Sei pronto/a? Stai per essere trasportato/a in un viaggio in India attraverso i miei occhi.

Disclaimer: niente di ciò che leggerai è frutto della mia immaginazione.

La Via delle Persone

Le Persone in questa via son più di un miliardo e trecento milioni, una media di più o meno trecento ottantacinque per chilometro quadrato.
In questa via la gente si trova ovunque. Guardi davanti a te e vedi gente, ti volti a destra e vedi gente, ti giri a sinistra e vedi gente, ti volti indietro e vedi gente. Schiamazzano, urlano, chiacchierano, corrono, ridono. È raro vederli litigare o piangere. Mentre cammini li devi schivare. È come essere in mezzo al mare in tormenta e nuotare per non farsi spazzare via dalla violenza delle onde. A volte è una lotta a chi ha le spalle più grosse.

Ci son le donne, fantastiche, con i capelli lunghi, scuri, lucidi, crespi e splendenti allo stesso tempo. La maggior parte delle loro teste profumano di henna.

Spesso le donne tengono i capelli avvolti in una treccia, altre volte nascosti sotto un velo colorato e trasparente. La fronte è sempre occupata da un bindi, un punto rosso, o a volte arancione con affianco strisce bianche verticali o orizzontali. Gli occhi sono scuri, dallo sguardo profondo. La pelle è lucida, a volte liscia e morbida, a volte rugosa e impolverata.

Per non parlare dei loro sorrisi. Le donne, giovani, hanno dei sorrisi meravigliosi, con le labbra fini, scure, mai ricoperte con nessun tipo di rossetto, e denti bianchi come delle perle, tutti dritti, al loro posto. Gli accessori non mancano mai, anelli grandi e piccoli al naso, orecchini di vario genere, bracciali e anelli a non finire.

A volte, i visi vengono nascosti da un velo colorato, anch’esso mezzo trasparente, in modo da far intravedere ancora qualche sprazzo di quella bellezza unica. Tutto il resto è avvolto all’interno di sari coloratissimi, con i bordi dorati, spesso adornati con pendenti e perle di ogni tipo. Le donne hanno sempre il fianco sinistro scoperto, mostrando un leggero rotolo di ciccia.
Le caviglie son sempre adornate con delle cavigliere, anch’esse dai mille colori, con pendenti o piccole campanelline, come da tradizione. I piedi, spesso scalzi, son sempre screpolati, un po’ sporchi, con le unghie dipinte di rosso. I talloni sono visibilmente schiacciati, reduci da chilometri di camminate. Altre donne usano dei sandali, dando visibilmente più importanza alla comodità che al fattore estetico.

La maggior parte degli uomini, invece, sembra non badare al fattore estetico in generale. Hanno i capelli medio corti, scuri, sempre arruffati, la faccia stanca, rugosa e impolverata. Alcuni hanno i baffi, altri la barba. Molti adulti e anziani hanno peli lunghi nel bordo dell’orecchio che formano delle sorte di creste. Altrettanti peli lunghi escono dal naso e si mischiano ai baffi.

Gli uomini indossano spesso magliette, pantaloni e scarpe che sembrano prese a caso dall’armadio.

Ogni tanto si scorge qualche bell’imbusto dalla camminata tronfia, con la faccia pronta per la cinepresa di Bollywood. Capelli con dei tagli usciti dagli anni ’90, viso lucido, sopracciglia rifatte, labbra carnose, camicia a quadri stirata, pantaloni lunghi marroni e scarpe a punta allungata.

Gli uomini, quando passeggiano insieme, si tengono per mano, si abbracciano e, a volte, si accarezzano.

Gli anziani, sempre a bordo strada, accovacciati sulle ginocchia e con la faccia stanca, scrutano i passanti.
Di bambini ce ne son pochi, molti hanno la matita agli occhi, alcuni in grembo alle madri, altri corrono in mezzo al traffico.

Quasi tutte le persone in questa via sembrano di fretta. In questa via si parlano più di venti lingue.

