Andrea Got Lost

Travelblog di un globetrotter

Tag: poverta’

Laos, dove le montagne sono blu e i ponti di bamboo

Il Laos è unico, mi hanno sempre detto. E io dentro di me, stupidamente, ho sempre pensato come potesse essere così tanto diverso dai Paesi vicini.

Eppure questa differenza l’ho notata non appena ho attraversato il ponte che collega il Laos alla Thailandia.

In silenzio ho iniziato ad osservare incredulo l’aria di povertà presente in tutti gli angoli. Credevo di essermi abituato alle condizioni di vita del sud est asiatico, ma a quanto pare in Laos non esiste il limite del peggio. Le galline, le capre, i cinghiali, i topi, le mucche che popolano tranquillamente le strade e si confondo con il traffico degli scooter guidati da bambini senza casco hanno un colore diverso. La magnifica natura selvaggia ha un altro colore. E tutto si accende di innumerevoli e tristi contrasti. Le montagne si colorano di mille sfumature di blu. Il colore marrone del Mekong si confonde con il marrone delle capanne lungo il fiume. Le imbarcazioni dei pescatori si confondono con gli elefanti che pascolano lungo le sponde del Mekong. I bambini coperti di fango giocano beatamente con l’acqua inquinata. Le capanne si alternano a ristoranti e ai resort con vista panoramica appena costruiti. Alcune sponde sono collegate tra loro da dei ponti di bamboo, che quasi mai sopravvivono alla stagione delle piogge.

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Percorrendo le strade ci si riempie i polmoni di polvere. La mascherina diventa una parte integrante del viso. E per le strade le persone vendono il cibo ricoperto da un sottile strato giallognolo.
Tutto il resto è verde. Un verde leggermente sbiadito dalla coltre di nube bianca che ricopre ogni cosa. Un’immensa e infinita nube di fumo e di inquinamento.

Arrivo a Luang Prabang dopo due giorni di battello. Nonostante i dolori persistenti alle ginocchia decido di farmi un giro della città in bicicletta. Mi perdo per le vie polverose, percorro le strade lungo il fiume e mi siedo ad ammirare un meraviglioso tramonto, con un sole enorme e di fuoco che si rispecchia sulle acque del fiume, per poi nascondersi dietro le montagne. Ceno in uno dei ristorantini lungo il fiume e faccio un giro ai mercatini notturni, dove si può trovare di tutto, cartoline fatte a mano, gioielli e souvenir fatti dai resti delle bombe trovate nei campi minati, tessuti di vario genere e cibo a volontà!

Il giorno dopo, faccio conoscenza con dei ragazzi, prendiamo un tuk tuk e andiamo a vedere le meravigliose cascate di Muang Si, a quindici chilometri fuori città. L’offerta di attività outdoor nei dintorni è infinita. Escursioni in kayak, arrampicata, crociera sul Mekong, escursione con gli elefanti, trekking, visita ai villaggi ect ect. Io decido di prenotare una meravigliosa escursione giornaliera in kayak.
A neanche metà escusione andiamo a finire su uno scoglio e, per non far rovesciare il kayak, faccio un balzo verso l’esterno dimenticando di avere la macchina fotografica in grembo, quini bye bye foto.

Guardare un elefante mentre mastica è come guardare il fuoco..L’escursione vale ogni singolo centesimo. Pagaiare in mezzo a quelle formazioni rocciose e tutto quel silenzio è un esperienza unica. Ogni tanto incrociamo qualche pescatore e qualche gruppo di bufali che riposa beatamente nelle acque fresche del Mekong. Infine andiamo a visitare delle grotte e il villaggio di elefanti.

Faccio conoscenza con altri ragazzi e passiamo un bel po’ di tempo a ridere e scherzare.
Inizio a sentirmi più un backpacker che un avventuriero cicloviaggiatore.

Spendo quattro giorni qui in attesa che il dolore alle ginocchia passi ma niente, quindi prendo un bus all’ultimo minuto per Vang Vien, una cittadina a sud.

Il viaggio è uno dei più bei viaggi in bus che abbia mai fatto. I paesaggi sono mozzafiato. La strada, la 13, che attraversa da nord a sud tutto il Vietnam non è altro che una stradina di montagna tutta dissestata, a tratti in sterrato, dove a malapena c’è spazio per due corsie. Attraversiamo dei villaggi fatti con case di bamboo e facciamo slalom tra animali di vario genere.

Nel bus c’è l’aria condizionata ma una furbona decide di aprire il finestrino, facendo entrare tutto il caldo e la polvere che nel giro di qualche ora ricopre tutte le valigie e i sedili.

Mi mangio le mani in un solo boccone al pensiero che avrei potuto attraversare quella strada in bici invece sono seduto col naso sul vetro, rosicando e massaggiandomi le ginocchia! Che rabbia.

