionale ed evitando, quasi sempre, le strade principali.

Alla via più veloce e più sicura abbiamo preferito le foreste e i piccoli villaggi. Abbiamo percorso strade sterrate, non sapendo bene dove stessimo andando. L’importante è avere il mare sempre a destra, questa era la regola. Abbiamo chiesto ospitalità a delle piccole famiglie che vivevano nelle classiche e modeste abitazioni tailandesi, abbiamo incrociato allevatori alle prese con le loro bestie, osservato gli agricoltori che si prendevano cura del loro campo e altri che si crogiolavano al sole sopra un’amaca tutta rattoppata.

Abbiamo visto degli uomini prendere le noci di cocco con delle scimmie al guinzaglio ammaestrate, anziani che aprivano poi le noci con le loro mani. Ci siamo fermati a comprare dai venditori ambulanti che vendevano manicaretti e frutta locale freschissima e super saporita coltivata lì a un paio di metri: durian, jackfruit, longan, mangostani, litchi, mango, banane, passion fruit, ananas, angurie (anche una varietà con la polpa gialla) e tanti altri di cui non conosco neanche il nome. Le papaie, invece, le abbiamo rubate direttamente dagli alberi.
Abbiamo visto le famiglie di pescatori che con cura mettevano a essiccare al sole il pesce appena pescato, attraversato dei parchi nazionali che ci hanno regalato tramonti spettacolari, dormito con una comunità di buddisti, in riva a un fiume, in mezzo alla foresta di banane, nei bungalow tipici thailandesi e in tenda sulla spiaggia, a due passi dall’acqua.

Abbiamo tenuto un ritmo molto lento, gustandoci ogni piccolo dettaglio, le persone anziane che ci guardavano spaesate, i bambini che ci salutavano e ci inseguivano con gli scooter, le donne che ci sorridevano, i cani che ci rincorrevano in branco e le zanzare che la sera, puntuali, ci divoravano prima che facessimo in tempo a metterci lo spray.

Che colori e che profumi. Il profumo dolce e mistico degli incensi dati in dono alle divinità si confondeva con l’odore forte di shampoo proveniente dai capelli al vento delle ragazze che ti superavano in scooter. Senza casco, ovviamente. L’odore putrido dei Durian messi ad essiccare al sole si mischiava al rancido degli alberi che emanavano un odore simile alla citronella. Il forte ma piacevole odore di pesce al sole copriva l’odore salmastro del mare.

La comunicazione. Inesistente, ahinoi. In due settimane abbiamo avuto a che fare con tre persone che conoscevano un paio di parole di inglese, per il resto del tempo la nostra comunicazione era a dir poco primordiale. Chicchirichi, muuu, oink oink NO! Voleva dire “qualcosa di vegetariano per favore” (un concetto complicatissimo qui, a quanto pare sono più confidenti con i vegani!). Mani giunte sulla guancia e poi messe a triangolo per indicare il tetto di una casa voleva dire “possiamo campeggiare qui?”. “Andrea, Violette e indice puntato verso l’interlocutore stava per “come ti chiami?”. Insomma, la comunicazione era difficile, anche per esprimere i concetti basilari.
Dopo un paio di giorni ci siamo fatti tradurre un frasario che mostravamo orgogliosi nei momenti di bisogno. Cercare di pronunciare l’intera frase era inutile visto che il thai, essendo una lingua tonale, non è facile da pronunciare. E visto che di solito interloquivamo nei momenti del bisogno, non volevamo creare strane incomprensioni.
Dio, o chi per lui, benedica Google Translator!

Pedalare nella maggior parte delle strade tailandesi è semplice e piacevole, a differenza dell’Australia, per esempio, c’è sempre una corsia abbastanza larga dedicata alle moto e alle biciclette. Nessun roadtrain che ti spazza via dalle strade, nessuno slalom tra cadaveri di canguri.

Man mano che ci avvicinavamo a Bangkok il traffico, insieme al vento in faccia, si faceva sempre più fastidioso, per questo decidiao di farci gli ultimi cento chilometri in treno. Un treno simile alle littorine degli anni ’50 presenti in Sardegna. Nella stazione dove l’abbiamo preso, a Cha Am, si usava ancora il telegrafo! Nessuno ovviamente parlava inglese e il biglietto ci è costato poco meno di tre euro.
Il viaggio  è stato molto piacevole.

E ora eccoci qui a Bangkok. Niente più pescatori solitari ma autisti di tuk tuk che ti chiedono se ti serve un passaggio nonostante tua sia sopra la tua bicicletta. Niente più odore di incensi ma di smog e macchine che ti smarmittano in faccia. Niente più villaggi con poche persone ma orde di gente che spintona per andare a visitare il Gran Palace. Niente più templi immersi nel silenzio ma templi straccolmi di asiatici che smanettano con macchine fotografiche e telefonini. Niente più buoi e galli che scorrazzano per le strade ma solo grosse pantegane che sbucano dalle fogne. Nessuna capanna ma solo cememento e grossi cartelloni pubblicitari.
Bangkok è affascinante nonostante tutto. Tanta storia, architettura, offerta culturale e buona cucina. Multiculturale al punto giusto.

Ma non è proprio il posto che fa per me in questo momento, quindi, udite udite, vado in un villaggio a circa 260 km da qui, a insegnare inglese ai bambini di una scuola che non si può permettere di pagare un insegnante. Non so per quanto tempo…ma stay tuned, che vi farò sapere.