Immagina di attraversare la Via delle Persone.
Al primo passo, qualcuno sputa per terra il succo rosso della noce di betel, masticata chissà da quanto tempo. Al secondo passo, qualcuno ti urla nell’orecchio qualcosa di incomprensibile. Poi un mendicante, con le gambe amputate, striscia davanti a te. Un ragazzino tira per terra un bottiglia di plastica, un altro subito dopo la raccoglie e la mette all’interno di un sacchetto. Un altro signore con i denti rossi ti porge la mano chiedendoti l’elemosina seguito da una signora anziana che, con una polvere rossa in mano, ti offre una benedizione in cambio di qualche rupia. Dietro di lei c’è un finto baba con un turbante arancione in testa che cerca di fare lo stesso.
Poi ad un tratto vieni circondato da un gruppo di ragazzini. Iniziano a farti il terzo grado: where from you? Name you? Selfie? E allora sforni un sorriso smagliante che diventa poi di terrore non appena ti accorgi che dietro hai una fila di ragazzini che voglio farsi un intero servizio fotografico con te. Non appena riesci a liberarti, vieni approcciato da un mercante che ti vuole vendere una bottiglia di acqua, un altro ti vuole vendere le sue spezie, un altro ancora ti offre viagra e per finire c’è quello che ti invita a visitare il suo negozio di cristalli e pietre preziose.

Fai un respiro e cerchi di andare dall’altra parte della strada, schivando i bambini che giocano in mezzo al traffico, i mendicanti a bordo strada e i signorotti in giacca e cravatta che ti spingono. Alcuni ti evitano, altri ti fissano a lungo negli occhi. Appena ti fermi per dare uno sguardo al telefono, il tizio affianco ti sta appiccicato cercando di sbirciare nello schermo. Ad un certo punto vieni seguito da un tuk tuk driver:
Where you going my friend?
No thanks, I’m fine.
Where.
No thanks.
Where you go?
I don’t need a tuk tuk, thanks.
Cheap price.
I said I don’t need anything.
Very cheap.

E cosi via per qualche minuto.

Continui a camminare e rimani bloccato in un gruppo di lavoratori che, in piedi, a bordo strada, mangiano riso biryani con le mani. Un altro cliente paga portandosi i soldi sulla fronte. Un altro ancora beve acqua senza toccare il bordo della bottiglia (l’igiene prima di tutto…). Affianco c’è un meccanico che aggiusta la catena di un motorino e smarmitta sul biryani dei lavoratori. Appena ti sposti un po’ più avanti vedi un gruppo di persone ammassate per comprare chai e subito capisci che “la fila indiana” in realtà non esiste. Sulla destra noti un rigagnolo di acqua bluastra e dei bambini che ci camminano sopra a piedi scalzi. Cerchi di concentrare lo sguardo su qualcos’altro per non vomitare ma un passante ti rutta in faccia.

Vuoi cambiare strada, quindi chiedi direzioni al signore anziano dall’altro lato della strada, e questo, in risposta, ciondola la testa. Non sai bene se significhi “no”, “sí” o “non ne ho idea”. Ripeti la domanda. Il signore ciondola di nuovo la testa e questa volta ci aggiunge un’shakerata di mano. Capisci l’impossibilità di comunicarci quindi prosegui e poni la stessa domanda alla ragazzina pochi metri più avanti. Questa fa un sorrisino timido e scappa. Chiedi quindi al ragazzino appoggiato al motorino che fuma un puzzolentissimo beedi, il quale, con aria strafottente, ti indica dove andare con il dito medio. Non sicuro sulle indicazioni appena ricevute, chiedi di nuovo a un altro signore che aspetta il bus a bordo strada. Ti dice cortesemente di girare a destra. Essendo piuttosto confuso, chiedi alla signorina che, seduta su uno sgabello, vende pesce appoggiato su una trave di legno per terra. Ti dice di andare sulla sinistra. Chiedi quindi conferma a un’altra signora che, seduta su un altro sgabello, vende teste di pecora. Ti dice di tornare indietro. A questo punto ti arrendi e ti rifai sulla fonte più attendibile che hai a disposizione. Prendi il telefono dalla tasca e metti su google la tua destinazione: Via degli Animali.