Dopo sei lunghe ore di viaggio arrivo finalmente a destinazione.

Van Vieng è un piccolo paese lungo il fiume e alle sue spalle si innalza una magnifica catena montuosa. Questo paese però, non è famoso per la sua bellezza naturale ma per le centinaia di backpackers che lo invadono, alla ricerca di oppio, meta anfetamine e marijuana. E litri di birra, ovviamente.

L’attività principale è il tubing. Ossia lasciarsi trasportare dalla corrente del fiume su delle ciambelle, bere litri di birra e arrivare alla fine del percorso più ubriachi possibili. Anni fa il governo ha dovuto intervenire visto che decine e decine di ragazzi hanno perso la vita.

Io incontro non uno, non due ma ben quattro ciclisti quindi passiamo un paio di giorni insieme a scambiare racconti di viaggio (niente anfetamine o oppio, giuringiurello).

Siccome non mi va di stare con le mani in mano decido di fare un po’ di trekking ai piedi delle montagne li vicino e verso l’ora di pranzo, quando fuori fa un caldo bestiale, visito alcune grotte.

Mi fermo per tre giorni..e anche qui il dolore alle ginocchia non sembra passare…

Prendo un altro bus per andare a Vientiane, la capitale, sia per comprare una macchina fotografica nuova che per visitare un medico…che mi ha detto che devo riposare per almeno due mesi..!
Con il morale un po’ a terra prendo un altro bus e mi dirigo verso sud, prima a Pakse, dove mi fermo due giorni e visito il Bolaven Plateau insieme ad altri ragazzi, poi ci dirigiamo tutti insieme alle 4000Islands, al confine con la Cambodia.
Ora mi ritrovo qui che ciondolo su un’amaca..a pensare al resto del viaggio!

Arrivo in Laos, prime impressioni

Lascio Chiang Rai di primo mattino e mi dirigo verso il confine con il Laos..il momento è arrivato!
Fa caldo e nel primo pomeriggio, dopo circa ottanta chilometri, risento il dolore alle ginocchia. Ma questa volta il dolore è accompagnato pure da un fastidio ai tendini della parte di dietro della gamba..!
Cerco di non pensarci canticchiando a voce alta “Laos I’m coming..!!” (una canzone che non esiste). Cerco anche di godermi il paesaggio ma oltre la strada e i campi coltivati a pochi metri non riesco a vedere. Tutto il resto è coperto da una fitta nube bianca. Una nube, scopro in seguito, che si crea da anni in questo periodo a causa dell’inquinamento proveniente dalla Cina. In più in questo periodo dell’anno vengono appiccati fuochi stagionali un po’ ovunque.
Non vedevo l’ora di attraversare il ponte che attraversa il Mekong e collega la Thailandia con il Laos, invece scopro che gli aguzzini non te lo permettono, costringendoti a prendere un bus e pagare cinque dollari per cinque minuti di viaggio.
Ottengo il visto alla dogana (il poliziotto mi ha offerto una birra, quindi ha guadagnato mille punti) e mi dirigo verso Huay Xai, il paesino subito dopo il confine.
Noto subito che moto e macchina vengono verso la mia direzione e penso che gli autisti del Laos siano più spericolati di quelli Thailandesi, invece dopo un un paio di metri capisco che quello contro mano sono io. In Laos si viaggia sulla destra, e non essendo più abituato mi viene difficile tenerla..che strana sensazione!
Con grande dispiacere noto la grossa differenza con la Thailandia, che si trova giusto dall’altra parte del fiume. Il Laos è uno dei Paesi più poveri al mondo e ottengo conferma di questo dopo i primi chilometri. Vacche, galline e topi popolano le strade. Le fogne scorrono a cielo aperto sui bordi delle strade, davanti alle case e ai ristoranti.
In strada inizio a chiedere direzioni per il paesino, c’è chi mi dice di andare a sinistra, chi a destra, chi mi dice che dista cinque chilometri, un altro dieci, un altro cinquanta. Chiedo altre informazioni ma la risposta è sempre la stessa: sorriso ebete in faccia e un continuo “yes yes”. Mi affido quindi al gps.
Scopro in breve che tutte le Guest House costano sopra i dieci dollari e questo mi sconvolge dato che ero abituato a pagare la metà. Per il cibo idem, tutto costa paradossalmente più della Thailandia! In seguito mi spiegano che questo dipende dal fatto che in questo Paese non si produce quasi niente e tutto è importato dai Paesi limitrofi..
Noto inoltre l’invasione cinese in ogni angolo. Ovunque cantieri e nuove costruzioni con cartelli scritti in cinese. Mi dicono in seguito che il governo Cinese sta incentivando l’emigrazione verso queste zone pagando una somma al mese alle famiglie che decidono di vivere e comprare casa qui…