Paura e delirio in Malesia e Thailandia – part 1

Quando si parte per un viaggio a lungo termine e senza una meta ben precisa bisogna essere pronti a farlo senza un piano ben preciso. Averne uno è una perdita di tempo. La mattina bisogna svegliarsi e decidere cosa fare, semplice.
Avevo un’idea generale di come affrontare questo viaggio e cosa visitare, ma non è servito a niente. Ogni piano cambia come il giorno e la notte.

Finita l’esperienza indonesiana, infatti, decido di prendere il volo per Singapore visto che due miei cari amici hanno deciso di raggiungermi per spendere il capodanno insieme.

Imballare la bici in aeroporto è una cosa che odio e cerco di fare il meno possibile ma ultimamente sta succedendo spesso, quindi ormai ci ho preso la mano e nel giro di 10 minuti (a parte quando devo combattere mezz’ora per togliere i pedali!) riesco a impacchettarla per bene, sotto l’occhio curioso di mezzo aeroporto.
Arrivo a Singapore. Scusi dov’è l’uscita? Chiedo. I taxi son da questa parte, i mezzi pubblici da questa. Risponde la signorina del punto informazioni, con un accento inglese quasi incomprensibile. No, guardi io ho la bicicletta, dove posso uscire? Dico indicando Bruna. No, allora non può uscire, non c’è l’uscita per le bici. Mi risponde spaesata. Ok grazie. Le dico, dirigendomi verso un altro punto informazioni. Scusi….No, non può uscire in bici, l’uscita è solo per le macchine. Sconcertato, vado a fare la fila per i taxi, salgo in sella e sgattaiolo via in fretta e furia. Questo, ho capito in seguito, rispecchia molto la tipica accoglienza di Singapore. È raro trovare un posto così inospitale.

Per fortuna ci sono i Warmshowers!
Vado a casa di Jia, una ragazza conosciuta su Warmshower, per l’appunto, che si è resa disponibile per farmi lasciare Bruna e i bagagli a casa sua per alcuni giorni. Metto nello zaino due abiti a caso e il minimo indispensabile per due settimane e vado in ostello. La mattina successiva prendo il bus per Kuala Lumpur e, dopo un lungo viaggio di cinque ore, incontro Giorgio e Riccardo. Ci siamo incontrati nella stazione principale, trovati quasi per caso in mezzo al caos. Rivedere facce familiari dopo un anno, amici, veri amici, è stato un momento che aspettavo da mesi!
Con la macchina che abbiamo noleggiato ci dirigiamo a Malacca, una città a Sud di KL dove, dopo alcuni tentennamenti, decidiamo di fermarci e passare il capodanno.
Nel 2008 Malacca è stata proclamata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Un italiano quando sente parlare di Patrimonio dell’Umanità si immagina posti come Roma, Parigi, Venezia o Siena, quindi le aspettative sono abbastanza alte. Appena arriviamo a Malacca ci accorgiamo subito che dobbiamo ricrederci, visto che il centro storico non è altro che una strada colma di negozietti con souvenir per i turisti e ristoranti con prezzi ben al di sopra della media malesiana (parlare di prezzi alti mi sembra esagerato).
Iniziamo a girovagare per la città senza una meta ben precisa, mangiamo e beviamo e alla fine ci fermiamo in un baretto locale con (terribile) musica dal vivo e birra super economica. Conosciamo due ragazze olandesi con cui passiamo un po’ di tempo insieme a bere e fare dei giochi di carte stupidissimi.
Decidiamo di passare il capodanno in piazza. L’unico problema è che in piazza non solo siamo gli unici occidentali, ma siamo anche gli unici con le bottiglie di birra in mano (nonché una scorta di alcool negli zaini). Passiamo una notte da leoni (tutte le cose che abbiamo fatto quella notte sono quasi inenarrabili ) e l’indomani mattina scappiamo dall’hotel lasciando la camera sottosopra.

Visto che il trekking nel Taman Negara (il parco nazionale più famoso in Malesia) è saltato a causa del maltempo, ci dirigiamo, insieme alle due ragazze olandesi, verso le Cameron Highlands, dove facciamo una breve passeggiata prima nella foresta pluviale e poi tra le piantagioni di thé. La cosa più interessante di questa tappa è stato il pernottamento. Siamo arrivati a Tanah Rata senza aver prenotato l’ostello e a nostra grande sorpresa tutti i budget hostel erano sold-out. Parlando con il proprietario di un ostello concordiamo di farci dormire nella libreria, su dei materassi. Eravamo nella strada principale e ci è costato 5 Euro a testa, cosa potevamo chiedere di più!

In Malesia i paesaggi, ovviamente, sono molto diversi da quelli australiani. Al posto degli eucalipto ci sono le palme, al posto delle distese di deserto, ci sono distese di vegetazione tropicale. Nelle strade non bisogna fare slalom tra cadaveri di canguri e al posto del caldo secco e cocente c’è un caldo torbido, umido e soffocante.

Il giorno dopo ripartiamo, lasciando lì le ragazze olandesi, alla volta di Ipoh, una cittadina in mezzo al niente, che non offre niente di che, se non dei buoni ristoranti e dei templi costruiti sulla roccia (che i miei cari amici non mi hanno fatto visitare!). Anche qui siamo riusciti a passare una serata memorabile accompagnati da un avvocato e un poliziotto (e fiumi di birra ovviamente), i quali ci hanno fatto compagnia tutta la sera e ci hanno offerto cibo e birre.

Il giorno seguente partiamo alla volta di Penang (dove si trova Georgetown, una cittadina molto graziosa sul mare, famosa per la vita notturna, il cibo di strada e la street art), dove stiamo tre giorni.

…continua Part 2

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