 

La Via degli Animali

La mucca fa da padrona nella Via degli Animali. Ci sono le mucche bianche a chiazze nere, quelle marroni e quelle total black. Alcune hanno le corna lunghe, longilinee e appuntite. Altre ce le hanno piccole e arrotondate. Altre ancora ne hanno una all’insù e l’altra attorcigliata verso il basso. Alcune mucche sembrano in salute, con le ossa forti, il pelo lucido e liscio, la pancia piena e le mammelle piene di latte. Altre sono scarne, con le ossa sporgenti, la pelle sporca e gli occhi opachi. Dietro l’angolo, ne scorgi una con una quinta zampa sporgere dalla schiena!
Alcune stanno rannicchiate e ruminano indisturbate, altre pascolano beate in ogni angolo della strada e rovistano nei mucchi di spazzatura. Le vedi masticare sacchetti di plastica, piatti di alluminio e scatole di cartone.
Si dice che ogni mucca abbia un padrone.
Una di loro defeca proprio davanti l’entrata di una casa privata e il proprietario, felice di questa benedizione, si accinge a spalmare le feci davanti l’ingresso in segno di buon auspicio. Mentre ammiri questo miraggio, una mucca con un occhio cieco ti urina la gamba.

Cerchi di allontanarti e incappi in un cane. Poi ne vedi un altro, poi un altro ancora. Anche loro sono ovunque. Molti fanno branco, giocano tra loro e si divertono. Altri abbaiano e scacciano le mucche dal proprio territorio. Tutti i cani sono territoriali e ci tengono molto al proprio quartiere. Alcuni sono feroci, ringhiano, rizzano il pelo e si fanno poderosi in difesa del proprio territorio. Altri, invece, sono mansueti e rimangono rannicchiati affianco alle mucche, mentre si grattano e si rosicano via le colonie di pulci e di zecche che vivono sulle loro spalle. Altri ancora ti saltellano attorno, scodinzolando e cercando attenzioni. O cibo.
Anche loro hanno perso ogni tipo di istinto di caccia o di auto-sostentamento, e fanno affidamento solo ed esclusivamente sugli avanzi che trovano nella spazzatura disseminata un po’ ovunque o ai biscottini che la gente compra appositamente per loro.

I cani non hanno padrone, sono tutti randagi e si moltiplicano senza controllo, ma la gente non sembra preoccuparsene, anzi, presi da un istinto altruista, se ne prendono cura in ogni momento della giornata.

Sono tutti della stessa razza, molto simili ai dingo australiani. Alcuni dicono che facciano parte della stessa specie.

Sei nel bel mezzo della via degli animali, circondato da mucche e cani, quando, a un certo punto, senti un peso in più sulle tue spalle. Hai dimenticato lo zaino aperto e una scimmia ti sta rubando le banane comprate poco prima nella via della Gente.

Scrolli le spalle e cerchi di cacciarla via, ma lei vuole continuare a rovistare nello zaino quindi si rende aggressiva, mostra i denti e ringhia. Tu, preso/a da un attacco di panico, molli lo zaino e lo lanci a terra. La scimmia, a questo punto impaurita, scappa via arrampicandosi sulla grondaia. Seguendola con lo sguardo, ti rendi conto che tutti i tubi di scolo, l’intruglio di miliardi di fili elettrici scoperti, le finestre e i tetti delle case sono abitati da centinaia e centinaia di scimmie. Ci sono quelle più anziane, pacifiche, con i capezzoli rammolliti e il sedere rosso e calloso, che se ne stanno tranquille e beate a osservare il comportamento dell’intera famiglia e a spulciarsi l’una con l’altra. Poi ci sono quelle più attive, invece, che vanno all’avanscoperta, procacciano cibo e si divertono a saltare da una parte all’altra.
Ti fermi ad osservarne una che si masturba beatamente affianco al suo amico e, una volta eiaculato, ne assaggia il risultato.

Sono tantissime, è difficile dire se siano di più o di meno delle mucche o dei cani.

La via degli Animali è un viale con degli alberi alti e delle piccole aiuole. Queste sono abitate da tantissimi scoiattoli che corrono da una parte all’altra. Sono teneri, docili, carini e saltano da un albero all’altro quasi come se volassero.

Distogli lo sguardo e vai avanti. Mentre cerchi di schivare un cane che si scortica la schiena mentre si gratta e una scimmia che attraversa la strada con un sacchetto di banane rubato da chissà quale malcapitato, scorgi un gruppo di galline che beccano beatamente i semi presenti nelle feci vaccine di fresca produzione. Poco più avanti, noti delle gabbie con dentro dei polli spelacchiati, pronti per essere decapitati e venduti. Sotto le gabbie, topi e scarafaggi fanno festa trasportando piccoli pezzi di budella di pollo.