Anche qui le montagne che circondano il Mekong sono coperte da una fitta coltre di debbia bianca…

Nel frattempo il dolore alle ginocchia è aumentato e non mi sento pronto per la scavalcata delle montagne a Nord, quindi a malincuore decido di prendere una barca per andare a Luang Prabang. Un lungo e lento viaggio di due giorni…
Viaggio in battello sul Mekong, relax totale circondato da scenari unici. Era quello che mi aspettavo.
La realtà invece era un po’ diversa. Appena arrivo al porto, un assistente mi fa capire che la bici andrà a finire sul tetto. Addio bici, penso. Affondata nel Mekong, mica male come fine. Passo le sette ore a guardare i lati del battello e vedere se ci fosse qualche bicicletta volante. Ma per fortuna tutto va liscio. Il battello si riempie di turisti, tutti i posti (sedili di seconda mano provenienti da qualche sfascia carrozze) sono pieni e non c’è posto per muoversi. Dopo un po’ alcuni iniziano a sdraiarsi in terra e crearsi un posticino comodo sopra la montagna degli zaini dispersi un po’ ovunque. Un paio di minuti dopo la partenza, il battello si ferma. In mezzo al fiume, in balia della corrente. Nel giro di qualche istante capiamo che siamo in avaria. A quanto pare il timone ha smesso di funzionare. Veniamo traghettati dunque di nuovo al porto, con qualche difficoltà. Una volta arrivati al porto cambiamo imbarcazione, penso. Invece no, a quanto pare il timone ha deciso di funzionare di nuovo quindi ripartiamo. Bene, penso, almeno io e Bruna affonderemo insieme.

L’acqua del fiume è marrone e a pelo d’acqua galleggiano sacchi di plastica pieni di spazzatura, bottiglie di plastica, infradito e scarpe di ogni genere. Il capitano fa slalom tra le diverse rocce che spuntano ovunque.
Le montagne che ci circondano si possono scrutare a malapena, coperte sempre da quella foschia che ormai ricopre ogni cosa.
Affianco a me inizia a crearsi una combriccola di americani che fanno festa con casse di birra e che iniziano a schiamazzare e parlare di argomenti stupidissimi.
Io restio mi metto le cuffie nelle orecchie e ammiro il paesaggio. Cerco di rilassarmi e godermi quel poco che si vede e, massaggiandomi le ginocchia, riesco finalmente a perdermi con i pensieri tra le montagne.
Di tanto in tanto scorgiamo i villaggi nascosti tra la foresta, mucche che si abbeverano (o si avvelenano) ai lati del fiume e i bambini che ci fanno il bagno. Delle scene mai viste prima, molto affascinanti ma in qualche verso molto tristi. Soprattutto mi ha fatto venire tanta tristezza vedere i bambini guardarci incantati mentre praticamente ognuno sulla barca, compreso me, li fotografava.

Prima di arrivare a Luang Phrabang si fa sosta a Pak Beng, un piccolo e povero villaggio tra le montagne. Nel momento in cui arriviamo al porticciolo vedo una decina di imbarcazioni messe tutte in fila e centinaia di turisti ammassarsi davanti ai tuk tuk pronti a partire.

È in questo momento che tutte quelle barche mi sembrano dei salvadanai e noi le monete che ruzzolano fuori. Mi viene voglia di scappare da tutto ciò, decido quindi di fare lo slalom tra i locali che cercano di offrirci di tutto, e inizio a pedalare verso le montagne fino a che non fa buio. Riesco a trovare un posto abbastanza appartato con vista Mekok…finalmente ho trovato quello che cercavo!
Piazzo la tenda e mi sdraio. Dopo un’oretta noto che il paesino è completamente al buio e le montagne vengono illuminate solo dal chiarore della luna.

Vengo svegliato da delle voci che urlano verso la mia direzione. Esco dalla tenda e un gruppo di quattro persone mi puntano la luce in faccia e solo dopo qualche istante riesco a scorgere dei mitra spianati. Solo uno di loro riesce a dire qualche parola in inglese. Mi controllano il passaporto, che gli do pensando di non riaverlo mai più, mi perquisiscono i bagagli e mi fanno capire che non posso stare li. Restituendomi il passaporto, mi fanno smontare la tenda e mi dicono di seguirli verso la Guest House più vicina. Non capisco dove mi stiano portando perché la strada è completamente buia e prendiamo un’altra direzione rispetto a quella che avevo preso io per arrivare in quel posto. Mi fermo in continuazione per chiedergli dove stessimo andando! Terrore.
Alla fine riconosco il porto e vengo portato nella Guest House più cara del paese. Dopo un po’ mi addormento con un sorriso sulla faccia..

Il giorno dopo, un po’ più rilassato, mi sveglio e riprendo il battello per Luang Prabang.

© 2019 Andrea Got Lost

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