A volte mi chiedo per quale motivo mi ostino a fare dei piani, visto che ogni volta che lo faccio, questi piani vanno a farsi benedire.

Per esempio avevo pianificato un itinerario per arrivare a Chiang Mai, nel nord della Thailandia. Ci ho messo giorni, ho cercato di seguire le strade secondarie e meno trafficate. Avevo calcolato i giorni fino alla fine del visto e tutto filava liscio.

Smack smack, baci e abbracci, saluto Gun e gli amici che mi hanno fatto compagnia durante le settimane passate nella scuola. Rimonto in sella pompatissimo e con una voglia incredibile di riprendere a pedalare. Inizio di nuovo a cantare da solo, a salutare chiunque incrocio per la strada, ad essere inseguito dai cani e a mangiare riso con le mani mentre pedalo. Cose di ordinaria routine insomma. Dopo una ventina di chilometri inizio a sentire un disturbo al ginocchio, poi all’altro. Poi dopo altri venti chilometri il fastidio inizia ad essere un dolore fino a che, dopo un’ottantina di chilometri, il dolore diventa un raffica di scosse. Morale della favola non riesco né a pedale tanto meno a camminare. Panico e sconforto. Per fortuna arrivo a Pak Chong, un paesino dove trovo per caso una stazione dei treni. Che faccio? Dopo qualche minuto di indecisione capisco che non ha senso fermarmi in quel paesino quindi decido di proseguire in treno per Phitsalunok, dove avevo appuntamento con un signore che mi avrebbe ospitato. Entro e chiedo:

«Scusi quand’è il prossimo treno per Phitsanulok?»

«Parte tra dieci minuti, deve cambiare a Ayutthaya»

Ayutthaya è una famosa e bellissima cittadina storica un po’ più a nord di Bangkok che avrei voluto tanto visitare quindi ne approfitto e rimango li tre giorni, con la speranza che il problema alle ginocchia svanisca.

Prenoto online un ostello e quando arrivo il ragazzino alla reception mi dice che sono in overbooking. «Però c’è lo stanzino dello staff dove c’è un letto, se vuoi puoi stare li per stanotte, a metà prezzo», mi dice. «Ok, affare fatto».

Faccio un giro della città, visito tutte le rovine, i templi e i mercati galleggianti. E finalmente scambio due chiacchiere con qualche backpacker. Così male non è andata dai, anche se il dolore alle ginocchia non passa, nonostante gli antinfiammatori e il riposo (va bene lo confesso, qualche giretto in bici per la città l’ho fatto – furbo no?). Decido quindi di riprendere il treno.

Viaggiare in treno in Thailandia è un esperienza unica, sembra di essere al mercato. In ogni stazione salgono venditori di qualsiasi cosa, noodles e riso cucinato chissà quando, spiedini, succhi di frutta in dei sacchetti di plastica, bevande varie, pela avocado e persino amache! Nell’aria c’è un odore indefinito che sembra un po’ di cibo andato a male e un po’ di piedi (andati male anche loro).

Attraverso praticamente la Thailandia, faccio più di quattrocento chilometri, sette ore di viaggio, a soli 56 Baht (circa 1,50€).

Arrivo a Phitsanulok dove mi aspettano Mark, sua moglie e Mia, la figlia di due anni. Mark, di origine inglese ma residente in Thailandia da quasi quindici anni, mi porta a visitare la città, in ospedale per fare le visite al ginocchio e poi mi fa scoprire un tempio dove lui va a passare i pomeriggi. Il monastero dove si trova è un vero e proprio centro di aggregazione; si gioca a bocce, si fa ginnastica, si beve un tè dal sapore fortemente amaro e si fa la sauna, aromatizzata alla citronella. C’è proprio una bella atmosfera quindi decido di tornarci nuovamente, ogni giorno.

Poi Mark mi fa vedere un centro per i massaggi thai: «qui fanno anche dei corsi e sono tra i più economici della Thailandia». «Mmh, ok mi hai convinto».

Quindi decido di rimanere per una decina di giorni a Phitsanulok per imparare a camminare sulle persone…

In tutta la città, ma soprattutto dentro il monastero, c’è veramente una buona atmosfera. Trovandosi in riva al fiume, c’è sempre una brezza piacevole che alleggerisce il caldo soffocante. Il tempio principale è circondato da ruderi abbastanza vecchi e abbandonati che danno un tocco di fascino in più. Dietro il cortile signori di tutte le età si sfidano a bocce, entrano e escono dalla sauna aromatizzata con erbe, bevono un intruglio di erbe dal colore rossastro – amarissimo, ma a detta loro con poteri benefici – e fanno goffamente degli esercizi fisici. Ognuno ha il suo angolo preferito per meditare e nell’aria c’è odore di incenso.
Non riesco a conversare tanto visto che anche qui l’inglese non lo parla nessuno, ma con i loro sorrisi e i loro inchini mi fanno sempre sentire benvenuto e parte di quella piccola comunità.

Col passare dei giorni si diffonde la voce che io sia “the teacher” e quindi alcuni monaci ne approfittano per prendere un paio di lezioni, a gratis chiaramente.

Una delle tante cose che ho imparato qui in Thailandia, è il rispetto verso “il maestro”. La figura del maestro, di colui che ti insegna, è onorata e rispettata, sotto ogni sua forma. Una persona che trasmette conoscenza, che insegna, merita rispetto e riconoscenza…

Proseguo per Chian Rai, nell’estremo nord del Paese, e ne approfitto per fare un po’ il turista e andare a visitare quello che la città e i suoi dintorni hanno da offrire con una macchina noleggiata con Louis, un ragazzo belga conosciuto poco dopo il mio arrivo. Uno dei tour più brutti che abbia mai fatto.

La città in sé non è niente male. E al contrario di quello che mi aspettavo, non è invasa di turisti – forse anche perché è bassa stagione.
Avevo voglia di fare trekking nei dintorni della città ma a quanto pare nessuna agenzia accetta viaggiatori solitari. Tutti chiedono un massimo di due persone. E fargli capire che mi sarei potuto aggiungere a qualche altro gruppo è stato inutile.

Il mio visto sta per scadere e non nascondo che non vedo l’ora di attraversare il confine ed entrare in Laos..