Ad un tratto, fai spazio ad una decina di asini in fila indiana. Ognuno di essi trasporta delle borse stracariche, alcune di mattoni rossi, altre di sabbia e ghiaia. Hanno le gambe stremate e  sono guidate da una piccola signora anziana avvolta interamente dal suo sari.

Arrivi a un varco, ampio, simile a una rotatoria. Anche qui, c’è spazzatura ovunque e, man mano che ti avvicini, ti rendi conto del tanfo di carne marcia che pervade nell’aria. Pare essere una discarica a cielo aperto. Ed è proprio qui che la maggior parte degli animali si raggruppano e fanno festa. Animali improbabili, che mai ti aspetteresti di trovare nel centro di una città: maiali, capre, topi, cani, galline e addirittura cinghiali. Ad un tratto, un uccello gigantesco si fionda alla velocità della luce su qualche rimasuglio di carne lasciato da parte, per poi spiccare di nuovo in volo e librarsi nell’aria. Non sei sicuro sia un falco gigante o un’aquila (probabilmente è un nibbio). Col naso all’insù, segui con lo sguardo quel meraviglioso essere e, nel cielo, noti un cerchio gigante formato da centinaia di loro. Uno ad uno, si fiondano per pescare brandelli di carne e interiora dalla discarica a cielo aperto.

Ti tappi il naso, vai avanti e incappi in un pavone che con tutta la sua grazia passeggia liberalmente nel traffico. Lo ammiri per qualche istante e, sempre in mezzo al traffico, vedi passare una carovana di cammelli.

Fai qualche metro e noti un elefante con la pelle dipinta di mille colori – come se fosse appena uscito dall’Holi festival – che attraversa la strada. Sulla groppa, un ragazzino a petto nudo lo guida punzecchiandolo con un lungo bastone appuntito.

Decidi di seguirlo, giri l’angolo e leggi il cartello “Via delle Religioni”.

 

 

 

La Via delle Religioni

Nella via delle religioni viene subito inondato dal suono ininterrotto delle campanelle. Sulla destra si trovano un’infinità di templi induisti. I fedeli camminano scalzi, portando verso le statue di Shiva, Parvati, Ganesh, Vishnu, Kali e compagnia cantante, corone di fiori e doni di vario genere (soprattutto soldi). Tutti, vestiti “come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori”, si accovacciano e iniziano a snocciolare rosari di ogni tipo e a cantare mantra, creando un ambiente mistico dove tu non puoi fare altro che fermarti ed ascoltare. Come ovunque in questo Paese, c’è un misto di caos e pace, di confusione e tranquillità. Rimani li qualche istante, o forse qualche ora, ad inebriarti col profumo di incenso, con i suoni delle campanelle e delle conchiglie soffiate dai monaci vestiti di arancione.

Sul lato sinistro della strada erge un maestoso tempio buddista al cui interno regna il silenzio. Ti togli le scarpe e entri rispettando la tranquillità del tempio. C’è pace. I monaci accennano un sorriso e chinano il capo appena ti vedono, per poi scomparire attraverso minuscole porte. Anche qui tutti sono intenti a portare avanti i propri rituali e tu, dopo qualche minuto, ti senti di troppo, quindi ti dirigi verso la porta principale, ti rimetti le scarpe e ti immergi di nuovo nello scampanare della Via delle Religioni.

Fai qualche metro e noti un altro tempio, maestoso, tutto in marmo bianco – un bianco luccicante – con delle decorazioni e dei dettagli mai visti prima: è un tempio giainista.
Decidi di entrarci. Anche qui ti devi togliere le scarpe. In più, non puoi fare foto. Non puoi quindi immortalare tutte quelle finestrelle intarsiate, quei portici in argento decorati con fantastici dettagli e quei meravigliosi maniglioni in osso, lisci come perla. Anche qui, vedi i fedeli fare la fila per dare omaggi alla divinità di turno. Anche qui, vi sono cassettine per le donazioni sparse un po’ dappertutto.

Esci senza donare neanche una rupia.

Fai qualche altro metro e noti una calca di uomini vestiti completamente di bianco. Fanno la fila per entrare in una meravigliosa moschea. Sono visibilmente di discendenza araba, hanno barbe lunghe e indossano cappelli e abiti bianchi candidi. Ridono e scherzano in lingua araba mentre si dirigono nei lavabi per le abluzioni. Anche qui regna il silenzio e la pace. Anche qui c’è un aria pesante di misticismo e spiritualità. Ti fermi, osservi in silenzio, ammiri i rituali e il passeggiate dei devoti nel cortile interno. Ammiri anche l’architettura. Chiudi gli occhi e ne approfitti di quel silenzio e di quella pace per poi farti coraggio e avventurarti di nuovo in quel caos che regna nella Via delle Religioni.

Attraversi la strada e noti qualcosa di familiare: una chiesa.
È oggettivamente brutta. Niente a che vedere con la maestosità, la storicità e la grandiosità di tutti gli altri templi visti fino ad ora. È bianca, con un crocifisso gigante sopra una cupola senza nessun tipo di stile. Provi ad entrare. C’è silenzio, questa volta non dato dal misticismo ma bensì dall’assenza di fedeli. La chiesa è vuota. Onnipresente, invece, la cassetta delle donazioni.    
Esci dopo qualche minuto.

La strada brulica di fedeli, turisti, famiglie e finti baba che ti offrono dei braccialetti rossi e una benedizione in cambio di qualche rupia. Li eviti e ti dirigi verso il ghat poco più avanti. Ti siedi negli scaloni e assisti  a una processione di fedeli che si dirigono verso il fiume trasportando una salma. Tutti cantano delle preghiere mentre portano il corpo ricoperto di drappi e fiori verso il fiume. Lo immergono velocemente per poi adagiarlo sopra un faló in riva al fiume. Il corpo inizia a prendere fuoco e a emanare uno strano odore. Rimani lí ad ammirare quei piedi che sporgono dal fuoco, in silenzio. Senza saper bene cosa pensare..

Vieni subito rapito da uno strano profumo che si mischia a quello degli incensi accesi in qualsiasi angolo. È odore di curry. Ti alzi e, ancora un po’ tramortito, ti immetti nella via da dove proviene quell’aroma.

La Via dei Sapori

Questa è forse la via più trafficata.

All’entrata, i chioschetti col cibo di strada sono disposti uno dietro l’altro. Nel primo vi è solo una scodella con un impasto liquido e bianco che sa di acqua di riso. L’uomo dietro il carretto ne afferra grosse mestolate e le pone con grazia su una piastra rovente, e con ritmo circolare crea una sorta di crepes sottile. Non appena questa diviene dorata, viene arrotolata, e all’interno ci viene messo un impasto di patate e cipolle che emana un profumo intenso di masala: è un masala dosa, forse lo street food più famoso di questo paese. Una mano ti porge un piatto con un dosa gigante, tu lo afferri, chiudi gli occhi e lo inizi ad assaporare. È delizioso, leggermente speziato, leggero. E Piccante. Riapri gli occhi e il piatto è vuoto. Vedi il signore riempire il piatto con delle palline simili a polpette soffici, fatte con lo stesso impasto di acqua di riso, con una salsina verde al lato: si chiamano idli, ti dice il signore dietro il banco. È piccante? Chiedi. No, risponde il signore. Chiudi di nuovo gli occhi e ti perdi in quel sapore e quella consistenza mai assaporati prima.
Dopo qualche secondo inizia a bruciarti la bocca.

Poi segue il chiosco del pane, dove assaggi il croccante poori, un pane azimo non lievitato che si gonfia non appena fritto, chapati, roti, naan, i diversi tipi di pane indiano, e il parotha, un sorta di chapati ripieno di patate aromatizzate.

Samosa, samosa, samosaaa, grida il signore affianco, a cui porgi 20 Rupie (30 centesimi) in cambio di un samosa racchiuso all’interno di un pezzo di carta di giornale. È piccante? Chiedi. No, ti viene detto. Ne assaggi quindi un pezzettino e raccogli il resto per dopo. Istantaneamente ti bruciano le labbra.
In strada un signore traina un carretto con delle ruote giganti e sopra un grande tegame con una montagna di riso dal colore giallo, decorato con rotelle di pomodori, cetrioli, carote e tante altre verdure ed erbe, quasi a farne un’opera d’arte: il famoso riso biryani.Biryani di verdure | Ricetta | Ricette fodmap, Ricette, Cibi indiani
Poco più avanti un altro signore traina un altro carretto. Qui sopra c’è una pentola gigante con una zuppa speziata di ceci: chatt, only 30 Rupies (40 centesimi), ti dice il signore, porgendoti una piccola porzione su un piattino di alluminio e un minuscolo cucchiaino di plastica. È piccante? Chiedi. Leggermente, risponde il signore. Accetti, chiudi gli occhi e ti perdi tra il sapore semplice e neutro dei ceci e la complessità delle chissà quante spezie presenti all’interno. Solo dopo qualche secondo hai un ulteriore conferma della relatività del termine “leggermente piccante” in India.

Delhi Style Matar Chaat Recipe - Dry Green Peas Chaat by Archana's ...Nel carretto successivo si trovano un’infinità di verdure fritte in pastella, anch’essa aromatizzata: la pakora. È piccante? Chiedi, ormai disilluso e con la bocca mezzo anestetizzata. Sí, ti viene risposto sinceramente. Ti fai preparare un piattino da portare via che finisci piano piano, mangiando a poca aperta per far fronte al piccante, perdendoti tra le centinaia di persone che fanno la coda con la bava alla bocca.

Più avanti, una signora col sorriso smagliante e le mani oleose ti offre un altro piattino con delle vada, delle ciambelline fritte. Ne addenti una e ti sorprendi: non sono spezziate, non sono piccanti. Sanno di semplici ciambelle fritte, leggermente salate, niente di più. Un attimo di sollievo.

Nel chioschetto successivo si vende il vada pav, un piccolo panino imbottito con una polpetta di patate, fritta, speziata. E questo? È piccante? Chiedi ingenuamente. Leggermente, ti rispondono. Mettendoti nel piatto un peperoncino verde. A plate of vada pav with seasoning of red chilli powder and a green chilli.
Inizia a bruciarti la lingua solo a guardarlo.

Vieni attratto da un odore forte di cannella e pepe. Dall’altra parte della strada un signore con le mani rugose sembra fare della giocoleria con due scodelline di acciaio. Sta versando del chai all’interno di piccoli bicchieri di argilla rossa, non si sa come, senza spillare nemmeno una goccia. Decidi di fare una sosta, ti siedi affianco e ne ordini uno. Il latte cagliato presente all’interno ti lascia una sensazione piacevole in bocca, spegnendo il fuoco acceso da tutto quel piccante appena ingurgitato.
Provi a cercare di nuovo nell’aria quell’aroma di pepe e cannella, ma vieni pervaso dai fumi delle decine di incensi che bruciano davanti al minareto improvvisato a bordo strada. Quindi ti sposti poco più avanti alla ricerca di tutte quelle spezie che avevi inalato e assaporato poco prima. Invece, trovi solo un grande tanfo di letame. Abbassi lo sguardo e per terra ci sono ovunque escrementi di vacca.

Non è proprio quello di cui hai bisogno all’ora di pranzo, quindi ti precipiti subito all’interno di un ristorante. È un locale su due piani, ti siedi affianco alla finestra che da sulla strada per fare un po’ di sano people watching. Apri il menu. È fatto di almeno sei pagine. Nella prima ci sono i soft drinks e i frullati. Nella seconda leggi “cucina italiana”: pasta bocailes, arrabbieta, biscialmella al fungi. Volti pagina, “cucina israeliana”. Guardi fuori, sei ancora in India. Guardi l’insegna che dice “authentic indian restaurant”. Confuso, giri pagina. “Cucina messicana”: buritos, tortilas ect. La quinta pagina è dedicata alla cucina cinese. La sesta pagina è suddivisa tra cucina nepalese e, finalmente, indiana. Capisci di essere finito in una sorta di trappola per turisti quindi ti alzi, ti scusi e ti dirigi verso l’uscita nell’indifferenza totale dei camerieri e del cassiere.

Vai alla ricerca di un ristorante locale, un po’ più autentico. Non lontano, noti una calca di indiani ammassati davanti a un piccolo locale. Ti aggiungi alla fila e aspetti il tuo turno. Dopo cinque minuti il proprietario, con un cenno del capo, ti dice di entrare e sederti nell’unico angolo disponibile. Nel ristorante regna un profumo intenso di curry.
Sei circondato da lavoratori in pausa pranzo e alcune donne con dei bambini al grembo. Arriva il cameriere e ti chiede cosa vuoi in indi. Chiedi un menu e lui te ne indica uno sul muro, scritto in indi. Da quello che vedi sul tavolo degli altri commensali ti pare di capire che le specialità del ristorante siano solo due. Indichi al cameriere quella che ti attira di più: il chicken biryani (risotto indiano al pollo). Nell’attesa, ti guardi attorno e noti che tutti mangiano con le mani, anzi, con la mano, quella destra. Quella sinistra viene usata in bagno, non per mangiare…

Il signore affianco a te, di rientro dal lavandino, dopo essersi lavato le mani, inizia a parlarti in indi, ma tu gli dici subito di non capire la sua lingua. Selfie? Dice a un certo punto. Ti guardi attorno con la paura di prender parte a un altro book fotografico e rispondi, compiacevole, di si.

Arriva il tuo piatto e inizi a portarti in bocca interi pugni di quel riso delizioso, speziato al curry e leggermente piccante – questa volta nel vero senso della parola. Ti lavi le mani nel lavandino vicino alla cassa, paghi, saluti il tuo amico di selfie e ti rimetti in strada. Sei sazio, pieno di chissà quanti tipi diversi di spezie. Hai la bocca ancora anestetizzata, ma ancora ti manca qualcosa: il dolce.
Attraversi la strada e noti una piccola bottega dove, all’interno di una vetrina, vengono esposti una ventina di dolci diversi. Sono piccoli e coloratissimi. Alcuni sono dei piccoli quadrettini, altri delle piccole praline. Ti fai preparare un vassoio con una selezione di quelli che più ti ispirano e inizi a mangiarli piano piano, mentre ti perdi di nuovo in quella giungla di profumi. Riconosci il forte sapore di cocco e di miele, di nocciole e vaniglia. Altri sanno di caramello e altri ancora di cacao amaro. Non sei abituato a quella consistenza spugnosa e a tratti croccante, quindi, fai una pausa e metti il vassoio da parte.
Ti fermi per un attimo e ti pare di sentire ancora quell’odore intenso di curry di cui eri circondato poco prima nel ristorante. Sniff sniff, con grande sorpresa, ti rendi conto di avere le ascelle al sapore di curry.

Prosegui, e a bordo strada vedi di nuovo il rigagnolo blu, da dove arriva un tanfo fortissimo misto a fogna e prodotti chimici.

Ti rendi conto che la Via dei Sapori è infinita, cerchi dunque di allontanarti, ma una moto, proveniente dalla via sulla sinistra, ti smarmitta in faccia. Tossisci, cerchi di tenere la calma e cerchi di continuare su quella via: la Via del Traffico.

 

La Via del Traffico

Anche in questa via c’è il caos più totale.

Vieni subito investito dal frastuono. Qualsiasi mezzo presente in strada suona il clacson. Si dice che in India venga usato per avvisare della propria presenza al mezzo davanti. Non è vero. In India si suona il clacson a prescindere. Agli indiani piace suonare il clacson, punto. E lo fanno tutti, senza un senso, in qualsiasi momento.

I profumi di cibo di poco fa sono scomparsi completamente e tutto quello che senti qui è odore di gas di scarico e frizione. Indossi subito una mascherina.

Nella strada non c’è un senso di marcia. Cerchi di attraversare ma è impossibile. Prosegui, dunque, tenendo il lato sinistro, cercando di percorrerla e di non farti investire. Vorresti metterti al sicuro ma su questo lato non esiste il marciapiede e quello sull’altro lato è completamente divelto.

Centinaia e centinaia di scooter e di moto di piccola e grande cilindrata scorrazzano a grande velocità e sbucano da tutti i lati. Su uno scooter noti un’intera famiglia. Il papà guida, la mamma è seduta di lato con il sari al vento e un neonato in braccio, la figlia più grande è in piedi tra il papà e il volante.

Su un altro scooter, un signore trasporta una decina di bombole di gas, un altro signore trasporta delle galline in gabbia e un altro ancora un tubo lungo una decina di metri.

Alcune moto sono nuove di fiamma, altre sembrano avanzi di carrozzeria. Al volante ci puoi trovare un po’ chiunque, l’anziano ottantenne, la ragazzina con lo zaino rosa in spalla, la donna con la borsetta Louis Vuitton o un gruppo di mussulmane nascoste sotto il burqa.

Beep beep!

Poi ci son le macchine. La maggior parte sono rottami con quattro ruote. Inizi a contare il numero di persone presenti all’interno ma perdi il conto. Da alcune macchine sporgono tubi, mobili o pezzi di motore. Sul tetto spesso vengono accatastate pile di valigie che stanno in piedi andando contro qualsiasi legge della fisica.

Beep beep!

Suonano, corrono, sorpassano, sorridono. Nessuno grida o manda a quel paese i passanti. La tranquillità dei loro visi si contrappone al caos della strada. Mentre guidano, chiacchierano, mangiano, stanno al telefono. Tutto sembra normale, nessuno pare stressato.

Beep beep!

Ad un certo punto vedi un signore anziano su una bellissima bicicletta vintage, verde, nuova fiammante. Un altro, invece, ne spinge una tutta arrugginita, e un altro ancora pedala mentre trasporta una coppia di turisti su un vecchio rickshaw attaccato dietro.
Le biciclette si muovono all’interno del traffico come se niente fosse, seguendo delle regole non scritte che permettono che tutto scorra senza nessun incidente.

Beep Beep!

Poco più avanti, a bordo strada, vedi un altro ammasso di gente. Un autobus passa a gran velocità e ti sfiora il braccio. Capisci che quella poco più avanti è la fermata del bus. Questo rallenta poco prima di raggiungere il punto dove si ammassa la gente. Con l’autobus ancora in corsa, i passeggeri a bordo iniziano a saltare giù . Donne, bambini, anziani. 
Il bus, una volta arrivato alla fermata, non si ferma. Continua ad andare a passo d’uomo, mentre le persone a bordo strada, aggrappandosi ai maniglioni, iniziano a fiondarsi dentro uno dopo l’altro. Alcuni di quelli rimasti a terra gridano e iniziano a tirare attraverso i finestrini valigie, scatole, gabbie e sacchi di qualsiasi genere.

Hai paura di trovare qualcuno spiaccicato per terra, invece, a gran sorpresa, noti che quasi tutti siano riusciti nell’impresa.
Il bus accelera e scompare nel traffico, lasciando dietro qualche malcapitato che non ha fatto in tempo a saltare su in quei cinque secondi datogli a disposizione.

Alzi lo sguardo per cercare le telecamere del film di cui stai facendo parte, ma intravedi un treno che sfreccia a gran velocità nelle rotaie della via ferroviaria sopraelevata. Cerchi di contare i vagoni, uno, due, tre, dieci, venti, poi perdi il conto. I vagoni sono infiniti e ognuno di essi brulica di persone che sbucano dai finestrini e dalle porte – alla faccia della sicurezza. Hanno facce stremate, alcuni sono curiosi, altri ti salutano. (Qui un racconto sull’esperienza di un viaggio in treno)

Beep beep!

Vieni distratto da un taxi che si ferma al tuo fianco: where you go? My friend, cheap, come. No grazie, rispondi, congedandolo.

Beep beep!

Arrivi poi a uno spiazzo dove sono parcheggiati i tuk tuk, il mezzo di trasporto indiano per antonomasia. Vieni accerchiato in un batti baleno da una decina di autisti. Where you go? My friend, cheap, come. Non vedi l’ora di arrivare alla fine di questa strada, quindi, ti arrendi e rispondi di si. Sí, portatemi via di qui!

Ti siedi e ti affidi alle abilità di guida dell’autista. Accelera, frena, sorpassa suona – beep beep! – si snoda piano piano in quell’inferno.

Tu sei stanco, metti gli auricolari, chiudi gli occhi e speri di arrivare a destinazione il prima possibile.

Dopo qualche minuto ti svegli e ti accorgi di essere ancora li. Sei ancora li, nella fantastica India.